S’alzino le vele

Premesso che lei era il tritono più inquietante mai assemblato da Kerry King con la sua chitarra puntuta e bruciante

Premesso che lei era il più disorientante giro sul piede perno con passo d’incrocio e cambio di mano in volo mai eseguito da Julius Erving: se ti distrai sei fregato; se provi a starci dietro, dopo due ore potresti essere ancora lì a chiederti dove ti trovi

Premesso che lei era la Devil’s Kiss, e precisamente quel momento di Devil’s Kiss che ti fa desiderare una penna e un foglio; e cosa ne vien fuori, si tratti di note, disegni o parole, non è questione di stretta impellenza

Insomma, ciò premesso

Lei era un Diamante del Palazzo. Ma non uno qualunque: quello più sfaccettato e tagliente, che non finisci mai di guardare.

Lei era la zucca che, nei caplaz, è l’equivalente del dono del Fuoco agli umani da parte degli dei.

Lei era la luna che gioca a nascondino dietro il Castello, e rende nobile perfino il putridume del fossato nel quale si specchia.

Lei era il silenzio che resiste in Via Garibaldi anche quando brulica di gente; era il suo stupore di me che me ne stupivo, abituato com’ero e come sono alle ostiche atmosfere della mia Casbah rivierasca.     

Lei era la bici che fila lenta lungo il nastro d’asfalto a tagliare in due i campi della Contea; era la nebbia dall’argine che corre parallelo: devi lasciare che sia lei ad avvolgerti e capirti e poi, semmai, vi ritroverete legati. Era la voglia di andare via da lì e la contemporanea vertigine al pensiero della mancanza di quelle “L” che si abbattono sul palato con la forza di tutta una marea, ma che in bocca ad un ministro della cultura non fanno altrettanto bene al cuore. Era la panchina davanti alla chiesa oggi acciaccata dal terremoto, su cui i bambini della parrocchia e il cucciolo loro mascotte sedevano nell’identica posa composta ma allegra, pronti per una foto che pochi saranno degni di vedere.

Ecco cos’era lei. Ed ecco perché adesso è Ferrara la mia donna.

A qualunque ora e ovunque mi trovi, l’importante è partire, partire sempre, anche se avevo appena disfatto le valigie.

E dunque, s’alzino le vele.

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4 pensieri su “S’alzino le vele

  1. Beh, io non amo particolarmente quel territorio, che dentro di me è spoglio di sentimento. Capisco però la sensazione, io per esempio questo trasporto passionale lo sento per Venezia (sono molto banale), una città che prima schifavo, per la troppa acqua e la decadenza che mi trasmetteva. Ora invece vedo solo la sua potenza architettonica e la luce riflessa, abbacinante, nelle sue acque, con alle spalle la stazione. Inzomma, son cose molto personali… No?😉 ciao!

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  2. Cara Ambra, ho parlato di posti che erano lontani dalla mia cosiddetta sensibilità, senza scordare – mi ripeto allo sfinimento – le guerre sante e insensate che mi vedevano coinvolto contro la città in questione e i suoi abitanti negli anni Novanta per biechi motivi calcistici. Poi si cambia, le persone ti cambiano – per fortuna. Io mi vedo bene in Baviera, ma son sicuro che troverei modo di lamentarmi per la lontananza dell’aria di mare (non del mare, eh!). Siamo complicati, che vuoi farci. Abrazos!

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