Il Sor Dalmazio (2 di 2)

Impresa sempre vana, savasandìr: i criceti non stanno facendo girare abbastanza velocemente le ruote che compongono gli ingranaggi del computer in dotazione alla banca, lasciando campo libero ai ricordi nel frattempo ispirati da quelle spalle voltate. Nessuna atmosfera da società dei poeti estinti, si diceva: anzi, niente poesia né estinzione. Il Sor Dalmazio, implacabile tutore dei costumi a livello del mare, dava il meglio da accompagnatore delle nostre gite scolastiche, in occasione delle quali la praticamente nulla concentrazione di salmastro nell’aria lo induceva a far l’asino, sotto molteplici aspetti. Il più innocuo mi riporta alla mente questo omarino, d’improvviso privo di freni inibitori negli scantinati dell’hotel fiorentino che ci ospitava, agitare gli indici a mo’ di tergicristallo e saltellare ora su un piede ora sull’altro ai ritmi sciorinati dall’immancabile – ‘tacci sua – alunno chitarrista, per il presunto sollazzo della scolaresca intera. Note raffinate e moderne, s’intende: “Diceva Messalina dall’alto dei palazzi…” eccetera; e per il ritornello aveva diviso la platea: all’accorato appello degli uomini (“Rosina dammela”) seguivano puntuali il diniego femminile (“E no non te la do”, cui si accodò un’altra componente del corpo docente incapace di provocare finanche un ergastolano) e la chiusura nuovamente maschile (“Lo vedi come sei, lo vedi come fai, agli altri la dai sempre, a me non la dai mai”). E oltughèder! “Diceva Senofonte, al figlio Aristodemo…”
“Ci siamo quasi, eh”, fa intanto il bancario, come se la rassicurazione ormai avesse altra valenza se non quella di richiamare ulteriori episodi che godettero degli onori di una cronaca non nera solo per caso. L’unica volta in cui mi sono messo degli sci ai piedi, con esiti discutibili, fu nella settimana bianca a Pejo o forse a Chiesa di Valmalenco, località fidatissime per le esigenze ricreative del nostro liceo. Il sor Dalmazio ci accompagnava anche per sorvegliare la decente traduzione delle versioni prescritteci dopo la giornata sulle piste, anche lì con risultati altalenanti: se noialtri riuscivamo a ricordare che spero, promitto e iuro reggono l’infinito futuro, era solo per via della rima, e ringraziare. Un pomeriggio, maledicendo la mia esistenza, stavo salendo i gradini dell’albergo Genzianella (lassù gli hotel si chiamano così per decreto legge, ipotizzò Michele Serra) desideroso di un letto e di ottenere dal maestro, l’indomani, l’esenzione da qualunque attività a salvaguardia dell’incolumità mia e pubblica nel raggio di qualche chilometro. D’un tratto fui travolto da una valanga non di neve ma di carne: era il sor Dalmazio, che avrebbe spazzato via perfino un gatto delle nevi se gli si fosse parato davanti. Nell’ora precedente era successo, nell’ordine, che:

  1. suo figlio dodicenne, partecipante non alunno, colto da arsura nella sua stanza avesse tirato una sorsata da una bottiglia di vetro priva di etichette lasciata imprudentemente da terzi sul comodino;
  2. il liquido trasparente ivi contenuto non fosse acqua ma trielina, fornita in quel formato dall’albergo perché il sor Dalmazio, lì per lì assente, potesse smacchiare la tuta;
  3. il ragazzino vomitasse fino al più recondito anfratto delle proprie budella;
  4. il paparino, nel frattempo accorso e messo al corrente, gli avesse somministrato del latte e detto “Ora dormici su, vedrai che passa” – uomo di mondo, lui!
  5. lo stesso sor Dalmazio fosse preso per le spalle e agitato dall’altra collega accompagnatrice alla quale aveva raccontato tutto il trambusto. Ed eccolo dunque, reso consapevole della sciagurata condotta, scendere le scale come il macigno-trappola del film di Indiana Jones in direzione della camera che condivideva col figlio, strappare quest’ultimo alle lenzuola e infine affidarlo all’ambulanza dove si evitò che il sonno dell’intossicato diventasse eterno. “A lui là neanche un pesce rosso, altro che figlio”, borbottò qualcuno al ritorno.

“Eccoci”, s’illumina il bancario, e siccome il correntista sta già effettuando l’operazione io devo affrettarmi a ripescare nella memoria la bettola di Saint Vincent da cui stavamo per congedarci, noi solito manipolo composto dagli imberbi e dai due accompagnatori uno dei quali sapete chi è. Stipati sul pullman del ritorno, da una mezz’ora ci guardavamo negli occhi: perbacco, non si partiva mica, il posto di guida era vuoto. “Va be’” esalò rassegnato il sor Dalmazio, che in cuor suo già sapeva. Infatti scese e tornò dopo qualche minuto reggendo per la collottola un tizio stranito che a fatica pareva reggersi in piedi, figuriamoci mettere un passo dietro l’altro. Il problema era che trattavasi del nostro autista. Prima di risalire inscenarono un fitto conciliabolo all’esito del quale lo stranito ruppe ogni indugio e si sedette ai posti di comando, col risultato che nei minuti successivi, durante i primi chilometri di viaggio, ammirammo nei dettagli i costoni di roccia ai lati delle strade, e cara grazia se non ne diventammo parte assieme a tutto il pullman. Ci fermammo alle soglie di uno strapiombo, il conciliabolo riprese e alla fine lo stranito ammise: “Uh, quante storie per una canna”. E proprio quando il novantanove percento di noi stava rassegnandosi a passare una notte all’addiaccio in attesa di un autista sostitutivo, possibilmente sobrio, il restante un percento, sapete-voi-chi-è, erse fieramente il petto e proclamò “ai pens me”. L’impressione che scherzasse fu dissipata dalla visione di lui, dotato della banale patente B, già abbarbicato al volante del pullman; e “taci donna”, disse alla collega la quale in realtà non riusciva neanche ad alzare un dito, “A notte fonda magari, ma arriveremo!”.
Di quel giorno sono riuscito a non rimuovere il ricordo di un disgraziato che al casello, per afferrare il tagliando d’entrata in autostrada, dovette sporgersi dal finestrino fin quasi a rischiare di spetasciarsi al suolo, avendo fermato a non adeguata distanza dal pulsante il bestione che cercava di padroneggiare. L’altra adulta del gruppo, durante il successivo tragitto stracciabudella, intimava a ciascuno di noi di non far parola sull’accaduto, mentre colui che avrebbe dovuto guidare se la ronfava beato nei suoi paradisi artificiali; ma la premura di lei era inutile. Infatti arrivammo proprio a tarda notte (“Ehm, ci siamo fermati a Superga”, neanche fossimo un Toro Club andato a rendere omaggio), per salvare le apparenze all’entrata in città il volante tornò al titolare effettivo e parzialmente rinsavito, e il Sor Dalmazio si salvò per miracolo dalla lapidazione che i nostri genitori – ovviamente al corrente di tutto – avevano giustamente approntato per lui alla discesa dal pullman. Se fosse stata già operativa Barbara D’Urso ci avrebbe campato una settimana; invece per la diffusione della ballata dell’autista drogato ci si dovette accontentare di “Visto”, sfogliato dal barbiere s’intende, chè per una schifezza del genere io certo non avrei speso un centesimo.
Nel frattempo il sor Dalmazio sta per congedarsi, ma prima chiede al bancario di prelevare un duecento euro: “Per la mia badante, sai”, si giustifica, ma dal tono in cui lo dice, seppur serio, non capirai mai se stia scherzando o no. Alla fine si lascia inghiottire dalla cabina metal detector e magari lo rivedrò almeno un’altra volta, magari mai più.
Assolti i miei doveri previdenziali, uscendo, butto un occhio al monitor montato in un angolo, dove un tizio sempre diverso – inquadrato da seduto e a mezzobusto, alle spalle una parete bianca – guarda nel vuoto, volta la testa qua e là, parlotta al telefono. Non so chi è – magari un vigilantes – né dove si trovi, né il motivo per cui debba essere ostentato in quel modo. Con tutto il dovuto rispetto, però, dev’essere una pena non potersi scaccolare impunemente o concedersi una goduriosa grattata dove più aggrada.

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