Kira (IV)

Aveva vent’anni al massimo, era effettivamente timida e le mancava un molare, cosa che si intravedeva appena quando sorrideva e mi faceva un’inspiegabile tenerezza. Dopo il suo nome, Silvia, volli sapere da dove venisse. All’inizio fu reticente sul punto, poi rivelò di essere rumena, come se confessasse un omicidio plurimo, e che stava studiando per diventare infermiera: un’ informazione che mi indusse a considerare tutta la faccenda da una diversa prospettiva. Lavorando là dentro, le farfalline (la maggior parte? quante?) cercavano di costruirsi un abbozzo di avvenire o anche solo di dare una mano alle famiglie: gli ospiti sputasoldi alla bisogna di certo non mancavano, ma avevo sentito che capitassero anche bruti in grado di eccitarsi solo malmenando il prossimo, o la prossima nel nostro caso, dunque cara grazia se si riusciva a fermarli prima che provassero a strappare via la prima ciocca di capelli altrui.
“Oh, traiasca Romania!”, dissi a Silvia per rompere il ghiaccio, sfoggiando l’unica frase che conosco nella sua lingua: vuol dire “viva la Romania”, ma non parve sortire particolare effetto. Allora aggiunsi: “Figurati, anche noialtri quando andiamo in giro non diciamo a cuor leggero di essere italiani”. Lei rispose, confermando così le mie conoscenze di riflesso: “Magari qui dentro venissero solo italiani. Quelli di altri posti ci trattano malissimo, se va bene ci insultano…e se va male…”. Lasciò in sospeso la frase, ma nel frattempo aveva preso a rigirarsi tra le dita il ciondolo che mi ballonzola sul petto dal giorno della laurea. Poi cambiò parco giochi, dedicandosi a un altro depresso ammennicolo, più in basso. Eccoci.
Anche se non fisicamente, spiritualmente ci trovavamo già proiettati al piano di sopra, quello che da fuori appariva sporgente e tinto di viola. In un baleno, e solo abbassando le palpebre, ebbi davanti a me ricordi ancora vividi, ma anche la palata di letame con cui stavo per imbrattarli; allora  opposi una dolce resistenza a Silvia, la trattenni a sedere e le dissi: “Scusami, prima devo rubarti un minuto per raccontarti una cosa. Ascoltala, per favore, poi decidi tu se portarmi lassù o no”. Lei acconsentì e io iniziai: ma a voi intanto parlerò di qualcos’altro, dando fondo alle risorse della mia stortura che ogni tanto anche qui riaffiorano.
Mentre vi scrivo sono diventato Billy, un pidocchio arricchito, una sorta di Mickey Rourke colombiano che abbandona i suoi espedienti da troglodita dopo aver conosciuto Nena: raffinata, conoscitrice di lingue, suonatrice di sassofono. In occasione del loro primo incontro giovanile, al mare, lui aveva aperto la cabina dove lei si stava cambiando e le mostrò il suo cazzo in erezione, ottenendo come risposta: “Ne ho visti di più grossi e duri, quindi con me ti dovrai comportare meglio di un nero”. Non inutile precisare come lei in realtà fosse vergine e non avesse mai visto un uomo nudo. Nena rabbonisce Billy, lo persuade che il sesso si può anche fare in un letto, tra lenzuola pulite. Si sposano, e durante il loro viaggio di nozze, in auto verso Parigi, lei si punge il dito maneggiando un mazzo di rose. Il fiotto che esce da quel polpastrello è lento ma costante: lei è emofiliaca, ma non lo sa. Parigi è gelida e innevata, il dito di Nena non smette un secondo di sanguinare; ben presto, allo stremo delle forze, lei viene ricoverata in un ospedale, e non solo lui è davvero solo, e spaventato da quella solitudine, ma per la prima volta uomo. Si rifugia nell’albergo che avevano prenotato, e prova ad adattarsi a quella realtà straniera: sposta la macchina da un marciapiede all’altro per evitare le multe, impara a ordinare uova e prosciutto in Francese, nella camera lava la pelliccia di lei, sporca di sangue, e va a vedere la Torre Eiffel per poi realizzare di non ricordarsi il nome dell’hotel e ritrovarsi del tutto smarrito, a Parigi e in sè stesso. Ma soprattutto prova ad andare a trovare Nena ogni giorno, per poi essere sbattuto via come un sacco d’immondizia perchè non azzecca mai gli orari di visita. Alla fine, dopo una settimana, lui scopre che lei era morta dissanguata dopo la prima notte di permanenza.
Non resta che il pallido volto di un’eroina che sporge un dito ferito dal finestrino della macchina, durante il viaggio, e dice al marito: “Se volessero trovarci non sarebbe difficile, basterebbe seguire la traccia del mio sangue sulla neve. Ehi, sarebbe un’ottima idea per una canzone”.
Quando finii di raccontare, anzi, di raccontarmi, Silvia aveva gli occhi lucidi. Mi aveva ascoltato: dunque fece la sua scelta. Mi mostrò la pelle d’oca sul braccio e si scusò, non seppi bene di cosa. Fece per congedarsi dicendomi “cerco di avvisare le altre, se ti danno fastidio fammi un cenno”. Le risposi: “Ti ringrazio, non è necessario. Piuttosto, promettimi una cosa: non piangere. Non puoi avvicinarti in lacrime agli altri clienti. Se il capo lo viene a sapere…”…ma levigai il concetto: “…ti sgrida”, completai. Strinse le labbra e mi accarezzò la barba, così innescando un ultimo fenomeno di stortura che la piega degli eventi stava acutizzando in modo quasi insopportabile.
Ora ero Margarito, che dalle Ande va in missione a Roma trascinando con sè una bara, e si trattiene in una pensione la cui padrona, vedendolo sempre così solo, gli recapita in stanza una prostituta che lui, messo di fronte al fatto compiuto, paga, ma solo perché lei stia a sentire il racconto del calvario della figlia morta anni e anni prima, ancora piccola: sua la salma nel feretro, intatta; dunque si trattava di un miracolo da fare accertare al papa. La ragazza decide di rimanere con Margarito un’altra ora, gratis, ma poi nella camera apre il coperchio e vede con i propri occhi quella bambina solo apparentemente addormentata, e scappa via. “Mi si gelò il culo”, altro non sarebbe riuscita a dire in seguito.
E proprio quando stavo per decidere se rendere Silvia partecipe di questo episodio – nel senso medico del termine – notai che il suo sguardo aveva preso a vagare oltre la mia spalla. Mi girai, e sentii lo stesso cambio di atmosfera che mi aveva colto svoltando dalla autobahn verso la magione.
Ne vedevo solo il corpo impettito, nudo al pari di quello delle altre ma più maturo; sulle spalle ricadevano ondulati capelli corvini ma da lassù in poi null’altro era visibile: forse si era fermata appositamente su un confine di penombra perché delle labbra, degli occhi, degli zigomi si intuisse solo una vaga traccia.
“Kira”, sentii arrivare da quella bocca nella mia direzione.
Non capii. “Chi è?” sussurrai a Silvia, ma senza staccare lo sguardo dall’apparizione.
“La greca”, fu la risposta, tra il solenne e l’ammirato. “E vuole proprio te. Signore, dice”.
“Kira!”
Mi aveva scoccato di nuovo addosso quel richiamo, e per qualche attimo tacque, lasciandone echeggiare più chiaramente la perentorietà.
“Lascia la bambina, e monta su di me!”.
Mi concesse solo un secondo per gustare il tono beffardo delle sue parole, poi strappò sé stessa dalla penombra e me da quel divano, agguantandomi per il braccio con un gesto che non avrebbe stonato in un documentario sui predatori della savana.

Quanto al primo ordine, non mi aveva lasciato scelta. Quanto al secondo, invece, obbedii.

(fine)

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