Il Sor Dalmazio (1 di 2)

Se è vero, comevvero, che la mia banca altro non è che un simpatico trastullo per dare sfogo ai capriccioni dei nostri fratelli libici e arabi, allora come mai la filiale dove ho il conto è afflitta (o magari mi sbaglio: se ne fregia) dalle calamità che in generale insistono su buona parte degli uffici italiani? Prima fra tutte le attrezzature, i monitor muniti di tubo catodico, le stampanti ancora ad aghi, il grigio stinto dei computer non di molto più nuovi delle scatole di scarpe piene di circuiti stantii che infiammavano ingloriose sfide a Prinsofpersia nel mio appartamento universitario. E ancora: su cinque sportelli messi su da un’anima inutilmente generosa, solo uno è a tutti gli effetti occupato e operativo; e ogni volta che vieni a contatto con questo immane spreco, pensi che per far funzionare tutto sarebbe bastato lo spazio di una cabina d’ascensore. Per non parlare del fatto che il funzionamento di quell’unica postazione dipende dalla  puntualità di un addetto che non disdegna sopraggiungere con calma, mentre intanto dall’esterno cerchi di captare un fremito dalla semioscurità in cui si crogiolano i tuoi spiccioli, e ti chiedi se nottetempo sia stato proclamato qualche sciopero. Ma no: alla fine arrivano sia le otto e trenta sia il bancario, che a gesti misurati, come stesse affrontando un provino, lega la bici a un palo, affronta i pochi metri che lo separano dal metal detector e ci sussurra: “in queste mattine son da solo”. Lo sei sempre e da una vita, verrebbe da dirgli.
Mentre ci taglia in due con quella secca giustificazione, l’uomo abbozza un sorriso: di per sé indicherebbe un segno di resa e dispiacere se non fosse accompagnato, poco più su, da un paio di occhi impietosi, glaciali. Quando li rivedi alcuni secondi dopo, mentre il loro titolare è seduto in postazione e accompagna il suo immobilismo alla frase “purtroppo il terminale si deve scaldare”, senza lasciare speranze sulla tempistica dell’incombente, allora capisci di essere al cospetto del monumento all’autocompiacimento: non gli interessa se da un’altra filiale saresti uscito fischiettando da almeno dieci minuti, sei libero di trasferirtici, anzi, di cambiare proprio banca, nulla si può fare, inutile prendersela. L’unica parziale consolazione è che questa pantomima non stia consumandosi ai tuoi danni, visto che non sei il primo in coda e dovrebbe spettarti il conforto di un terminale almeno tiepido. Del privilegiato suo malgrado si vedono al momento solo la schiena, una nuca seminascosta dal berrettone che gli ricopre l’occipite, una manina a strofinare un occhio e l’altra paziente, appoggiata al ripiano ma pronta all’azione come se nell’aria aleggiasse un’imminenza di fatto inesistente. La maschera del bancario è attraversata dai riflessi delle schermate di avvio del computer; il suo dirimpettaio prova comunque a scalfirla proponendo un “freschino oggi, eh?” che se da un lato è destinato ad infrangersi miseramente contro il vetro dello sportello, dall’altro mi rimbalza nel cranio con tutta la potenza di quella “erre” detta moscia solo per convenzione: in realtà è vivida, puntuta, ostinata, è la trivella che dal marciapiede sotto casa tua vuole avanzare fino al centro della terra, e per di più di domenica mattina, alle sette; e scava fino riportare alla luce uno scambio di battute di cui sul momento fatico a ricordare tempo, luogo e protagonisti; so solo che fa “In che lingua è scritta la Bibbia?” – “In Ebrrraico”.
Vorrei tanto potermi concentrare su queste circostanze scontornate come una vecchia foto: me lo impedisce l’unico movimento del correntista, ovvero il suo strofinio agli occhi che dall’apertura della filiale non ha conosciuto pausa alcuna – ma sarebbe improprio definirlo in quel modo, pare piuttosto che l’uomo stia affrontando un’articolata autoespiazione. Con un dito, infatti, si accarezza prima una palpebra superiore e poi l’inferiore, facendo in modo che sotto ad esse si accumuli dell’aria; dopodichè infierisce con tutto il pugno su entrambe, schiacciandole e producendo un rumore come di insetto spiaccicato, ma lentamente, come se la suola della scarpa si divertisse a infierire su ogni vertebra o il cacchio che è. E proprio quando mi aspetto che il bulbo oculare oggetto di tortura salti via da quell’orbita in segno di protesta, il conrrentista si volta d’improvviso verso di me, segno che ritiene malriposta ogni speranza di stabilire con il bancario uno straccio di contatto umano. Allora lo riconosco.
Il sor Dalmazio non aveva scaldato il cuore dei suoi studenti al punto da indurli a salire in piedi sui banchi al grido di “capitano, mio capitano”, anzi, era stato il tipo di professore che nelle ore di buco e durante la ricreazione si trovava a stanare le coppiette – a dire il vero neanche si sforzavano a rintanarsi – per poi esibirsi in una se non altro affettuosa parodia di Maurizio Costanzo: “Bbboniiii!”, gridava loro a un millimetro dalle orecchie, e come per incanto le labbra degli innamorati si dissigillavano le une dalle altre; peraltro, mi viene anche in mente che proprio dalla sua bocca uscì quell’ “ebrrraico” di cui sopra, con correlativa erre trivellatrice; una presa in giro più volte perpetrata a suo danno da qualche alunno testadigrancazzo, che poi gli rideva pure in faccia senza ritegno. E insomma, dacchè non ho mai fatto parte della schiera, suppongo neanche tanto nutrita, di coloro che vanno a far visita ai professori di un tempo, il destino ha invertito il meccanismo e messo l’insegnante sulla mia strada, in una mattina qualunque e in una filiale che pare andare avanti per miracolo. Il Sor Dalmazio porta gli stessi baffi di vent’anni fa, credo di poter dire stia invecchiando discretamente non fosse per questa storia della barba, su cui mi sono già pronunciato quassù un po’ di tempo fa. Ragazzi, ormai ve ne sarete accorti anche voi: la barba non ha alcun tocco magico, non conferisce alcun potere seduttivo a chi se la lascia crescere, o perlomeno succede solo a chi bello è anche senza. Nel resto dei casi la barba, soprattutto in fase di prima crescita, getta ombre sui lineamenti, li gualcisce, li sporca addirittura in certi casi, come lasciandoci sopra pozzanghere; e quando si è compiutamente formata, anche se poi viene curata, ti fa apparire solo più vecchio. Tale è l’effetto che produce sul volto del Sor Dalmazio, il quale però almeno sta scontando solo la pigrizia di un paio di rasature saltate, non certo la vanità degli aspiranti bei tenebrosi. E questo mio sfogo apparirà tanto più incongruo quanto più si consideri che in verità il Sor Dalmazio (che non mi ha riconosciuto, s’intende, né è mia cura palesarmi) mi sta offrendo nel dettaglio non le sue guance ma l’occhio che stava tormentando fino a poco prima, crepato da reticoli infiammati. Domanda: “Mi scusi, riesce a vedere se sotto la palpebra c’è un corpo estrrraneo?”, subito tira giù con l’indice la pelle dello zigomo per farmi controllare meglio e io ho il piacere di confortarlo, dicendogli che in effetti all’altezza del dotto lacrimale pare essersi infilato un pelo di ciglia. “Meno male!” replica lui, “Verrà via prima o poi…è che ho fatto di recente la cataratta e temevo si trattasse di problemi legati all’intervento…grazie, sa? Grazie mille” si congeda il Sor Dalmazio, per poi ridarmi la schiena e tornare a cercare segni di vita sulla faccia del bancario, di là dal vetro.

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