L’indegno coronamento (1 di 2 – forse)

Non ho mai trovato né il momento propizio né il modo opportuno per mettere al corrente il mio amico Piotr di una balzana convinzione che per ora riguarda solo lui ma in un non lontano futuro potrebbe richiedere un raggio di interesse più ampio, e cioè: “Nulla mi toglie dalla testa che le sorti del mondo passeranno per le tue sinapsi e poi per le tue mani; intendo che capiterai alla Casa Bianca, non necessariamente nei panni di Presidente, a dover giocherellare con i pulsanti all’interno di una valigetta casualmente trovata lì; oppure avrai davanti qualche tipo di congegno munito di timer in funzione e pieno di fili esposti e di tutti i colori, e solo a te spetterà decidere quale tagliare”. Sbaglierebbe chi pensasse che questa mia convinzione riposi su una presunta tendenza di Piotr alla risolutezza, magari fondata su una straripante personalità: tutt’altro. Lui, per lo più, non lo vedi, non lo senti, e anche chi lo conosce da una vita fatica a catalogarne e descriverne il tono di voce. Se gli parli può anche darsi ti risponda annuendo e con un risolino appena accennato: ma per il resto ascolta, opponendoti un paio di impenetrabili occhietti a fessura. Una delle rimarchevoli concessioni a quella che noi chiameremmo umanità si verifica in occasione dei malditesta che lo affliggono d’estate, quando non è raro vederlo in giro a comprare quantità di ghiaccioli tale da stroncare un diabetico alla sola vista: ma ovviamente lui nemmeno li scarta. Ne indovina il lato con lo stecco, li afferra, li appoggia all’arcata sopracciliare e lì li incolla finchè il dolore da accetta incastrata nel trigemino non si placa, o perlomeno finchè il gelato non gli si squaglia praticamente in faccia, seppure protetto dall’involucro. Il sollievo indotto dalle orde di steccalecca poggiati nel corso degli anni su quelle orbite infiammate certifica l’appartenenza di Piotr alla nostra razza, con tutti gli assilli di conseguenza, fisici e no.
Ciononostante, la vita ogni tanto sembra divertirsi a preparargli e recapitargli le circostanze più idonee a trasformarlo nell’uomo delle grandi decisioni. E’ risaputo che chi si arrischi a separare due o più tizi intenti a menarsi come minimo rimedia un cazzotto di straforo e la bieca pecetta di frescone; non così Piotr, che in questi casi, facendo leva sulla sua gioventù trascorsa a cavalcioni delle balaustre di quasi tutti gli stadi delle serie calcistiche infime, aveva il potere non solo di uscirne indenne, ma di congelare il tempo e gli altrui muscoli in ebollizione, avendo anche cura di parlare con i litiganti e di ridurli a più miti consigli, poco importava si servisse talora di argomentazioni non irresistibili, ad esempio: “Non qui, ragazzi”, come a sottintendere “proseguite dietro l’angolo”. Oppure ancora, capitava che un amico comune, nel parcheggiare, si producesse in un’improvvida manovra tale per cui degli pneumatici destri l’anteriore rimanesse impantanato e il posteriore invece sospeso sopra un mezzo strapiombo che pian piano avrebbe finito per risucchiare tutta l’auto: ed ecco Piotr, mentre noi rimiravano quel favoloso e quasi artistico disastro, rimboccarsi per primo le maniche, improvvisare l’equipe dei soccorsi e attribuire una mansione a ciascuno dei membri, che ascoltavano ed eseguivano senza colpo ferire e lavoravano di concerto in un modo degno dello spot dell’amaro in cui alla fine tutti si abbracciano e fanno tintinnare i bicchierini ricolmi dopo aver portato in salvo i vitelli dalla furia dell’uragano.
Negli ultimi mesi ho spesso ripensato sì a tutto questo, ma prima ancora al patio della casa di mezza collina in cui mi sono trovato nella beffarda speranza di passare con gli amici la notte dello scorso trentun dicembre. Ci ero già stato ma a ferragosto, quando sfavillava di riflesso dei colori dell’antistante giardino e rimbombava delle nostre urla e grondava dei gavettoni che allegramente ci scaricavamo addosso a vicenda; ora era solo un buio fermoimmagine ibernato, proprio come me che lì ero piantato, nella stessa coltre di gelo che ammantava tutto il panorama. L’unica luce proveniva dalla porta d’ingresso della casa, verso la quale puntavo gli occhi da un’ora come se ne stesse andando di mezzo anche la mia, di esistenza. Ma che assurdità: certo che eravamo in due, a lottare. Ma qualcuno stava per perdere. Senza possibilità di rivincita, definitivamente. “E il modo ancor m’offende”.
Nel frattempo gli altri partecipanti erano stati avvisati con premura della brusca piega degli eventi: dunque ero sempre solo nel patio quando l’uscio si aprì a lasciar passare del tutto, come si trattasse di un gas velenoso, le notizie degli uomini in arancione: una porta così piccola per un messaggio potente al pari di certe ondate del Pacifico; ma non altrettanto bello. Non ebbi tempo di emettere un gemito. Dal nulla, alle mie spalle, era spuntato Piotr. Chissà da quanto stava tendendomi quell’agguato da vietcong: prima che potessi impedirlo, mi aveva già afferrato per un gomito e trascinato fuori dal cancello; e rieccolo, l’uomo delle grandi decisioni tornato di prepotenza in superficie dopo il letargo. Non so quantificare il tempo esatto che trascorremmo a camminare per tutta la zona, muti, lui sempre a reggermi il braccio come per paura che scappassi, io senza sapere dove stessi mettendo i piedi e con lo sguardo perso nelle vallate attorno, il cui vuoto avrebbe dovuto darmi l’esatta idea della vita che mi attendeva, ma che sul momento era nulla rispetto a ciò che stava appestandomi cuore e cervello.
Non era possibile, non era vero.
O mi sbaglio, Piotr? Mi senti, Piotr? Mi capisci?
(Sì, come Pete Townshend in Tommy, all’incirca. Ma era dura stabilire chi di noi due fosse Tommy).
Non un fiato, accanto a me, nemmeno da condensa.
“Io sembravo un tizio colto in discoteca da una sbornia triste e molesta, e tu il buttafuori che lo caccia via, accompagnandolo ben oltre il parcheggio con parole falsamente complici tipo ‘amico, ti capisco, però ci tengo alla tua salute, non puoi rimanere al chiuso, fai due passi all’aperto, ma non verso il locale, segui l’orizzonte laggiù finchè non ti senti meglio, me ne sarai grato, ok?’”. Così dissi a Piotr già un paio di giorni dopo. Lui, come ovvio, in risposta strabuzzò gli occhi, imperscrutabile.
Invece quella stessa notte, prima di andare a trovare i miei genitori che avevo mio malgrado buttato giù dal letto, ripassai da casa per prendere il caricabatterie del cellulare, ormai ai minimi termini. Come al solito, la ghirlanda che avevamo appeso l’otto dicembre sul nostro portone diventava più visibile gradino dopo gradino: ma ora non provavo l’impulso di staccarla a viva forza. Con che cuore togliere da lì non solo un prodotto delle sue mani – lei l’aveva decorata, infiocchettata, cosparsa di spray e glitter – ma pure l’unica conquista natalizia strappata al ristretto spazio della sua ancora fresca residenza, in cui anche solo un alberello avrebbe rubato angoli preziosi? In quella ghirlanda era concentrata tutta la serenità (per il resto rara) che dicembre infondeva in lei. Chiusi l’uscio alle spalle. Non accesi la luce, per evitare che lo sguardo andasse al suo pigiama ripiegato sul letto, alle sue pantofole, alla biancheria sullo stenditoio. Presi solo il caricabatterie e mi piazzai davanti alla porta-finestra del salotto, con le persiane rimaste sollevate. Avevo sempre ritenuto di permettermi determinate confidenze con l’animale chiamato notte, ma d’un tratto era diventato una bestia sconosciuta, di una ferocia solo a tratti evidenziata dalle luminarie: alcune più lineari e azzurre come fiammelle del gas, a delimitare i corrimano dei balconi; altre più colorate che si inerpicavano in modo disordinato sulle siepi; altre ancora somiglianti al pulviscolo che vedi ballare in una stanza per effetto della tapparella alzata di uno spiraglio, però brillante, di un friccicore visivo proprio del petardo in via di esplosione. Lasciai che quella parata arcobaleno imperversasse a vampate sulla mia faccia, dietro il vetro, e mi abbandonai a pensare al mediocre brano con cui un non meno mediocre cantante preannunciava, non si capiva se con gioia o preoccupazione o entrambe, l’inizio del suo secondo tempo, neanche si trattasse della Coppa Uefa.
Tuttavia, se il gioco è questo, atteniamoci alle regole.
Il secondo tempo di Piotr sarebbe incominciato di lì a breve, con l’arrivo di un pupattolo auspicabilmente meno indecifrabile del padre.
Sul mio campo invece, da quella notte, pioggia torrenziale, neve e nebbia hanno preso ad alternarsi senza sosta, per non parlare delle frequenti rotture dell’impianto luci. Un disastro, guardate.
Come nella migliore, fredda tradizione dei bollettini stampa, “sarà nostra cura inoltrare ulteriori informazioni non appena possibile. Per il momento, la partita resta sospesa fino a data da destinarsi”.

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4 pensieri su “L’indegno coronamento (1 di 2 – forse)

  1. “Nessun maggior dolore
    che ricordarsi del tempo felice
    ne la miseria”.
    Ma se non ricordiamo, almeno, che abbiamo amato a fare?
    È la miseria la casa dove si abita ora. Poi, a data da destinarsi…e questo farà parte della storia e di ciò che siamo, come carn di cui siam fatti.

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  2. Piotr… già adoro il nome. Io accompagno con la mia lettura silenziosa le tue evoluzioni. Ce ne saranno, è una certezza.

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