Nun chiagne Maddalena (ovvero lo scarto del blues)

A costo di porre nel nulla ciò che ho pubblicato qualche settimana fa (ma ormai il tempo passa senza che senta il bisogno di esternare granchè, e poi a scrivere non è Fabio Volo, dunque chissene impipa), alla fin fine i motivi per cui capito nel bar della stazione sono tre, e per di più privi delle implicazioni e connessioni su cui mi sono sbrodolato in quella sede. Primo: i baristi – non necessariamente Giada, ma tutti – ti servono la tazzina prendendola per il manico e non impiastricciandone tutto l’orlo a colpi di polpastrelli. D’accordo, può sembrare una paranoia salutista, ed io nemmeno rientro tra coloro che per bere sottopongono la mano che regge il caffè a torsioni innaturali: ingollo i bacilli del barista e sia quel che sia. Se però quest’ultimo è visibilmente affetto da raffreddore da fieno, certi trattamenti più riguardosi finisci per rimpiangerli. Secondo motivo: il design dei piattini, evidentemente proprio solo della marca servita lì dentro. Nella stragrande maggioranza dei bar, il piccolo incavo dove si appoggia la tazzina è posto in mezzo. In stazione, invece, è leggermente decentrato, cosicchè si ha più spazio per appoggiare il cucchiaino e la bustina senza il patema che cadano, e di ricevere per questo in risposta il cipiglio del barista medio in tali occasioni (un misto di disappunto e compassione per il fatto che potevi imbrattare di zucchero e gocce di caffè tanti altri banconi in città, ma no, hai scelto il suo). Terza e ultima ragione: il decaffeinato costa come il normale, e non di più; e sì che io il decaffeinato non lo bevo praticamente mai. Una delle rare volte in cui mi è capitato altrove, perché quel giorno avevo già preso quattro espressi e mi sentivo il fegato in subbuglio, ricordo di essere stato sul punto di cimentarmi con la cassiera in una disquisizione psico-socio-filosofica sul tema “se quel che mi dai ha qualcosa in meno, perché mi devi far pagare di più?”, con grande gioia della gente in coda dietro di me, s’intende. A un certo punto qualcuno dei presenti, i lineamenti tirati e ben al di là del supplichevole, credendomi un disgraziato o un micragnoso all’ultimo stadio, ha tirato fuori i dieci centesimi su cui stavo cavillando, ma io per un po’ ho tenuto duro: era una questione di principio e ritenevo mi fosse dovuta una spiegazione decente, magari proveniente dalla Scuola di Friburgo. Alla fine sono crollato: ho assunto un’altra dose di caffeina, rassegnandomi al senso di schifo che mi si sarebbe aggrovigliato attorno all’esofago, e non c’era altro modo per uscirne, perché io quei dieci centesimi in più non li avevo davvero. Avrei dovuto pagare con una banconota da cinquanta Euro, così ripulendo la cassa e privando del resto tutti gli altri dopo di me, la pazienza dei quali era stata già ampiamente messa a dura prova. Meglio un po’ di bruciore di budella in solitaria che un pubblico linciaggio, converrete.
Questo friccicore avrebbe un senso se si ripercuotesse da subito nella mia testa: macchè. Alle dieci e mezza, sbrigate più o meno tutte le faccende e poggiata mezza chiappa sul divano, mi dico: oh, ecco la parte migliore della giornata, me la godo in santa pace; ma il fatto che abbia bisogno di incentivarmi ogni volta la dice lunga su quanto ci riesca. Faccio partire un incontro di basket giocato in Bessarabia alle quattro di pomeriggio, o mi metto il portatile sulle ginocchia per far ballare un po’ di tip tap ai polpastrelli: dopo pochi secondi sono già sceso dalla giostra nel modo meno dignitoso possibile, quello che non implica nemmeno la totale incoscienza (che dopotutto meriteresti anche), bensì l’altro che ti permette di sentirti ragliare nel vuoto, la testa reclinata, come se il punto più profondo di te volesse uscire da quella bocca e, non riuscendoci, se ne lamentasse disperatamente. Sullo schermo del televisore, la squadra ospite circassa esulta a centrocampo a braccia alzate, il portatile sulle gambe è utile come un fossile ma riesce a farti sentire colpevole di avergli lasciato morire la batteria, e tu nel frattempo, alle soglie della notte e forse anche un po’ oltre, hai dimenticato chi e dove sei.
Una volta ti chiedevi perché l’incantesimo non operasse altrettanto implacabilmente qualche minuto dopo, a letto; poi l’hai capito: la risposta, parafrasando Guzzanti, è attorno a te, epperò è giusta. Il rumore dei palleggi dalla televisione e le ritmiche esalazioni dal portatile avevano un effetto ninnante che il buio e il silenzio, adesso, hanno del tutto dissipato. Ti scopri a non tollerare più quest’ultimo, in particolare: è la condanna che affossa la tua esistenza domestica; poco conta si tratti di un silenzio improprio perché in genere dura fino all’una di notte, quando cioè gli inquilini dell’appartamento accanto, fino ad allora muti, d’improvviso trovano formativo manifestare ogni tipo di pensata sul mondo ad un tono di voce che ti indurrebbe a sfondargli uscio e trachea in un colpo solo. Per cui ricorri all’antico e insalubre trucco: la radio nelle orecchie, anche se la speranza che ti ismisca è più realizzabile di sabato e di domenica mattina, oscenamente presto, mentre ti aggrappi all’ultimo granello di sonno come se ne andasse della vita. La musica fluisce da un orecchio all’altro, tra poco non la sentirai più, ma è solo passata in secondo piano, ha lasciato spazio a una strana vibrazione che ha preso a cuocerti a fuoco lento il cervelletto, rimasto vigile a ispirarti i dubbi più assurdi: riuscirò a tenere d’occhio quella scadenza da qui a sei mesi? Si sta caricando il cellulare? Non è che se allungo una mano per controllare urto una qualche icona sul desktop e mando una richiesta di amicizia, chessò, ai massoni idrofobi della Valmarecchia? Tutto ciò a rotazione, scacciato un pensiero se ne materializza un altro. Addirittura arrivi a invidiare i prostatici: una scusa per affacciarsi al cesso ce l’hanno, loro. Ci vai comunque, realizzando solo allora quanta differenza possa fare una tazzina in meno nell’arco di una giornata. Torni nel letto, vuoto. Silenzio, di nuovo: radio, per favore, aiuto. Richiudi gli occhi mentre la base del base del cranio pulsa insensatamente.
L’ultima volta che è andato in scena questo teatrino, Capital Gold mandava in onda qualcosa di assurdo, sulle prime parevano gli Squallor, certo non ti saresti aspettato che il più idolatrato cantautore italiano potesse prodursi in amenità come “Nun chiagne Maddalena, dio ci guarderà e presto arriveremo a Durango a ballare il fandango”.
Poi, regolarmente, il tizio del piano di sotto esce dal portone del palazzo, accende il motorino, lo fa rombare un paio di volte, con una manata spalanca il cancello e schizza via senza aspettarne la chiusura. L’eco della marmitta muore lungo la strada ancora buia, il battente per inerzia torna al suo posto, e il discreto clangore che in tal modo produce non è certo la sveglia: solo il segnale che si può abbandonare il letto senza far torto a nessuno, sé stessi soprattutto.

Annunci

6 pensieri su “Nun chiagne Maddalena (ovvero lo scarto del blues)

  1. Sono certezze che (anch’io ho qualcosa di simile per cui lo dico con cognizione…) divorano. Sono il nostro – tuo e pure mio – modo di sentirsi normali. Tìn bota Tullio. Prima o poi riemergo. 🙃 Sai che sono qui, vero?

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...