“L’è il di’ di mort, alegher!”

Dicono che tutti i giorni, mica solo oggi, bisogna dedicare un pensiero a chi non c’è più. Giusto. Io credo di farlo, nel mio piccolo. Sareste in grado voi, per un attimo, di far finta che sia il sette di novembre?
Nel 2006, in quella data conseguivo l’abilitazione professionale che concorre tuttora ad avvelenarmi l’esistenza (per mia scelta, s’intende). E nel 2014, per l’ultima volta un treno mi avrebbe separato dalla mia Sam. Ero fermo sulla piattaforma, ansioso di scorgere i vagoni all’orizzonte, e intanto rivedevo me stesso qualche giorno prima, appollaiato invece al cancello del mio palazzo, e attraversato dalla stessa dolce smania: era un pomeriggio d’ottobre ma io la aspettavo come un bambino che agognasse veder sorgere il sole. Presto nella via sarebbe sbucato il Ducato con a bordo lei, Simone e gli scatoloni del trasloco con i suoi vestiti, i suoi attrezzi da lavoro, la sua musica e il resto. Quasi tutto tranne la Diana. Avevamo trasportato parte del suo piccolo grande mondo facendo su e giù per le scale del condominio, mentre Marek in casa montava il nostro letto, facendo un pessimo lavoro. Dopo un paio d’ore tra le mie modeste mura non c’era quasi più spazio calpestabile, così ci eravamo guardati attorno e lei mi aveva detto: “Ti rendi conto? Hai presente il peggior incubo che possa capitare a un uomo? Io te l’ho realizzato”. Era solo il primo passo, in realtà. Aveva stabilito: intanto porto giù le cose prima che il tempo peggiori; io arriverò con l’anno nuovo. Poi aveva cambiato idea: perché aspettare? Giusto, non aveva senso, vieni giù prima che puoi, amore.
Ci penso sempre, a quel “arriverò con l’anno nuovo”; a come mi sentirei se avesse rispettato quel proposito, se cioè mi ritrovassi privo anche dello scampolo di vita che abbiamo condiviso.
Invece, quel sette di novembre il treno arrivò da Ferrara per fare di me l’uomo più felice di sempre, recapitandola definitivamente tra le mie braccia: non l’avrebbe più ospitata in occasione di ritorni solitari e velati di tristezza, come era capitato regolarmente nei tempi precedenti.
Sarebbe, se non facile, troppo immediato parlare di come sia stato bello, in seguito, girare la chiave nella porta e dietro trovare quelle stanze piene di vita e di calore. Celebro invece questo sette novembre (anche se è il due) tentando di far capire quanto fosse bello vedere e vivere il mondo attraverso i suoi occhi: per la precisione, ciò che del mondo io non conoscevo o consideravo a me alieno. Il modo di fare colazione, ad esempio: “addirittura” seduti, condividendo sguardi e tazzoni di latte, caldi sia gli uni che gli altri, e ascoltando i primi minuti del Ruggito del Coniglio, trasmissione che oggi trovo spesso stucchevole. Gli episodi dell’Ispettore Barnaby, dei quali bastava la sigla iniziale per distendere il suo animo sempre un po’ in tumulto. Il baraccone di X Factor, di cui lei non si perdeva nemmeno i provini. Perfino le partite della Juventus (della Fortitudo no perché a tutto c’è un limite). L’atmosfera delle feste di Natale, grazie al suo splendido clan che qui abbraccio; o quella ben diversa nel museo delle torture a San Marino, in cui lei mi fece da guida riuscendo a rendermi splendidi perfino la vergine di norimberga e lo stivaletto malese. I cani. Non dico che ora li amo, ma di certo “vivo” anche loro secondo una diversa prospettiva: perché mi manca il sorriso che le sorgeva in volto, come il sole di cui parlavo poco fa, davanti al botolo peggio conciato, e il “cccaro” – sì, proprio con tre C – che le usciva a fior di labbra e pagherei non so quanto (forse ciò che nemmeno ho) pur di risentire.
Quel sorriso di cui era bello essere degni.
Ben altro avrei potuto dire senza tirarmi in ballo e parlando solo di lei, ma l’istinto è traditore, e chiedo scusa.
Ciao stella, sei ancora i miei onore e privilegio. I segnali dalla tua galassia sono sempre graditi. Quando vuoi, siamo qui.

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