De l’hetternitate de’ libri nella vifione di un pouero di fpirito

(Il titolo è una presa in giro di Umberto Eco e dei suoi diari minimi. Oggi va così).

(Quanto segue è roba già apparsa altrove, datata giugno 2012. Dietro gentile insistenza, la ripubblico).

(Ah, da ultimo: Ray Bradbury era morto da poco).

Poche cose sono più rassicuranti dell’atmosfera che regna all’interno di certe librerie: l’indeterminatezza del concetto è dovuta al fatto che, per esempio, nel negozio Feltrinelli di recente qui approdato non è dato trovare la rilassatezza, i passi felpati, i sussurri appena accennati delle pagine voltate, il senso di totale controllo presenti nel punto vendita ai piedi delle Due Torri, a Bologna, dove invece anche gli scrittori, gli artisti e gli intellettuali, dai pannelli in cui sono immortalati e appesi, sembrano assumere un’aura di solennità in più. Nella Feltrinelli locale invece si vendono addirittura chitarre e tastiere, e figuriamoci se gli avventori non perdono occasione per metterci sopra le manine sudice (speriamo non venga messo su anche il reparto orto-frutta). A Bologna, si sa, hanno strutturato la libreria in modo che tu, prima di trovare il libro o il settore che ti interessa davvero, debba attraversare stanze e corridoi ricolmi di volumi che in teoria sei deciso a ignorare, ma chissà mai, l’occhio può sempre essere incuriosito da una mezza copertina, da un nome di autore o personaggio che ti eri ripromesso di ricordare, se non per te per un amico… insomma, un ingegnoso mezzuccio per invogliare ad un acquisto in più. Nel frattempo i tuoi sensi sono cullati dalla musica in filodiffusione (un jazzino non si sa se hot o cool – “a’t pies al cul? Brot busàn!”) e dalla visione dei lettori seduti e ipnotizzati dalle pagine che voltano minuto dopo minuto.
Altra caratteristica: da Feltrinelli niente libri usati, reperibili di contro in altre “parrocchie”, mescolati alle edizioni ristampate o più recenti. Da Feltrinelli tutto è lustro, profumato, aggiornato, impeccabile: libri in primis, ovviamente. Perciò ieri il dorso e la copertina – entrambi un po’ vissuti – di quello oggetto di ricerca, facevano l’effetto del “levare” in una composizione in “battere”, e lo rendevano ancora più appetibile. Arraffata la copia in questione, e girando poi tra uno scaffale e l’altro, dentro restava un  senso di stranezza indefinito ma piacevole, tanto da desiderare di dissiparlo il più tardi possibile: almeno fino all’arrivo alla cassa, che diamine. I primi sguardi dubbiosi si sono palesati sui volti degli addetti quando costoro hanno cercato di prezzare l’articolo con l’apposita macchina-scanner: compito impossibile, giacchè il codice del libro era coperto dall’adesivo dorato e a caratteri eleganti che certe librerie di nicchia nelle città medio piccole appongono per nascondere l’esborso, in occasione degli acquisti-regalo. Alla vista dell’etichetta sui cui era stampigliato il nome di un negozio di Siena, i cassieri hanno risposto con la faccia che fanno alcuni portieri dopo aver subito il rigore a cucchiaio: si sono sentiti fregati senza che fosse possibile prevenirne l’eventualità. In verità, il disorientamento della ragazza dietro il banco è durato pochissimo, essendosi lei rifugiata dietro a una spiegazione come “dai magazzini queste cose saltano fuori”, accompagnata da un’alzata di spalle a sottintendere: “Si può forse spiegare altrimenti? Certo che è così”. Molto meno sicuro era il collega accanto, che prima si è rigirato “la cosa” tra le mani senza fiatare, in volto una smorfia da troglodita contrariato; poi ha fatto scorrere le pagine e ne ha constatato la vetustà, dicendo, senza staccare gli occhi dall’oggetto incriminato: “No, no…ma che roba è questa? Che senso ha?…Non è mica possibile un lavoro del genere…”. Poi ha alzato lo sguardo e “Non ce n’è un’altra copia?” ha chiesto, come se il misfatto fosse riconducibile alla clientela. In verità, nessuno aveva colpa di niente: solo, la grande Feltrinelli di Bologna, alle Due Torri, era incorsa in quella che il cassiere aveva percepito come un’inquietante e inspiegabile figura di merda. Per opera di chi, impossibile saperlo.
Il libro ha dunque fatto il giro a ritroso, tornando sullo scaffale di provenienza. Ce n’era un’altra copia, ma la cosa aveva un’importanza relativa: contava sapere tutto il possibile sull’illustre “infiltrato”. Se n’era notato di sfuggita, tra le mani del cassiere, il retrocopertina scarabocchiato, e il più attento esame ha rivelato la dedica “A Camilla” lì riportata. Il poco che se ne decifrava alludeva a un invito a leggere quella che si definiva una “tenerissima” storia d’amore: virgolette usate non a caso dal firmatario, dacchè le pagine successive rimandavano a un genocidio.
Camilla non era poi malvagia: questa la conclusione affiorata mentre l’esemplare usato veniva riposto definitivamente. Poteva essersi trattato di un riciclo puro e semplice, ma dal tenore della dedica era più stuzzicante l’ipotesi che il libro fosse stato a lei regalato dall’uomo che l’amava, ricambiato. Poi, a relazione conclusa, Camilla aveva affrontato il problema di cosa fare del “lascito”. Di solito non si ha remora a buttare nel pattume tutto ciò che è privo di gran valore materiale: e qui invece è emersa la sensibilità della ragazza. Che deve aver pensato: “Ok, di queste pagine non voglio più sentire nemmeno la puzza perché mi ricordano quella di lui; però riconosco che vadano lette dal resto del mondo”. E ben si può immaginare Camilla, aliena piombata dal nulla, vagare per la libreria con apparente noncuranza ma in realtà spinta da uno scopo preciso; scorrere con lo sguardo le etichette in ordine alfabetico attaccate sulle scansie; notare lo scaffale con il cognome tanto agognato…e lì, in quel modo, disperdere furtivamente le tracce di un sentimento esaurito. Gratis, per di più. 
Quanto alla provenienza senese della copia, dico solo che sarebbe ben penoso se il riciclo avvenisse nelle librerie di una stessa città, magari quando la storia è in declino ma ancora in corso (“Toh, guarda amore, questa ricorda sinistramente la mia calligrafia, che dici?”). Ma a me quella di cui sopra è parsa una lodevole manifestazione d’amore nei confronti di un libro (e, estendendo il discorso, dei libri in generale); nonché, in estremo subordine, di rispetto nei confronti del compilatore della dedica – e sul punto prendetemi pure per pazzo. Ma ora mi fermo, chè il confine con la proprietà di Bradbury, buonanima di fresco, è lì a due passi e non voglio rischiare di sporcarlo con le mie zampacce luride.

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2 pensieri su “De l’hetternitate de’ libri nella vifione di un pouero di fpirito

  1. Grazie Tullio… (anche io amo i libri un po’ stantii e giallini. E
    Ray Bradbury mi ha fatto compagnia a lungo in gioventù). Per un caso devo dirti che giorni fa ho aperto un libro che mia mamma voleva gettare fra i molti che abitano la sua casa ed erano di papà. E c’era una dedica che mi ha fatto piangere dalla bellezza. Lo aveva regalato a mia mamma, credo anni settanta, “.una stretta di mano e via” di Romano Battaglia. La dedica era “la nostra stretta di mano non finisce mai…”.

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