C’era da

C’era di che trascorrere il tempo.
Innanzitutto, c’era da sintonizzare il televisore in cucina su Rock Tv, per il sottofondo musicale: che feste sarebbero senza babbonatale che ti suona gingolbel con la chitarra elettrica? Più verosimilmente, a breve avrebbero passato un video con Tankian o i System of a Down, e per effetto del solito incantesimo si sarebbe ritrovata come teletrasportata davanti allo schermo, in estatica contemplazione. C’era da ritagliare la carta blu, patinata e stellata, e da attaccarla nell’angolo alle pareti, dritta e senza sbavature oltre gli stipiti. C’erano da infiocchettare e avvolgere con la carta crespa e dorata le gambe del tavolo da giardino che avrebbe sostenuto il tutto. C’erano da scegliere, fuori, i ciocchi di legna più adatti allo scopo, trasportarli in casa, addossarli al muro in maniera irregolare, prima uno piccolo poi uno più grosso e così via. C’era da strapazzare, appallottolandola nelle mani, un altro tipo di carta, più resistente e color tuta mimetica; poi sistemarla sopra i ciocchi, ed ecco la catena montuosa a fare da sfondo. C’era da stendere sul tavolo il panno verde, spargerci il pietrisco e il terriccio da decorazione, in maniera uniforme ma non troppo, spazzando dal pavimento ciò che inevitabilmente tracimava: ed ecco il terreno da pascolo. C’era da aprire l’abete plasticato, distendendone i rami: nulla, in confronto allo srotolare le luci intermittenti da sistemargli addosso, un lavoro nel lavoro che implicava lo star seduti a gambe incrociate per districare i fili elettrici, centimetro dopo centimetro; e tanta, tanta pazienza. E se non ero animato dal senso religioso necessario per occuparmi del presepe e della disposizione di bestie e pastori (per non parlare della sacra capanna), tutte incombenze che le lasciavo volentieri, mi auguravo che quello estetico – oltretutto scarso, il mio – non causasse troppi danni all’albero. Sei capace di non combinare disastri? mi chiedevo; dai, le palle più piccole in alto, e via via più grosse verso il basso, e un minimo di alternanza di toni, suvvia! Non tutte le rosse da una parte e le blu dall’altra, su, ci arriva pure un boscimano!
Appendevo per ultima la decorazione, se non bella, più particolare, magari insensata: ovale, un incrocio tra un’astronave e una bomba a mano; la preferita anche di Simone, mi diceva lei sorridendo.
Tra un’operazione e l’altra, una pausa per un caffè e per accoccolarci un minuto davanti alla finestra e godere meglio delle vampate di calore che il termosifone, sotto, emanava a combattere il gelo di cui pareva fosse fatto il vetro. Fuori, Diana scavava una buca in giardino; i gatti, sulla strada, già si ergevano come delle sfingi fameliche davanti al cancello, in attesa della pappa; il cielo, un inscalfibile blocco di ghisa. Ma credo fossero gli unici momenti dell’anno in cui lei godesse di un po’ di serenità: tutto era perfetto così, “Fermati attimo, sei così bello” (Goethe, o no?).
Alla fine, dopo una mattinata abbondante, c’era solo da mettersi a distanza adeguata per rimirare il risultato. Non che avessimo fatto cose eccezionali o diverse rispetto alle grandi manovre ora in atto in quasi tutto il mondo. Ma che vi avesse contribuito il misto di Scrooge e Grinch quale ero e resto, beh, ha dell’incredibile.

Cominciamo, stella?

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4 pensieri su “C’era da

  1. … signor Grinch, sono ricordi che scaldano e tagliano insieme. Che adesso aver voglia di addobbare per il Natale non se ne ha, e che adesso vedere le luci per strada invece che mettere allegria… Quanto è magnifico quel “fermati un attimo…”. Tenerlo così, magari senza malinconia, è miele.

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  2. È specialmente nel pianto
    che l’anima manifesta
    la sua presenza

    Somiglia all’acqua
    che spegne gli incendi.
    Invece è l’opposto – cauterio.
    Quando il dolore tracima,
    allora, contro l’acqua, serve fuoco.
    E il pianto è questo:
    merca, marchio rovente, fumo
    che sale dalla pelle a sigillare
    (per quanto?) la ferita.

    Valerio Magrelli

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