Magma

Ore e ore notturne trascorse a veder sfilare sotto le palpebre le proprie assurdità, malassemblate in una tragicomica parata che neanche l’Armata Brancaleone; altrettanto tempo sperperato a dar loro un senso, una forma; a cercare di tagliarle e cucirle, di disegnare almeno un percorso a quel magma lavico per evitare che qualcuno si faccia male al suo passaggio. Poi ti imbatti in Montale, e non in poesia! Ma in un brano in cui vedi ogni cosa chiara come in una radiografia: i gesti, le occhiate, complicità, tenerezza, la farsa, perfino un giallo (nel senso del genere, non del colore della farfalla di Dinard), e per di più in poche righe, doppiamente efficaci perché, dopo averle lette, ti ritrovi a scrutare la tastiera con maggior deferenza e a pensare (a giusta ragione) che dovresti toccarla solo per biechi motivi di sussistenza quotidiana; altro che blog, altro che pubblicare, altro che il tuo povero magma.

La farfallina color zafferano che veniva ogni giorno a trovarmi al caffè, sulla piazza di Dinard, e mi portava (così mi pareva) tue notizie, sarà più tornata, dopo la mia partenza, in quella piazzetta fredda e ventosa? Era improbabile che l’algida estate bretone suscitasse dai verzieri intirizziti tante scintille tutte eguali, tutte dello stesso colore. Forse avevo incontrato non le farfalle ma la farfalla di Dinard e il punto era se la mattutina visitatrice venisse proprio per me, se trascurasse deliberatamente gli altri caffè perché nel mio (alle Cornouailles) c’ero io o se quell’angolino fosse semplicemente inscritto in un suo meccanico itinerario quotidiano. Passeggiata mattutina, insomma, o messaggio segreto? Per risolvere il dubbio, la vigilia del ritorno, decisi di lasciare un buon pourboire alla cameriera, e insieme il mio indirizzo in Italia. Avrebbe dovuto scrivermi un si o un no; se la visitatrice si era rifatta viva dopo la mia partenza o non s’era più lasciata vedere. Attesi dunque che la farfalletta si posasse su un vaso di fiori ed estraendo un foglio da cento, un pezzetto di carta e un lapis chiamai la ragazza. In un francese più esitante del solito, balbettando, spiegai il caso; non tutto il caso, ma una parte. Ero un entomologo dilettante, volevo sapere se la farfalla sarebbe tornata ancora, fino a quando poteva durarla con quel freddo. Poi tacqui, sudato e atterrito.
“Un papillon? Un papillon jaune?” disse la leggiadra Filli sgranando un par d’occhi alla Greuze. “Su quel vaso? Ma io non vedo nulla. Guardi meglio. Merci bien, monsieur”.
Intascò il foglio da cento e si allontanò reggendo un caffè filtro. Curvai la testa e quando la rialzai vidi che sul vaso delle dalie la farfalla non c’era più.

 Eh, sì. “L’è come isciacquare una botte”, diceva il Volontè bizantino della suddetta e riverita Armata.

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