La donna gorilla

Io e Zorz avevamo smesso da poco di giocare con le automobiline per finire a ingaggiare furiose battaglie sui rispettivi apparecchi casalinghi, io come la maggioranza avevo l’Amiga, lui l’Atari ST: scelta, quest’ultima, che ritenevamo tutti strana, quantomeno impopolare per il fatto che per l’Atari i giochi si trovavano molto più a fatica che per il comune Commodore; io la difendevo in quanto coraggiosa e degna di rispetto, sebbene definissi l’ST una merderia fatta e finita. Per cui potevamo disprezzare vicendevolmente le nostre  macchine quando, in alcuni beati pomeriggi, sgroppavamo l’uno a casa dell’altro a bordo di quelle che più che biciclette erano pezzi di lamiera staccati di netto da un cancello e dotati di catena. Abitavamo in due punti della città che pensavamo separati da distanza abissale, lui di fronte al grattacielo (proprio così si chiama, perchè non sarà degno dello Skyline di Manhattan ma lo vedi dovunque tu sia) e io a sud, Rivazzurra.
E’ da dire che generalmente, quando Zorz era alle viste, le mamme degli amici si apprestavano meccanicamente a prender su la sporta e a rifornire la magione di turno con  armamenti dolciari in quantità tale che i negozianti alla fine chiedevano: ma signora, in quale albergo mi lavora mai? Ma da me Zorz si dimostrava di più articolata perfidia, e dalle sue visite io uscivo sfiancato neanche avessi sostenuto un addestramento militare. Prima di sedersi al computer era “costretto” ad affrontare la fase dei convenevoli delle famiglie che l’accoglievano: i miei non facevano eccezione; un così bravo figliolo, tutti bene a casa, sì? e intanto lo vedevi rispondere accomodato in salotto, ma preda di una strana inquietudine, come se la poltrona gli scottasse sotto il culo, lo sguardo che esplorava tutta la rosa dei venti, punto dopo punto. Appena i miei tagliavano l’angolo, si sentiva libero di fiutare senza ritegno l’aria attorno a sé, finchè al pari di un cagnaccio da tartufo puntava con decisione un cofanetto che di colpo aggrediva e ribaltava con una manata secca, così da farne uscire il contenuto: una manciata di gianduiotti di cui si era persa traccia, sempre che ce ne fosse mai stata. Cosicchè Zorz sfoderava la migliore delle sue gamme espressive da cane bastonato e proclamava, deluso: ma come, me li volevi tenere nascosti?
Quasi peggio quando, dopo essersi scofanato quei miseri antipastini, aggredivamo il computer per un salutare “North & South”, destinato a non essere intenso come doveva perchè la mia attenzione era solo a tratti rivolta alle mosse del mio avversario: e non quelle nel contesto della partita. Io sapevo e lo guardavo di sottecchi, lui sapeva che io sapevo, però ostentando indifferenza. Niente da fare: per quanto non lo perdessi mai del tutto di vista, ero destinato alla soccombenza; e, ripeto, non nel videogame. Mentre lanciavo l’assalto al suo fortilizio nel North Carolina, con uno scatto di reni Zorz aveva già fatto ribaltare la sedia per poi saettare verso la cucina, o meglio, verso la dispensa della cucina. Riuscivo a placcarlo (si, proprio placcarlo al pavimento) all’ultimo momento, quando lui stava per agguantare il pacco famiglia di Atene Doria, dal quale la prima volta attinse in modo tale da costringermi a saltare del tutto la colazione la mattina successiva. Ebbi profonda pietà di me stesso, ma pure di quelle due croste rimaste in fondo alla confezione.
E per l’appunto fu in uno di quei pomeriggi, sempre da me e durante una pantagruelica merenda a base di ciobar apprestata da mia madre, (“Ma no, signora, non doveva!” fece l’ospite, falso quant’altri mai: lei doveva eccome), che decidemmo di fare una puntata eccezionale ed estemporanea alla fiera di San Martino. Trattasi tuttora di una sagra novembrina in quel di Santarcangelo, in occasione della quale il traffico viene limitato mentre la gente impazzisce per trovare un buco dove lasciare l’auto e prende d’assalto le strade che portano al centro storico, ricolme di bancarelle. Quest’ultimo è demarcato dall’arco cui è appeso, nei dì della festa, un bel paio di corna simil vichinghe, vedremo poi a che scopo . Io e Zorz eravamo ancora lontani dal poter toccare pedali che non fossero quelli dei nostri “cancelli”, per cui l’unica era salire sull’ATAM numero 9 (da anni ormai gli autobus pubblici hanno un’altra sigla, ma certa gente non demorde, e io spesso tra costoro) e sciropparci il viaggio per SantArchènzul, armandoci di santa pazienza anche perchè quella di restare imbottigliati era ben più di una semplice eventualità.
Arrivati a destinazione non ci sottraemmo al rituale del passaggio sotto l’arco dalle corna pendule, di cui parlavo prima. Lo fanno ancor oggi praticamente tutti, perchè: se le due appendici bilaterali e puntute si mettono a oscillare proprio mentre sotto stai passando tu, allora non ci sono santi: ci hai le corna, ed è per questo che la fiera di San Martino è chiamata anche “fira di becc”, ovvero “dei becchi”. All’epoca certi problemi Zorz e io non ce li ponevamo, sicchè prendemmo a gironzolare fino a raggiungere uno spiazzo dove si era accampato un luna park di fortuna, per il quale eravamo già grandini, d’accordo: ma proprio lì un’attrazione era irresistibilmente apparecchiata per i nostri occhi bambocci.
Sulla fiancata del camion erano dipinte, a colori piuttosto vivaci, immagini viste soltanto nei libri educativi sulle bestie feroci, mentre lì a due passi un cartello recitava: “L’Ultimo Grido dalla Giungla” e un tizio sbraitava in un megafono: “Un evento straordinario: all’interno del camion, Corinna, la donna gorilla! Sensazionale, a portata di tutte le tasche!”, eccetera eccetera. Suvvia, come si può resistere, anche considerando di aver già sperimentato ogni tipo di giostra, autoscontri, case del terrore e calcinculo vari? Se rimanevano giusto le allora 3.000 misere lire, alla fin fine ben si poteva spenderle passando qualche minuto a contatto, o quasi, con la fantasmagorica donna gorilla. Entrammo dalla porta laterale del camion insieme a un gruppuscolo di persone che si chiedevano, strabuzzando gli occhi, “dov’è?, com’è?” neanche si trattasse di rimirare nella notte il passaggio del transatlantico Rex. Sbarrato l’ingresso alle nostre spalle, ci trovammo immersi nel silenzio e nel buio completo, dal quale una luce strappò l’uomo di prima, che ora reggeva un microfono invece del megafono. “Benvenuti” disse “State per vedere Corinna, la donna in grado di trasformarsi e di mutare le sue sembianze da quelle umane a quelle di un gorilla”. Altre luci ad appalesare il fenomeno in questione: una bella ragazza succintamente vestita, impettita e immobile a pochi metri dal pubblico ma soprattutto, ciò che più conta, incatenata polsi e caviglie ad un’altra parete del camion. Dopo qualche secondo di estatica ammirazione da parte dei presenti, l’uomo al microfono riprese: “Sta per avvenire la trasformazione: guardate attentamente il viso e il corpo di Corinna. Vi prego di osservare da vicino e di non avere paura. Come vedete, è incatenata”. Con tempismo perfetto, partì in sottofondo la colonna sonora di “Phenomena” di Dario Argento; il pubblico sempre ammutolito mentre le luci all’interno del camion si facevano più soffuse e si coloravano di rosso e blu. Ed ecco che effettivamente, fissando Corinna, ci accorgemmo della quantità inenarrabile di peli superflui che le ricopriva pian piano viso e corpo, mentre il petto grazioso stava lasciando il posto ad una gabbia toracica possente e ansante. Il volume della musica si fece meno sostenibile di prima, stesso discorso per quanto riguardava la voce del tizio al microfono, che così si esaltava: “Eccola, la donna gorilla! Non abbiate paura, vi dico, restate vicino!”. Ma ormai quella che si era trasformata in bestia immonda, denti compresi, prese a lanciare urla spaventose e a dibattersi nelle catene; lo spazio non le bastava più. L’uomo al microfono non smetteva di invitare la gente ad avvicinarsi, quand’ecco che all’improvviso il gorilla, con due scatti secchi di bicipite, si liberò delle catene che lo legavano alla parete per i polsi, evidentemente adeguate solo per un essere umano, e si apprestava a fare lo stesso con quelle che gli trattenevano le zampacce inferiori. La bestia iniziò a dimenarsi senza controllo, e il tizio al microfono altro non si sentiva in dovere di fare se non gridare improperi selvatici a Corinna, mentre la colonna sonora veniva suonata a un passo dalla soglia della sordità. E proprio quando sembrava che noi spettatori fossimo destinati a finire stritolati da una troppo amorevole coccola della bestiola, quest’ultima tornò lentamente nella posizione iniziale, mentre le note non sbriciolavano più i padiglioni e le luci si facevano più chiare da rosse fuoco e blu cobalto che erano state. Tutti i peli e i muscoli superflui, per chissà quale sconosciuta diavoleria gitana, abbandonarono Corinna per tornarsene da dove accidenti erano venuti. Di fronte agli astanti c’era di nuovo una ragazzona nel suo statuario atteggiamento, e l’uomo al microfono sottolineò: “Sicuramente ci saranno dubbi e critiche, ma comunque credo che Corinna meriti il vostro caloroso applauso…”
Spalancate che furono le porte laterali, mi era possibile catalogare variamente le reazioni della gente che scendeva. Quasi nessuno batteva le mani: chi ci rideva sopra; chi discuteva freneticamente con altri; chi se la faceva ancora sotto, bianco come un cencio; chi premeva al botteghino per farsi ridare i soldi del biglietto. Io e Zorz tornammo a nostra volta, in silenzio, a respirare l’aria appestata dagli scarti delle botteghe del croccante sparse qua e là. Non ricordo, a distanza di anni, come la pensasse lui. Io forse gli dissi di aver appena trovato la donna della mia vita. Guai però a litigarci, contraddirla o farla in ogni caso eccitare troppo. Eh eh.
Presto Zorz ebbe tra le mani una stratocaster e quindi le femmine; lui solo. Un po’ come quando un giorno il tuo bar preferito cambia gestione, e tu finisci per rassegnarti, alla lunga, ben sapendo che in fondo non puoi farci nulla.

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