L’indegno coronamento (2 di 2)

Sarà bene essere onesti: di certo mi avresti visto comunque ingrassare, imbruttire e invecchiare; lo spettacolo che ti sei evitata però è la guerra che quest’anno la pelle mi ha dichiarato. In passato sono stato grato alla sorte per avermi risparmiato gli accidentati lineamenti toccati invece ai miei coetanei; invidiosi loro, perchè davano per scontato che dietro alla mia fronte non lucida e ai miei zigomi sgombri e lisci ci fosse l’aiuto del genitore dermatologo, della cui osservazione invece non ero mai stato oggetto, nemmeno sommaria: ma vaglielo a far credere. L’epidermica età dell’oro si concluse qualche anno fa, quando ancora non ti conoscevo e una mattina d’estate mi scoprii con un favo sotto la scapola destra. Un favo, in medicina, è un agglomerato di foruncoli piuttosto aggressivi; mica quelli piccoli che ad alcune di voi piace spremere sulle schiene dei vostri amati per un’inspiegabile stregoneria (“Lo so che è uno schifo, ma devo farlo, non riesco a trattenermi”). Avevo addosso come una piccola mammella e potevo rimirarla allo specchio in tutto il suo orrendo turgore, voltando la testa.
A quel punto dovetti ingoiare l’orgoglio e ammettere il mio bisogno di aiuto: un passo che però costa non poche battaglie perfino con chi ti vuole bene, compresa quella contro l’Impossibile: non l’impresa che attende chi deve porre rimedio alla questione, ma la parola lapidaria che viene opposta proprio da quel genitore quando affermi, dopo avergli offerto le terga, di non aver sentito il fastidio della crescita di quel coso ormai pieno fin quasi a scoppiare. Non ricordo nemmeno quali manovre da scannacristiani adoperò lui per approcciare l’anomala presenza; so che seguirono alcuni minuti di affannoso trafficare, un rumore come di marciume spiaccicato a forza di pedate e infine la nota amara nella voce del medico sconfitto: “Ti addebiterò la tintoria, figliolo”. Aveva armeggiato sulla presenza più o meno alla maniera del tizio che in quel vecchio spot piazzava rubinetti per bloccare le perdite a getto provenienti dalle pareti, ma in questo caso lo schizzo era prodotto dai miei pori devastati e in rivolta, a guastare indelebilmente la camicia buona indossata dall’idraulico improvvisato.
Senza preavviso, ti divertivi a torturare con le dita il duecentesimi di pelle dove il favo mi era stato estirpato, io non me ne accorgevo e così ti rassegnavi all’idea che un punto di me fosse irrimediabilmente privo di sensibilità (per fortuna non quello più nascosto).
Se tu mi vedessi ora, invece. I follicoli del viso stanno tentando di recuperare anni di inattività, mio malgrado, neanche stessi attraversando una nuova era prepuberale; un esperto potrebbe indovinare a giusta ragione, sotto la guancia destra, lo stesso germe da cui prese le mosse lo schifo sotto la mia scapola, solo che ora non intendo nè farmelo incidere e spurgare nello stesso modo, né girare a faccia incerottata scatenando l’altrui trito umorismo sul cliente che ha sfogato l’insoddisfazione per il mio operato professionale a colpi di spigolo di faldone. Ho fatto proprio ciò che non dovevo, ho espugnato quella immonda fortezza con le cattive, e rimarrò così, ritenendo preferibile ingenerare nel mio prossimo l’impressione che io stia pagando le conseguenze di una determinata voglia alimentare materna rimasta insoddisfatta in gravidanza.
Eh, l’ammiraglio, anzi il patriarca. Sarebbe sempre uno spasso per te osservare prima me, poi lui, e infine gustare le mute somiglianze tra il padre e il figlio: l’alzare un sopracciglio, un aggrottare la fronte, una piega sardonica della bocca, tutto a unisono e in reazione ai discorsi che intanto mamma snocciola sui maschi balzani che la sorte le ha affibbiato, “e finalmente posso contare su un’altra donna, finalmente”; lo vedresti ancora impegnato nell’unico suo attuale tragitto, quello dal divano alla finestra e ritorno. Sono andato a casa sua domenica scorsa, una di quelle giornate in cui la luce cerca di farsi largo di continuo tra una nube e l’altra: al sole accecante si alternava un buio quasi notturno, e lui ogni volta, con una pazienza inusitata, si alzava per maneggiare la tapparella a seconda della necessità, per poi sedersi, resistere ai barbagli o all’oscurità, cercare di leggere il giornale senza riuscirci e replicare l’operazione a distanza di qualche minuto, borbottando inutili imprecazioni. Una sequenza compiuta sempre con decisione, senza le cautele che spetterebbero al corpo di un settantacinquenne pur in salute; ecco perché quei suoi secondi di esitazione davanti alla tapparella avevano indotto ad aguzzare i sensi, stimolati da un particolare che stona nell’insieme, non so, una pennellata di troppo a margine di un quadro, o un cambio di ritmo o di melodia in una musica conosciuta a memoria…perché ora? Cosa succede?
Succede che il patriarca prenda a sbandare come un elefante ubriaco di bacche allucinogene per poi crollare a faccia in giù; ma anche che suo figlio sia già scattato in piedi, certo non abbastanza velocemente da raccattare quel corpo al volo, ma da precederne l’impatto al suolo sì. Lui però fa già forza sulle ginocchia, birbante e fulmineo; i suoi occhi ancor prima dei polmoni cercano aria dal fondo del fosso da cui pare stia risalendo, gli vedi proprio i grumi di terra tra i capelli; la voce è rauca ma risoluta: “Sono inciampato, sono solo inciampato”, dice.

Eh, no. Non prendermi per il culo.
Ricordi, vero? quando da ragazzino in bagno mi pettinavo davanti allo specchio, e tentavo di spacciarti per banali peli quelli che in realtà erano capelli che stavo già perdendo e finivano nel lavandino, e tu me li facevi notare rispondendomi “no dico, secondo te proprio io non saprei distinguere gli uni dagli altri? Non credo di meritarmelo…per chi mi hai preso?”; e avevi ragione, spietatamente ragione. Ecco, ora tocca a me; allo stesso modo io so riconoscere certe cadute a terra, me ne ritengo un esperto, un luminare; e anche se non riesco a qualificarlo, conosco anche quell’angolo di cuore che si ripiega su sé stesso mentre il resto è paralizzato dalla sorpresa; conosco il secondo successivo all’altrui contatto con il suolo, l’attimo eterno in cui non si bada a cosa e al perché sia successo – per quello non c’è più tempo – ma solo al bivio che d’improvviso si para davanti, alla svolta che si impone senza che si sappia o si possa consapevolmente sterzare da una parte, quella della vita, o dall’altra.
Il sentiero si è rivelato giusto, stavolta.
Ma non azzardarti a prendermi per il culo. Mai più.

Potrai mica rivolgerti con parole del genere all’uomo che, d’altro canto, tante te ne ha perdonate?
No.
Nel frattempo una donna accorre dalla cucina, e invece di sincerarsi delle condizioni di chi ne avrebbe davvero bisogno sta confortando un quarantenne sprofondato in una poltrona, addirittura tastandogli il polso impazzito; potrebbe contare sulle dita di una mano le volte in cui lui dalla pubertà  ha pronunciato la parola “papà”, ma stavolta si è trattato proprio di un grido, uno solo, rimbalzato per ogni parete di casa, rimandandone l’eco. Il patriarca, con uno scatto felino, si è già rincantucciato sul divano come un bambino autore di una marachella alle spalle degli adulti; vorrebbe non ritornare più sull’accaduto, ostentare indifferenza, ma glielo impedisce l’indegno spettacolo offerto dal frescone seduto lì vicino, in lacrime. E ci mette poco a passare al contrattacco, sembra Renzo quando rabbonisce Don Abbondio a suon di “posso aver fallato”, ma intanto sgattaiola via pregustando la briga da attaccare con Don Rodrigo.
“Adesso sta’ a vedere che non sono neanche libero di alzare il culo”, bofonchia quindi risentito alzando una spalla, mentre il frutto dei suoi lombi accanto singhiozza “mi dispiace, mi dispiace”.

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2 pensieri su “L’indegno coronamento (2 di 2)

  1. Non ci si scusa, per amore. E diciamoci la verità, qualsiasi cosa il tempo ci procuri la si vuol vedere, per amore. Per cui non ti arrabbiare ti prego, ma non voglio vedere la fine della storia scritta così… Merita di più, merita onore.

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