Lu prevete

Alle cinque e mezza sarebbe passato “lu prevete” a benedire le tristi mura in cui lavoravo: a differenza degli altri anni avevo beneficiato della soffiata dell’usciere del palazzo, adeguatamente corrotto alla bisogna nemmeno fossi stato Fantozzi bramoso di apprendere in anticipo le domande del concorso per entrare nella megaditta (“Le piace il cinema espressionista tedesco?”). Gennaio era ben lungi dal cessare di mettere ai monti la parrucca, come dice la filastrocca, quindi alla notizia gli avevo sgranato tanto d’occhi, ingenuamente: ma come, già la benedizione? Non è propedeutica alla Pasqua? E il buon uomo non si era scomposto granchè, limitandosi a ipotizzare che la protezione divina stesse per scendere così precocemente a causa di una Pasqua orrendamente bassa, tipo a metà marzo, cosicchè l’emissario celeste era stato costretto a fiutare tutte le piste del circondario mentre in piazza stavano ancora finendo di smontare l’abete; era certa soltanto la sua telefonata, dal cui tenore si evinceva che dovessimo aspettarlo in letizia, nel Cristo e tutti schierati in parata o quasi, abbandonate le nostre misere faccende terrene.
Dove abito, viene affisso almeno un avviso sulla porta in modo da lasciarmi decidere quando darmi assente. Ma non era così semplice evadere dal lavoro: alle cinque e mezza sarebbe passato lu prevete e io, preso in contropiede, mi trovavo a ripensare alle modalità grazie alle quali avevo evitato l’incombenza in diversi anni di ingloriosa militanza d’ufficio. Allo squillare del citofono, partiva l’altrui caccia al sottoscritto miscredente il quale, nel frattempo, si era preventivamente dileguato dalla porta di servizio; ma questa poteva essere sorvegliata, quindi non restavano che i nascondigli alternativi, tipo il cesso, che però poteva essere occupato, o la penombra sotto la scrivania; a meno che i segugi non gradissero stanarmi, e allora mi cimentavo in una telefonata finta quant’altre mai, a dare ad intendere che ne avessi per venti minuti almeno; ma il prossimo (sotto le spoglie di esimio collega) che detestavo come me stesso, ci metteva poco a sbugiardarmi componendo il mio numero. Ormai non avevo che da calarmi dalla grondaia a rischio dell’incolumità, e se così avrei evitato di corredare un semplice rifiuto da ulteriori spiegazioni o precisazioni, come “non voglio”, “sai bene che non ho fede” oppure, peggio del peggio, “si vede che non ho voglia di essere gradevole”, sarei stato comunque attraversato dall’orgoglio bamboccio provato la prima volta che non riuscirono a snidarmi: a fine giornata il suddetto collega prese a percorrere a passi larghi tutto l’ufficio urlando al vento, ma in modo che tutti sentissero, “Non mi sei piaciuto te, eh?! Non mi sei proprio piaciuto”.
Alle cinque e mezza sarebbe passato lu prevete, e giocherellando con la penna sulla scrivania avevo ripensato all’unica volta che fui costretto ad accoglierlo: mancava l’impiegata e disgraziatamente occupavo la stanza più vicina alla segreteria, il che implicava dover aprire la porta a ogni trillar di campanello. Lui entrò, io sentii qualcosa scricchiolarmi dentro perchè, pur con tutto il disagio da sempre covato nei confronti dell’imminente rituale, sottrarcisi, o piantarlo in asso, non sarebbe stato educato: era troppo tardi. Quel giorno l’ospite dovette visibilmente reprimere un moto d’insofferenza di fronte all’evidenza che, di tutto l’ufficio, a spalleggiarlo c’erano solo un poveraccio, io, che si sottraeva ostinatamente alla farsa non facendosi il segno della croce né rispondendo anche solo un misero “amen”, e altre due fanciulle destinate secondo Bibbia al parto con dolore, che addirittura si erano date di gomito per uscirsene con un tragicomico “In fondo non le è andata male, ha trovato due donne!”…una scemenza che nemmeno io, animato dalle più blasfeme fantasie, avrei potuto concepire. Poco prima, gli echi delle bestemmie che filtravano da sotto determinati usci lì vicino mi avevano indotto a non coinvolgere altri soggetti nel biascicato pateravegloria.
Alle cinque e mezza sarebbe passato “lu prevete”, e per un momento pensai che forse avevo sbagliato tutto; certo non potevo pretendere di convertirmi tutto d’un tratto, ma magari non era troppo tardi per improvvisarmi credente a cottimo – tanto credi e tanto meglio ti senti, senza vincoli particolari – ingrossando le fila di coloro che, in questo modo, se non possono risolvere i problemi con sé e col mondo almeno li anestetizzano di volta in volta, e sempre di più, fino ad imparare a porseli sempre di meno. Avrei dovuto anch’io piazzarmi accanto all’officiante e assecondarne i gesti e le formule rituali, del resto si sarebbe trattato di tornare a sviluppare la detestabile abilità inculcata in età scolare da una potestà genitoriale stando alla quale fortunato era il pargolo (e dunque i di lui genitori) che, pur non dotato di acume, riusciva a farsi ogni volta immortalare a fianco della maestra nelle foto di classe: segno che il pupo non avrebbe presieduto Confindustria ma almeno era allenato a riconoscere quale fosse il posto giusto da occupare. E così, puro siccome un giglio, non avrei nemmeno dovuto tenere a bada la tentazione di far deragliare la cerimonia dal suo percorso, aprendo cioè la porta del bagno e proclamando: “Padre, sia cortese, mi benedica pure lo scopino”, come il vero me aveva sempre sognato. Alla fine, sulla soglia, gli avrei fatto intascare l’obolo disegnandomi in faccia l’espressione giusta, compiaciuta ma non troppo, da pecorella umile  ma con lo spirito rinfrancato da quella beneficenza seppur presumibilmente destinata, spicciola com’era, a qualche capriccetto personale extra parrocchiale; e dopo il congedo avrei chiuso la porta desideroso di rituffarmi nelle profanità accantonate, ma con il conforto degli angeli scesi a vigilare su quelle mura per altri dodici mesi: la forma è salva, la sostanza non è una questione terrena, e anche fosse chi sono io per affrontarla e dirimerla?

Quel pomeriggio lu prevete non passò. Vatti a fidare

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2 pensieri su “Lu prevete

  1. Non ci si può fidare più di nessuno, pensa te! Certo che a far piani di fuga o distrazione siamo bravi eh? Che poi uno non arrivi e ti rovini la strategia fa fastidio… Ciao Tullio, ho le gomme a terra, ma ci sono, da lontanissimo. Abbraccio?

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  2. Carissima, di strategie se ne possono inventare tante, ma riuscire a metterle in pratica è un altro paio di maniche. E la battaglia è vera e lunga, per questo sì, direi che un abbraccio ci vuole 🙂

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