TPER blues

Nanni Moretti se ne serve per dar sfogo a nefandezze che nella vita reale costerebbero la galera a chi solo si provasse a perpetrarle; eppure, tra una raffica di insulti, una devastazione di suppellettili e un’aggressione fisica a qualsiasi cosa – uomini, donne, piante – dia segni di vita, il suo alter ego cinematografico Michele Apicella ha modo di prodursi in qualche slancio di personale e insperata umanità, come in “Bianca”. A scanso del lacrimevole finale in cui, prima di essere portato via in ceppi, se ne esce con un “è triste morire senza figli” che stonerebbe in bocca al papa, il nostro, pedinato dalla polizia nell’ambito di alcuni casi di omicidio, viene sorpreso dagli agenti a bivaccare in stazione, e dunque fermato onde prevenirne un’eventuale fuga. Ma al commissario che gli chiede spiegazioni in merito, Apicella risponde senza colpo ferire, e magari anche sinceramente: “Mi piace guardare la gente partire” (o giu di lì). Non credo raggiungerò mai cotale vetta, per una serie di ragioni. A parte che no, non mi interessa guardare la gente che parte; ed anche se ne fossi contagiato si tratterebbe di un interesse menomato dal mio pessimo tempismo: adesso, nelle stazioni, non mi trovo mai ad assistere ad una partenza come si deve, in cui cioè qualcuno, prima di salire sul treno, si allaccia a chi resta in un lungo e laocoontico abbraccio; mi si infrangono addosso solo maree indifferenziate di viaggiatori da e per. Il problema in ogni caso non si pone, perché sono afflitto da un’incompatibilità di base, in virtù della quale io stesso a lungo e reiteratamente ho rivestito il ruolo di chi si separa (dunque osservato, in quanto tale, da un ipotetico Apicella), sia in qualità di partente sia di colui che sulla piattaforma sventola il fazzoletto, sicchè difficilmente potrei immedesimarmi in un altro punto di vista. Ma se è così, resta da spiegare per quale ragione, da tempo esaurite le mie incombenze da pendolare, io non solo provi (e soddisfi) il bisogno fisico di capitare nella stazione della mia città, sfruttando il domicilio fiscale che di giorno mi permette di vederla sporgendomi dalla finestra, ma venga pure assalito dalla nostalgia per le altre due in cui, a cadenza regolare, sono transitato, partito e arrivato.
Al mattino, mentre la gente sciama nel locale più comodo, a me piace andare a prendere il caffè al bar-tabacchi sui binari, deviando il percorso dall’ufficio e imbattendomi in sensazioni non confortanti, si tratti della visione di facce scartate perfino dai provini dei “Guerrieri della Notte” o di penosi scheletri di biciclette rimaste legate alle rastrelliere (in alcuni casi, la catena più leggera a forma di molla viene fatta trovare attorcigliata in modo disordinato ai raggi della ruota della bici, intonsa, perché tra i ladri ne esistono di burloni che così ti fan capire “su, è troppo facile, la prossima volta voglio un lucchetto serio, alla mia altezza, ma per chi mi hai preso?”); oppure di inalare l’afrore del kebabbaro già in piena attività o della piscia ancora fresca con cui sono state irrorate le siepi che lo circondano. Forse è tutto da ricondurre alla mia anima zingara. Certo, non che io non frequenti altri bar; tuttavia, quando arriva la volta in cui varco la soglia ed il barista mi sorride e chiede “caffè?”, cercando di instaurare un clima di complicità e confidenza che io non avevo concesso neanche in simulacro, allora so che lì non entrerò più. In stazione, invece, luogo di passaggio per eccellenza, sono sicuro che nessuno baderà a me e tantomeno proverà a memorizzare e interpretare la mia faccia, quindi posso sfilare tranquillo sotto gli occhi del gruppetto di tizi che bivaccano nei pressi della cassa – non so mai con certezza se li sto scavalcando nella fila – per poi rendermi conto che si tratta di tassisti momentaneamente in libero cazzeggio: sempre troppi, sembrano, per una città di mare in bassa stagione.
In una delle forze che mi attraggono in quell’orbita, pensandoci bene, incappo non appena mi affaccio alla cassa. Impettita, e dunque ancor più sentinella del portiere decantato da Saba, la ragazza delle sigarette si erge come a difesa degli snack al cioccolato lì esposti. Indossa una camicetta bianca, pantaloni neri, un orrendo paio di scarpe da suora dal tacco gigantesco e quadrato, nonché una faccia truccata abbastanza da indurre il prossimo a ritenere che lei è lì per avviare e sostenere una seppur minimale conversazione. Mentre faccio lo scontrino, non ha nemmeno bisogno di avvicinarsi per chiedere, immancabilmente, se sono un fumatore. La squadro di sotto in su, non con disprezzo s’intende. Schiudo le labbra, e.
Ascolta, non so chi ti abbia investito di questa missione – un’agenzia di lavoro? o direttamente, quale onore, una multinazionale del tabacco? Ma…perché non vieni a stare da me? Penserò a tutto io, possiamo farcela e andare avanti anche se pianti questa farsa mal recitata che ti costringe a stare impalata ad aspettare l’arrivo di un pinco-palla per i cui bronchi fingere interesse. Altrimenti gestisciti come credi ma, per iniziare, sarebbe già importante avvertire, anzi, proprio fiutare la presenza di qualcuno nell’aria, dopo aver girato la chiave nella porta. Facciamo qualcosa, salviamoci a vicenda, che ne dici?
Ovviamente taccio il particolare più bruto, cioè che non sono innamorato di lei. E comunque: chi mi ha messo in testa che abbia bisogno di essere salvata, o che meriti l’afflizione della mia topaia e della mia vicinanza fisica? Alla fine me ne esco con l’espediente che uso con le sue colleghe, proclamando “se fumassi, oh come fumerei!” per spiazzarla, o almeno distoglierla un momento dal carosello dei cenni di assenso o diniego che deve affrontare. Ma lei non pare programmata per andare al di là degli altrui sì o no: alle mie parole è come se si disattivasse, facendo apparire uno screen saver al posto della faccia. Il suo sguardo è andato a morire in un angolo, dietro il frigo dei gelati; o meglio, nel nulla. E quando, alle mie spalle, sento che nel frattempo ha riattaccato la litania finalizzata a perfezionare lo scambio del pacchetto di sigarette con il cliente successivo, io in due passi sono arrivato al bancone: già lontanissimo, quindi, e deluso più che altro da me stesso.
Giada invece (ho quasi strappato quel nome dal cartellino appeso al suo corpo in moto perpetuo, all’altezza del petto) oltre alla maglietta aziendale d’ordinanza porta addosso braghe da tuta aderenti. Sfoggia lunghi capelli biondo cenere, raccolti in una coda che spunta dall’apertura del cappellino da baseball, e un naso di quelli a me simpatici, cioè autorevole, tendente a spartire il traffico. Non perde mai il piglio sicuro, nemmeno mentre armeggia sulla stessa manopola della Cimbali da un quarto d’ora perchè non riesce a imbroccare, poveraccia, la giusta temperatura del bicchier d’acqua chiestole da uno scassacazzi che gliel’ha già mandato indietro tre volte e le bofonchia contro improperi – il tutto sotto l’allocchito sguardo di Kayembe i cui familiari, al paese, non è una leggenda si sciroppino giornate intere di cammino alla ricerca di un mezzo rivolo, magari putrido, per le più elementari necessità. Nel mio piccolo, ho quasi timore a porgerle lo scontrino per avere un miserrimo caffè. I risvolti della tuta le lasciano scoperte le caviglie, che costringe a un imprecisato numero di giri sul piede perno, più veloci di quelli esibiti da tanti giocatori professionisti. Allora mi convinco. Giada, Giada mia…il tuo nome lo conosco, hai il naso spartitraffico che tanto mi intriga e ottimi movimenti spalle alla Cimbali: ma a te non chiederò di salvarmi come peraltro nemmeno ho fatto con l’anonima scambista dei pacchetti alla cassa. La vista dei tuoi malleoli solcati da quelle che più che vene sembrano il ramo del lago di Como di manzoniana memoria, potevi risparmiarmela, ecco.
Rigirando il cucchiaino nella tazzina penso che il bar della stazione si è dato una parvenza appena più dignitosa proprio dopo che ho smesso di essere pendolare. All’epoca, capitare lì dentro sia alla fine che all’inizio della settimana scandiva i ritmi della mia vita e portava in sè il senso dell’evento: girata una pagina, affrontiamo la successiva. Non che in precedenza questo posto fosse brutto, ma spoglio sì: anonimi i pochi arredi e solo le mangiasoldi, pur malefiche, ravvivavano un po’ l’ambiente con il loro stridulo pigolio. Ora si potrebbe perfino discutere sul tipo di legno di cui sono fatte le suppellettili, e alle pareti hanno appeso dei cartelloni riportanti dotte citazioni (la più significativa resta però “Ah, che bell’o cafè”), ma vi campeggiano anche i listini prezzo con le foto delle bevande che mangio un bricco se Giada, pur volenterosa, sarà mai capace di preparare. Al di là delle famigerate diavolerie che un italiano arriva ad esigere non appena mette i gomiti sul bancone, e tralasciando – chessò – le esposte varietà di caffè unto, o sbobba, o gassato, mi vorrebbero forse far credere sia lecito, mentre irrompono – poniamo – i passeggeri idrofobi della tradotta da Policoro, chiedere il caffè burropannoso (beccati questa, accademia della crusca) che nell’immagine è alto due piani, corredato da fuochi artificiali, e di fatto sostituisce un pasto completo?
Eppure, anche nella sua precedente versione questo bar aveva in sé più aspetti positivi (o meno negativi) rispetto agli altri in cui mi imbattevo in occasione dei miei tragitti. (E badate bene che ciò che leggete non è un resoconto del viaggio stesso, già sciorinatovi nell’incantesimo di Gaibanella). Il caffè nella stazione di Ravenna, anni fa, comprendeva pure un McDonald’s, ma io arrivavo dopo le sette e mezzo di sera quando le addette approfittavano per dare lo straccio e caragrazia se mi degnavano di un espressucolo. Un giorno decisero di sgomberare il fast food, e un’ala intera del bar rimase non vuota, ma completamente priva di vita: via i macchinari e le insegne lumionose; giusto un bancone e gli attrezzi che non era stato possibile smontare, come se soltanto quell’area fosse stata colpita da un’ondata radioattiva da bomba H, un contrasto impressionante. A demarcare la zona, a mo’ di inadeguata colonna d’Ercole, piazzarono un mobiletto a scansie dove riposavano alcuni libercoli venduti a prezzo ultrastracciato, giusto per dar modo di affrontare le non certo transiberiane tratte che attraversano Ravenna. Al mio passaggio non restava quasi nulla, io le scrivevo chiedendo, ad esempio: “Prendo la Lettera al padre o il Novantatrè?” e lei rispondeva “Domanda insensata. Tu sai che a casa mia potrebbero mancare le sedie ma non i libri di Hugo, e io conosco la tua filiale devozione per Padre Franz, che invece non consiglierei a nessuno. Quindi, chemmelochiediaffà? In cuor tuo hai già deciso”. E sullo schermo del cellulare mi pareva di vederlo, il sorriso che accompagnava quelle parole.
Giungevo a destinazione dopo le nove di sera e il bar della stazione di Ferrara era sprangato: se ne sarebbe riparlato al ritorno, la mattina del lunedì seguente, quando dormiva ancora la campagna, citando la PFM, sprofondata nel buio, nella nebbia, nel gelo o nel micidiale cocktail ottenuto mescolandoli. Il caffè del temporaneo congedo con vista sui binari riuscivamo però a berlo già prima delle sette, in uno spazio incredibilmente angusto destinato alla ristorazione volante e soprattutto rimasto agibile dopo il terremoto. Il barista, Christian, era alto e atletico; autentico e non di maniera il sorriso con cui ci serviva. Dubito fosse ricco, visto che si dibatteva in quel luogo di puzza e dolore, ma quand’ero al suo cospetto mi mancava davvero un nonnulla prima di trasformarmi definitivamente nel mostro dagli occhi verdi e dalla pelle scura al grido di “sangue! sangue! sangue!”…insomma, sì: a un pelo dalla stupidità fatta e finita.
L’anno scorso ci sono passato più volte, in quel bugigattolo, anche se viaggiavo in macchina e non dovevo più prendere treni, tantomeno di mattina presto come da vecchia abitudine. Dovevo, devo tuttora a Christian un aggiornamento sul perché nel frattempo non abbia più visto né lei nè me: ma non l’ho mai beccato in servizio, e nemmeno mi sono sentito di chiedere quali fossero i suoi turni. Forse il destino non vuole che io lo privi del sorriso, chi lo sa, forse non sarebbe giusto. Riproverò, correndo il rischio che lui non mi riconosca. Ma no: lo rivedrò, e sulle prime farà fatica a inquadrarmi, soffermando lo sguardo dubbioso su di me un secondo in più tra un cliente e l’altro; poi mi paleserò. E a quel punto, beh, ne accoglierò fraternamente qualunque parola, o anche solo un semplice gesto.
Mi stacco dal bancone e compio il percorso a ritroso. Il tizio sta aggrottando le sopracciglia sopra il suo bicchier d’acqua, ancora inadeguato; Kayembe, lì accanto, dovrà farsene una ragione magari prendendo esempio da Giada, che continua a sfarfalleggiare incurante a destra e a manca. L’anonima scambista del tabacco ha il viso a screen saver visto che la cassa è deserta; i tassisti berciano insultandosi allegramente a vicenda e a me non resta che aprire il battente, indugiare un momento sull’uscio e sussurrare “Vi odio, voi tutti che siete in questo bar”.
Morettiano ma pur sempre a modo mio, che diamine.

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