Enichem (1 di 2)

Da cosa è scatenato, e da quali leggi è governato il magnetismo che determinate copertine di libri, magari non in bella mostra ma un po’ defilate, esercitano sui nostri sensi fino ad accalappiarli, a indurci a scorrerne le pagine, a indossarne sulle labbra un passo qualunque come fosse decisivo e invece non lo è ma basta comunque per decidere che non usciremo dal negozio senza quel volume (e non l’altro accanto)?  Indagine senza risposta, e in fin dei conti inutile finchè non ci coinvolge. Nel mio caso, una settimana fa, ero attratto dalla riproduzione stilizzata (non credo si tratti di uno scatto dal vivo) di due sagome allampanate e plasticamente intrecciate tra loro, vestite di una canotta numerata: atleti senza dubbio, ma non si capiva di che disciplina. Il resto della copertina mostrava il muraglione su cui i due erano raffigurati; e il fatto che in cima ci fosse una creatura nell’atto di scavalcarlo rimandava alla Germania divisa, alla guerra fredda, e all’idea che la storia narrata all’interno vi avesse in qualche modo a che fare. Tutti segnali seducenti, grazie al magnetismo di cui sopra (cosicchè la copertina aveva comunque assolto al proprio dovere), ma che non avrei saputo decriptare senza l’aiuto della pecetta ripiegata nella copia, da dove Francesco Piccolo caldeggiava l’acquisto in termini quantomeno ardimentosi. Proclamava che “Il basket e la vita coincidono sempre” (bene, quelli avvinghiati nel graffito erano cestisti): dunque la fascinazione del libro verso di me non era poi casuale. Di Piccolo tendo a fidarmi a tratti: godibile l’Allegro Occidentale; trascurabili, per l’appunto, i due Momenti Trascurabili; nel mezzo il suo “Stregato” Desiderio di Essere Come Tutti, in cui tra l’altro alla narrazione fa da sfondo anche il ricordo di una partita della Caserta precedente l’età dell’oro della Phonola, cioè di Esposito, Gentile e coach Marcelletti. La mia fiducia, prima solleticata dalla copertina, era però oscurata da una piccola tara che da anni mi porto addietro e a cui io per primo non do retta, ovvero: di certi argomenti, meglio non scrivere. Non che non concordassi, nella sostanza, con la sparata di Piccolo: eppure, proprio perchè il basket non è solo uno sport ma una disposizione mentale, sarebbe meglio limitarsi (verbo fuorviante come non mai) a viverlo e gustarlo senza lasciarsi bruciare le ali nel tentativo di elevarsi a cantarlo. Tuttavia la seduzione visiva e sensoriale aveva ormai superato il livello di guardia: deposte le armi, mi sono rassegnato a verificare da per me se davvero, come proseguiva la pecetta, “…Poddi sa narrare e ama il basket. Quindi”.
Man mano che “Le Vittorie Imperfette” di Emiliano Poddi si disvelava sotto i miei occhi, mi sono reso conto di come l’attrazione da copertina fosse solo una minima parte del piano stregonesco che mi aveva recapitato il libro tra le mani. Oltre a quello basilare dei ritmi biologici scanditi sin dalla più tenera età dal rimbalzare della palla a spicchi, pagina dopo pagina aumentavano in modo inquietante i dettagli che mi accomunano all’autore. Un’infanzia brindisina, prima di tutto; e durante il racconto mi sono rivisto mescolato tra il pubblico sugli spalti della palestraccia CONI che ospitava le partite delle due squadre cittadine, una domenica per ciascuna (e nei derby solo posti in piedi, s’intende). Io in verità andavo a vedere solo l’Azzurra, società (pare) di ispirazione socialista, mentre l’altra, la Pallacanestro Brindisi, aveva basi democristiane – ma la politica non c’entrava nulla, ero bambino e mi accodavo alle preferenze degli amici, tutto lì…magari Poddi si piazzava una fila sotto o sopra di me, vai a sapere.
Altra analogia: il sangue emiliano da parte di madre. Non basta: verso la fine, scopro che siamo nati nello stesso giorno, con un anno di differenza (diciamo più uno a suo favore). E una volta appurato che le vicende del libro ruotano attorno alla finale del torneo olimpico di Monaco 1972 tra USA e URSS, ho temuto addirittura di essere di fronte a uno sdoppiamento di personalità. Anni fa, infatti, e nel mio infimo, cioè in un blog che ho tenuto presso un’altra piattaforma, buttai una serata su quell’argomento, ma spendendoci proprio due spiccioli: di più non sarei stato ovviamente in grado. Ricorreva un anniversario dello storico incontro, imperversava sui giornali il fotogramma immediatamente successivo al canestro che consegnò la medaglia d’oro ai russi, andai con la mente all’azione decisiva e ne scrissi dal punto di vista dell’eroe della serata, Aleksandar Belov. Nel post, intitolato “Tracciante” (non mi do nemmeno la pena di riandare a scovarlo ed è già vergognoso che io non l’abbia cancellato), mi concentrai sul viaggio del pallone in occasione dell’ultimo, lunghissimo passaggio verso le mani di Belov, che poi avrebbe segnato i due punti della vittoria. Data l’unicità dell’occasione – ovvero guadagnare il gradino più alto del podio e contemporaneamente cambiare il mondo – gli stravolti sensi di Belov erano in grado non solo di sentire, ma addirittura di vedere il rumore della palla che fendeva, anzi tracciava, al pari di un missile, l’aria nel palazzetto. Il resto era storia, seppure monca: non mi interessava la polemica sul surreale e creativo cronometraggio degli ultimi secondi. Inoltre, concludevo, nessuno ricorda il nome di chi aveva scoccato il passaggio finale, senza la cui millimetrica precisione la rotazione terrestre non avrebbe conosciuto il robusto scossone patito quella notte a Monaco: per la prima volta gli Stati Uniti non trionfavano nel giochino da loro stessi inventato. Come se dei generali a quattro stelle fossero stati degradati alla fine della guerra, disonore dei disonori.
Anche i meno avveduti si renderanno conto che non si tratta di un romanzo totalmente incentrato sulla finale di Monaco ’72. La partita – pur essendo di importanza planetaria e pur costituendo una piccola parte di libro, arricchita dalle inevitabili annotazioni tecniche che solo chi ha giocato, come Poddi, può capire e tentare di far capire – serpeggia tra coloro che la vissero, direttamente (i giocatori Kevin Joyce e Sasha Belov; o, seppure a distanza, Sonia, la donna di quest’ultimo, e il padre dell’autore) e indirettamente (Jacqueline, la misteriosa amante del Joyce contemporaneo, e l’autore stesso), alla fine avviluppandoli tutti tra le sue spire. “Le Vittorie Imperfette” si scopre essere la loro storia: chi sono, da dove vengono, che fine hanno fatto; e la maestria con cui Poddi ha strutturato questi elementi lungo tutto il libro è tale da farmi invidiare il cervello di uno scrittore più di quello di un musicista, o di uno scienziato. Altro non dico, e invito caldamente a lasciarvi coinvolgere dalla scoperta del motivo per cui lo scontro di Monaco si sia rivelato così importante per l’autore (che nel 1972 non era stato ancora nemmeno “pensato”).
Non so, magari esagero, o mostro di essermi lasciato irrimediabilmente coinvolgere dal libro, se affermo che la visione di quella finale abbia rappresentato un punto di svolta per l’autore. Personalmente, ricevetti inconsapevolmente una lezione di vita da una partita, anch’essa decisiva ma del campionato italiano, anno 1989. E non il giorno stesso in cui si giocò.

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5 pensieri su “Enichem (1 di 2)

  1. Interessantissimo. Il basket non è il mio sport, ma l’ho sempre amato, seppur alla lontana. Sfiorato, diciamo. I pomeriggi del sabato con il fratello più grande e i suoi compagni di classe. Le eterne sfide “al Lazzaretto” di Bergamo (un enorme cortile, in parte erboso, giusto accanto allo stadio, che raduna gli amanti di almeno quattro sport, sani e quanto mia vivi e vegeti, sorridenti e zampettanti su quello che secoli fa era il ricettacolo di cadaveri pestilenti…), le eterne sfide concatenate e intrecciate a basket, pallavolo, calcio…
    Devo essere sincero. Sono ignorante. Finché le ginocchia mi sorreggevano (ma anche adesso) sono uno per lo sport giocato, d’ignoranza, con quello che si sa e si può. E tanta ammirazione per i grandi, i professionisti, i tecnici. E la mia conoscenza della storia del basket ha orizzonti molto più recenti e inevitabilmente targati USA (Jordan, Jhonson, Thomas e via dicendo… anni ’90). Eppure. Eppure le parole di questa tua bellissima recensione aprono comunque un mondo e uno scenario bambino, dentro di me, che nel ’72 avevo un anno. Sono un invito difficilmente ignorabile. Da condividere (parte subito email al fratellone). Non sono un fruitore di quel genere di scrittura. In vero leggo pochissimo, anche d’altro e pure di Letteratura. Mi fa piacere, però, pensare che si trovino nello sport, nel rileggerlo, nel riviverlo e trascriverlo, il mito e le chiavi di interpretazione di intere epoche, vite, società… [Da tempo carezzo l’idea di scriverne anch’io, a mio modo, ma non sarei ahimè certo in grado di assumere un simile punto di vista sulle cose]. Epico, sì. Questo sa essere lo sport, e quanto di noi riversiamo in esso.

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  2. Caro Paolo, e se dall’accarezzare quell’idea passassi all’abbracciarla virilmente? Non serve un punto di vista “simile a”, serve il tuo: lo dici tu stesso, “a modo mio”. Sono io che dovrei limitarmi, invece: qui sopra, il dieci percento dei post parla di basket…

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  3. io ci capisco poco di basket ma mi garba come narri il tutto …da ragazza ..con la mia amica si andava al palazzetto a guardare qualche partita ..ma ricordo poco del giuoco più del bel vedere dei giocatori …su su ..amo un po la ma stupidità….io amo leggere non conto più i libri che ho sparsi per casa…sotto il letto e in cantina … amo l’odore che emanano …e amo solo il cartaceo …sono una 40 enne stramba….non so se è la copertina ad attirarmi o il titolo …ma una mia cosa curiosa leggo subito l’ultima pagina …prima di portarlo a casa …..

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  4. Lieto che il post ti sia piaciuto…e non c’era nulla di strambo nel tuo approccio allo sport. Ad esempio, a me la pallavolo e il nuoto non attraggono granché. Eppure, se ci sono in tv gare femminili, mi soffermo davanti allo schermo più che volentieri..chissà perché?!

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