Umago

Il reticolo di strade che separano le case basse del quartiere – palazzine di non più di tre piani, tutte costruite in stile diverso (e più o meno guardabile) l’una dall’altra, in cui i miei concittadini esercitano quella che dovrebbe essere la nobile arte dei fattacci loro ma che presto si rivela attività di dominio pubblico, come lo stendere la biancheria sui balconi tempestati di antenne paraboliche di varia foggia e funzione, lo scartare con soddisfazione il cabaret di dolci appena comprati (ma questo più spesso nelle domeniche della brava gente, quando ci si incrocia nel bar pasticceria sfoggiando, quasi per confrontarli, i vestiti buoni, le facce rilassate del dì di festa nonchè i rispettivi cagnolini al guinzaglio, che non perdono tempo ad annusarsi a vicenda ma quasi mai l’odore è giusto altrimenti non si spiegherebbero le susseguenti zuffe ringhiose), o il lasciar echeggiare dalle segrete stanze auliche domande come “Devi fare la cacca? Guarda che poi non te lo chiedo più!”: e poi ci si chiede il perchè dei problemi esistenziali di certe persone una volta adulte – è composto da sottili strisce d’asfalto senza marciapiede, teatro dell’eterna lotta per la sopravvivenza tra bipedi e automobili (ferme e no), nella quale il pedone deve spesso rifugiarsi tra un’auto posteggiata e l’altra per non subire menomazioni di parti del corpo più o meno sporgenti. E se la situazione pare critica già così, riesce davvero difficile immaginare che qualche anno fa queste strettoie fossero addirittura a doppio senso di marcia: ancora si intravedono i segni delle vecchie strisce dello STOP per metà corsia, delle quali non resistono che brandelli incrostati nell’asfalto per omnia saecula. Altrettanto incredibile che tempo fa una di queste vie, ogni anno e in una sera di settembre, venisse chiusa al traffico per ospitare una tavolata lunga tutti i suoi trecentometri scarsi: ciascuno degli abitanti delle case che vi si affacciano, avvisati da un volantino nella buchetta della posta, portava una sedia e condivideva pietanze e bottiglie, e dietro un siffatto fenomeno di estesa convivialità non c’era un santo da festeggiare, in realtà nemmeno posso dire di averne mai conosciuto il motivo, mi piace pensare non ci fosse affatto. Purtroppo anche questo rituale si è dissolto nell’acido dei nostri tempi via via più incattiviti, i residenti oggi sono rintanati nelle già citate segrete stanze e non resta che sperare di intercettarli sull’uscio mentre vai a fare la spesa; magari ti raccontano di quando dicono a gente di altri quartieri, chessò, “Io abito in Viale Umago” e ottengono in risposta un lento e misterioso annuire. Cosa si celi dietro a quell’annuire in realtà non si sa bene, infatti poi si scopre che nessuno ha presente neanche vagamente dove si trovi Viale Umago, tantomeno chi o cosa sia questo o questa Umago a cui però è stata intitolata una strada; è semplicemente un nome inedito, seducente, che dà alla fantasia, e infatti chi lo sente se ne lascia avvolgere come si trattasse di un oltrefrontiera esotico, o dell’ignoto che sui mappamondi dei tempi di Magellano era marchiato con la scritta “hic sunt leones”.
No, non abbiamo sbagliato né io a digitare né voi a leggere; ho proprio parlato di viale, termine che di tutta evidenza mal si concilia con la descrizione delle vie di cui sopra. In effetti, cosa vi viene in mente pensando a un viale? Quantomeno uno stradone metropolitano a tagliare in due una zona che può essere allo stesso tempo insignificante (o addirittura brutta) e affascinante, come nel caso dell’ultimo vero viale in cui ho abitato: da una parte un supermercato, una cabina telefonica adibita a pisciatorio, dall’altra pompe di benzina e un edificio grigio e cubico, che sarebbe fatica definire chiesa se non ci fossero una croce montata sul tetto e attorno il suono delle campane, proveniente da una registrazione di qualche film su Don Camillo…e ovviamente il fascino di tutto ciò risiede nel fatto che bastasse alzare neanche di molto lo sguardo per notare lo sfavillio, lontanissimo e vicinissimo, del portico di San Luca a culminare nel santuario, un panorama con pochi eguali sia nelle notti stellate sia quando era schermato dai fiocchi di neve e il cielo era sì grigio ma anche iniettato di rosso, a ottenere una mescolanza più efficace, benchè spettrale, della luce dei lampioni. Eppure, dicevo, sono viali anche le striminzite fettucce d’asfalto del mio quartiere, così il Comune le ha identificate nei cartelli, vai tu a contraddire l’assessore all’urbanistica ripescandogli quella remota lezione di teoria alla scuola guida, quando una vegliarda cotonata, ripetendo all’uditorio la stessa pappardella da cinquant’anni (magari era lo stesso nastro delle campane registrate) definì viale una “strada dei centri urbani piuttosto ampia, spesso alberata”. (Non che la nozione o il fatto in sé siano degni di essere menzionati, ma mi restano tuttora indimenticabili perché la vegliarda, dopo aver dato quella spiegazione e prima di passare al resto, si bloccò di punto in bianco. Prese a fissare un angolo di soffitto; e noialtri a guardarla, altrettanto muti. Dopo mezz’ora, riprese come nulla fosse, e fu dura farle capire che l’ora a sua disposizione pareva trascorsa più in fretta del previsto, per un motivo che peraltro ignoravamo. Qualche tempo dopo avrei visto Andreotti in diretta tv impallarsi allo stesso modo, e almeno acquisii familiarità con il concetto di attacco ischemico transitorio, per gli amici T.I.A.).
Rifugiarmi il più possibile in questi pseudo viali è per me necessario – per evitare del tutto le cacche di cane di cui è costellato il marciapiede della via principale – ma anche piacevole: il traffico è alle spalle e i rumori sono attutiti, cosicchè si ha modo di soffermarsi su particolari che, tra una digressione e l’altra, rischiano addirittura di ispirare balorde abnormità come quella che state leggendo (ok, quindi: piacevole solo per me).
Il furgoncino blu stinto, senza telone, di tonnellaggio non consistente ma a suo modo imponente, parcheggiato com’è a metà del budello per cui scelgo di transitare a piedi di ritorno dalla spesa, ha combattuto tante battaglie ad alterne fortune, ma di guerre non deve averne mai persa una, se è vero che è pur sempre lì a troneggiare. Fino a poco tempo fa, in effetti, alla visione di un simile rottame veniva da chiedersi non dico come potesse continuare a trasportare ortofrutta, ma addirittura muoversi di un cinque metri senza perdere tutti i pezzi; eppure spicca con la sua targa anziana (le due lettere della provincia e i sei numeri), stagione dopo stagione, e il padrone non ci pensa minimamente a darlo allo sfasciacarrozze. Recentemente, non ho resistito e l’ho guardato più da vicino e per un secondo in più. La targa sì, c’è; ma gli indicatori di direzione no. Dello specchietto retrovisore è rimasto solo lo scheletro. Sembrano essere stati divelti due dei tre gradini per salire a bordo. Non ho avuto il cuore di sbirciare nell’abitacolo, non mi sarei sorpreso di vedere le molle ballonzolare dai sedili sfondati, ma la mia brillante arguzia aveva tratto elementi sufficienti per realizzare che quel furgoncino era lì, è tuttora lì, a scopi meramente decorativi, e da lì mai si muoverà, altro che rottamazione. Ne ho immaginato il proprietario: non so che faccia abbia ma di sicuro ogni tanto lui lo squadra dietro una tenda, dalla finestra della casa davanti alla quale lo parcheggiò; e ho anche fantasticato sull’ultimo viaggio dopo una giornata intera a far sobbalzare casse di pomodori nel retro, su ciò che provò il conducente staccando le chiavi dal quadro, scendendo e sbattendo lo sportello, se si rendeva davvero conto che non avrebbe più dato corpo a questo rituale; o magari si trattò di un’interruzione tanto imprevista da non lasciare né il ricordo di quando accadde esattamente (certo non più tardi della caduta del muro di Berlino), né la possibilità di vivere con la dovuta solennità quella sequenza finale di gesti: e magari si potesse tornare indietro, magari, anche per mezzo secondo.
Proseguendo dal furgoncino verso casa, torna alla mente lo stereo che mamma e papà mi regalarono per non so più quale compleanno bamboccio, un Technics grigio a tre piani: il primo col mangianastri, il secondo con la radio e il terzo pieno di levette e modulatori, quindi per accendere tutto bisognava premere tre pulsanti uno dietro l’altro, tac, tac, tac. Fiero figlio dell’epoca in cui si credeva che più grande era l’apparecchio e migliore sarebbe stato il suono, ricordo il piacere di usarlo al buio: lasciavo che le spie fluorescenti picchiettassero di luce intermittente le pareti e il soffitto della mia camera, distraendomi dalla musica; ancora mi pulsa nella testa l’odore che emanava dopo un certo numero di minuti di uso. E’ invecchiato assieme a me, e se nulla posso dire circa le consapevolezze del proprietario del furgoncino, altrettanto mi interrogo sull’ultima volta che su quello stereo ho registrato un concerto da una stazione FM, ho riversato un disco di vinile su una cassetta, ho schiacciato il terzo dei tasti on-off per farlo tacere. E puntualmente devo arrendermi: non so quando sia successo, e diosolosa se avrei voluto conferire la giusta importanza a quelle occasioni; saperle. Il Techincs giace ancora in casa dei miei genitori, nella stanza dove dormivo: non manda più alcun odore, la sua superficie è macchiata qua e là di muffa e ruggine, è penoso vedere in che stato è, non può escludersi possa ancora funzionare ma nemmeno che dopo pochi secondi vada in corto e prenda fuoco. Eppure è lì, nell’angolo di sempre, al pari del furgoncino a metà del suo viale.
Mentre il portone è ormai alle viste, e dopo tutto questo elucubrare, si conferma prepotente l’impressione che il vero dono degli dei all’uomo dovrebbe essere la capacità di saper riconoscere l’ultima volta, con ogni premessa e conseguenza: il potere dell’ultima volta, sia con i furgoncini che con gli impianti stereo; ma con gli oggetti è più facile, li abbandoni ma puoi comunque tenerli d’occhio, non disfartene. Il difficile, l’impossibile arriva quando ci sono di mezzo le persone. L’ultima volta che ci si sveglia assieme. L’ultima torta che esce dal tuo forno. L’ultima volta che ci si scalda sul divano. L’ultima volta che si esce di casa mano nella mano. O numi: non l’immortalità, non la felicità perpetua: essere in grado di riconoscere tutto un ultimo giorno, è chiedervi troppo?
Forse sarebbe chiedere invano. Oltre al furgoncino, il suo padrone rottamerebbe sé stesso: e se ne guarda bene. Sono gli altri, quelli che restano soli, a finire nella discarica o nell’inceneritore, senza possibilità di riciclo; e magari non se ne rendono conto.

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