Travi marce

Mi ha chiamato ieri, mezz’ora circa di telefonata. Entrambi stavamo provando a dare un senso alla serata: io non ci sono riuscito; lui sì, visto che era al lavoro, non per necessità e non solo in quanto storicamente restio ai festeggiamenti, ma almeno per non doversi rigirare tra le lenzuola attorno alla mezzanotte a causa dei botti. Tanto vale che ne parli anche qui.
C’era pure stato il tempo in cui “E Mi Gianlu” indossava la maglia dei Morbid Angel e portava i capelli lunghi al di sotto delle spalle, fino a incarnare pienamente la Bestia, la testa di caprone che sta dentro la stella a cinque punte rovesciata. Per fortuna c’è sempre quel mucchietto d’ossa a riempire oggi il suo composto abitino da oscuro ma prezioso elemento in forza ad un hotel non lontano da Piazza San Marco, e nemmeno l’accento è cambiato: E Mi Gianlu è di fatto e nascita un ispido romagnolo di colle ma di sangue ed educazione rigorosamente veneziani; qualità, queste ultime, che vengono alla luce quando si tratta di esplicitare alcuni concetti che altrimenti rimarrebbero tristemente ovattati per noialtri. Cito soltanto un esempio con cui il Nostro ha tentato di spiegare una certa faciloneria di gusti sentimentali tutta maschile. “Il buso xè il buso, e il casso no g’ha oci”. Un tipo, insomma, dalla cui battuta non ti rialzi così agevolmente. E nemmeno dalla bestemmia; anche se, sul punto, il ragazzo non ha difficoltà a riconoscere la degna rivalità del popolo marchigiano, o abruzzese, o laziale.
Ci ha storicamente unito la voglia di bisboccia perniciosa, il gusto di poter dire e fare cose concesse soltanto a chi è etichettato come irrecuperabile trave marcia, anche se lui ha stracciato un numero di mutande tale che a me non basterebbero due vite per avvicinare. Ricordo una delle tante “agapi fraterne” in casa di un facoltoso proprietario di villino con vista sulle colline, partenza alle cinque di pomeriggio dal centro carichi di piadine straunte e libagioni per tutte le taglie; la rapida uscita di scena delle prime per dare brutalmente spazio alle seconde, colonna sonora una mia cassetta da autogrill con le canzoni del vino (“E noi che figli siamo, beviam beviam beviamo…”); viscere convulse, demolizione di masserizie, DNA umano di vari tipi lasciato in tutti i modi su muri e stipiti; cose molto stupide che puoi rinnegare quanto vuoi, ma che restano acquattate in un angolo di te, indelebili, con il loro fascino immondo. Ecco, in un contesto come questo E Mi Gianlu ed io siamo lì a bivaccare fuori della casa e della grazia di domineddio, al buio, mentre gli altri sono già scesi dalla grande giostra della coscienza. Lui dà una sbirciatina all’interno dell’abitacolo di una delle macchine dei nostri amici, si accorge che le chiavi sono rimaste attaccate al quadro dell’accensione. Combattere la tentazione di accomodarsi al sedile di guida? Bisogna prima porsi il problema. E se uno non se lo pone per nulla? “Dai, facciamo un giro”, mi dice. Io ci resto un po’ così. “Oh, non è che non ti fidi?”, quasi si offende lui, non arrivando a capire che in quel frangente mi avrebbe messo in crisi perfino un “quantofaduepiùdue”. Il problema, in realtà, era chiaramente quello di assicurarsi la mia fiducia, mica di non farsi scoprire dal padrone dell’auto; precauzione in effetti inutile, considerata la catalessi generale. Ma insomma, ho appena il tempo di rispondergli “non sia mai detto” che ci ritroviamo a percorrere a rotta di collo le stradine ripide e buie delle valli sul confine sammarinese, del tutto a vuoto, e intanto penso che se E Mi Gianlu mi piglia un tornante troppo in derapata finiamo in un dirupo e nessuno ci trova più per un pezzo. Lo penso, sì, ma senza neanche troppa convinzione. Facciamo ritorno sani e salvi alla base con altre bottiglie di “nettare” ambrato, tacitamente conteggiando il numero di anni trascorsi i quali avremmo potuto rivelare quanto appena perpetrato. Anche se non al proprietario della macchina; mai.
Il cambio di scena ora è violento e assurdo, ma così dev’essere, se ci troviamo allo stesso tavolo nell’elegante cornice di Palazzo Astolfi, a Santarcangelo, prigionieri dei nostri completini strasudati dopo una cerimonia nuziale lì tenutasi. Il vescovo in persona ha officiato la messa, cianciando di cose come la sottomissione della donna all’uomo allo stesso modo in cui il fedele si dedica anima e corpo alla Chiesa, per poi trattenere gli sposi dopo l’itemissaest al fine di renderli edotti degli articoli 143 e seguenti del Codice Civile, improntati invece all’uguaglianza, all’assistenza e collaborazione reciproca. Sua Signoria, dicevo, adesso punta da lontano il mio compagno di tavola, che fa ostentatamente finta di nulla ma snocciola irriferibili moccoli a fior di labbra. Doppio flashback. Un giorno e in una precedente circostanza E Mi Gianlu lo apostrofò gridandogli “Santità!” mentre quell’altro usciva dal Duomo fasciato nei paramenti ufficiali. Un’altra volta, dopo un breve conciliabolo tra i due, Sua Eccellenza dichiarò: che simpatico quel ragazzo, peccato sia ateo.
Insomma, tornando a Palazzo, E Mi Gianlu dribbla gli imbarazzi sin quando non può evitare di sentirsi domandare, a mezzo centimetro di distanza: “Dunque lei ha deciso?”. Nessuno sbaglio, la Signoria è proprio lì per lui, ed esige una risposta ma simpaticamente, con gli occhietti alla paracula. Solo che E Mi Gianlu equivoca. Per via del colloquio di cui sopra, pensa che la domanda completa sia “Ha deciso di persistere nell’ateismo?”. Così risponde, timido: “Eh, ormai…”. Sua Eccellenza, in verità, precisa subito:”…No, dico, ha deciso di non radersi?”. Aaaaaah, beh. Miserello come pretesto per attaccar bottone, Santità, proprio miserello. Così il commensale barbuto sente il suo interlocutore in pugno e replica: “Si, ma non mi ha visto di ritorno dal viaggio che ho fatto in India. Mai stato tanto senza usare il rasoio”. “Ah, l’India….la conosco”, rassicura Sua Signoria: “Lì nemmeno si lavano!”. Cosa può fare l’uomo di media avvedutezza, nel considerare che una conversazione come questa è ormai giunta a un punto morto? Magari dare scherzosamente ragione, limitarsi a un “ah, beh, certo, buon proseguimento”; da evitare il “Sialodatogesùcristo” che saprebbe di rischiosa ruffianeria. Tacere, perfino. Ma E Mi Gianlu non è tipo. Nei suoi occhi sta già brillando il lampo, secco e bruciante. Non resta che aspettare il tuono. Eccolo che arriva.
“E’ proprio vero. Laggiù la carta igienica non sanno neanche cos’è. Mano sinistra, e via andare!”.
I due minuti di corto circuito successivi a questa risposta, dei quali cado miseramente vittima, mi impediscono di registrare – tra l’altro – la reazione di Sua Eccellenza. Mi dicono che se ne sia semplicemente andato così com’era venuto. Ma anche che E Mi Gianlu avesse quell’angolino di bocca piegato all’insù che, in faccia a lui, voleva dire, ancora una volta: “E vabbè, ragazzi, mi conoscete o no?”.

Qualcuno magari si starà chiedendo cosa ci siamo detti ieri sera. Niente auguri, no di certo. Monosillabi o grugniti, per lo più; ma ogni fonema che li componeva era a suo modo pieno d’affetto. Ha funzionato un anno fa, quando si trattava di stabilire un contatto con l’abisso morale in cui ero sprofondato: perché stavolta sarebbe dovuta andare diversamente?

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4 pensieri su “Travi marce

  1. Già. Non si ha bisogno di lunghi discorsi pieni di saggezza, ma di stabilire un contatto che ci faccia respirare affetto senza infrangere la barriera che abbiamo messo su per difenderci. Un contatto che ci rimetta “in contatto” con il resto di noi. Io lo amo E Mi Gianlu…

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  2. Ieri mi ha mandato un link a una pagina on line del Daily Mail sulla quale è pubblicato un filmato che mostra quanto i cinesi son capaci di fare con i fuochi artificiali. Il tizio ha sparato in aria un sistema di razzi che formava una scala man mano che saliva in cielo fino a perdersi nell’infinito, tutto in ricordo di sua nonna. Ma è anche la miglior rappresentazione possibile del concetto di Stairway to Heaven.

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