Enichem (2 di 2)

Avevo dodici anni e non perdevo un incontro in TV, di domenica, con Gianni Decleva al commento. Era un basket appartenente a un’altra era geologica, in cui i giocatori indossavano calzoncini stretti e corti all’inguine; ogni palla contesa implicava il salto a due e non l’arbitraria decisione della freccia sul tavolo orientata una volta di qua e l’altra di là; sul parquet la linea del tiro da tre era ancora fresca; i tiri liberi erano concessi anche secondo la crudele norma dell’uno più uno (per cui se sbagliavi il primo non ti spettava il successivo), e – emblema e trionfo di crudele strategia – vi si poteva rinunciare del tutto se negli ultimi secondi si voleva mantenere un margine di vantaggio risicatissimo e non concedere ulteriori possessi all’avversario, usufruendo di una semplice rimessa in gioco.
Ciò premesso, quell’anno il sottoscritto assisteva imbambolato allo spareggio con cui la Enichem Livorno e la Philips Milano si contendevano lo scudetto, il primo per i toscani, l’ennesimo di una già lunga serie per gli altri. La “bella” si giocava a Livorno, in una tensostruttura inadeguata e ribollente di migliaia di invasati bardati di giallo e nero, ben rappresentando il furore entusiasta di una Enichem condotta da un adorabile ricciolino occhialuto, claudicante, in perenne lotta con la vita, dalla culla sino ad oggi mentre vi scrivo. Di quella truppa tenevo d’occhio Wendell Alexis, uno spettacolare panterone che segnava carrettate di canestri, e in ogni modo. Leggi invece “Philips” e basta la parola: la gioiosa macchina da guerra composta, tra gli altri, da D’Antoni, McAdoo e Meneghin; e poco da dire anche del 99% dello spareggio, nel senso che fu una di quelle partite a lungo prive di un padrone e in cui le squadre si ritrovano sempre testa a testa fino agli ultimi secondi. Ciononostante, in campo vigevano i ritmi dell’epoca: ragionati sino all’esasperazione, anche se il tempo stringeva e il pallone scottava.
A vederli su “Sfide” e You Tube siete buoni tutti, eh? Ma io quegli ultimi scorci di partita, per non parlare del seguito, li rivivo ancora sotto le palpebre e sulla pelle: la Philips avanti di un punto sbaglia il tiro della relativa sicurezza; Alexis arpiona il rimbalzo mentre mancano ancora quattro secondi alla fine. Con la velocità di oggi, in quattro secondi Stephen Curry ruberebbe tre possessi e segnerebbe altrettanti tiri da nove metri; ma siamo nel 1989 dei ragionieri, per cui sembra trascorrere un’eternità mentre il panterone passa la palla a Fantozzi e quest’ultimo a sua volta la lancia a Forti, che si sta involando verso il canestro avversario. Quel Forti è lanciato, sì, ma pur sempre marcato: quindi aver raccattato il passaggio costituisce già un tre quarti di miracolo. Da quel momento, giocatori, arbitri, pubblico ed eventi vengono risucchiati in un gorgo nel quale nulla è più comprensibile. L’aria nel palazzetto sta per essere squassata dal suono della sirena finale, Forti non sa se farà in tempo neanche a mirare verso l’anello che ha davanti al naso, ma non c’è altra soluzione. Meneghin gli va addosso e ci sarebbero anche gli estremi per un fallo; ma Forti non può pensarci, fa solo ciò che deve. E con successo. Sul tabellone elettronico, la Enichem è avanti di un punto e il tempo è scaduto.
Sui minuti successivi, livornesi e milanesi litigano tuttora a distanza di più di un quarto di secolo, ed è probabile proseguiranno. Cosa succede? Di fatto nulla, a livello di sport. Il tiro di Forti, il tiro che vale lo scudetto, il primo scudetto della storia livornese, smuove il nylon proprio al suono della sirena di fine gara: un fatto del genere, oggi, paralizzerebbe corpi e lingue di giocatori e spettatori che a buon diritto, grazie alla tecnologia, aspetterebbero dal replay istantaneo il verdetto sulla validità o meno del canestro (il secondo scudetto della Fortitudo, nel 2005, corrisponde esattamente a questa fattispecie). In sostanza, nessuno si muoverebbe dal campo senza che l’arbitro veda e riveda mille volte al rallentatore se nell’ultimo decimo di secondo la palla fosse ancora in mano al tiratore o meno. Tecnologia. Ma non serve ricordi in che anno siamo, vero? E quindi tutti nel gorgo di cui sopra: i livornesi tracimano, festanti. E gli arbitri, a proposito? Proprio a loro spetterebbe un gesto, a questo punto: o l’agitar di braccia in aria (per segnalare il canestro non valido) o il segno inglese di “vittoria” muovendo il polso su e giù (buono il canestro da due punti); ma figuriamoci, al primo accenno di calpestio di massa sul campo si levano il fischietto dal collo e schizzano verso gli spogliatoi senza colpo ferire. Ecco, a proposito di colpi.
A centrocampo, un gigante in maglia Philips è rimasto a svettare, suo malgrado, tra i pigmei locali. Roberto Premier, l’ariete di Spresiano, mai rimpianto per la simpatia, si ritrova accerchiato: non sta per scattare un confronto sull’importanza del Dolce Stil Novo, sarebbe chiaro anche senza far caso alle bocche che schiumano rabbia. Ormai è solo questione di attimi; un tizio si decide ad ammollare a Premier una botta di cui quest’ultimo probabilmente sente a malapena il suono: ma è abbastanza. L’ariete reagisce, e la scena è grottesca: lui, avvinghiato a colui che l’ha colpito, si trascina addosso altri tre livornesi, ma non riescono nemmeno a picchiarsi gli uni con gli altri, è fisicamente impossibile, schiacciati come sono nella baraonda totale; e mentre quel capannello frana a terra, pare quasi che i componenti si stiano semplicemente abbracciando, solo molto più focosamente del normale.
Alla fine Premier desiste dai suoi propositi omicidi e viene scortato via (da alcuni volenterosi, non dai poliziotti, che in Grecia si sarebbero già schierati in assetto da guerra); ma prima di guadagnare gli spogliatoi decide di eternare sé stesso nel gesto per cui tutti ancora lo ricordano. Di Roberto Premier oggi non si decantano la carriera longeva o i tiri vincenti che gli uscivano dalle mani: ma solo le dita, di quelle mani; le medie, per la precisione, che rivolse agli spalti prima di sparire nel tunnel del palazzo di Livorno, in un infuocato pomeriggio di fine maggio del 1989.
Sullo schermo, davanti ai miei occhi nemmeno poi tanto impressionati (qualche anno prima avevo assistito alle immagini dallo stadio Heysel, così fabbricandomi gli adeguati anticorpi per il futuro), l’inquadratura era tornata sulla panoramica dell’interno del palazzetto – al cui confronto un alveare sarebbe stato un modello d’ordine e disciplina – e la regia televisiva faceva campeggiare in primo piano la scritta “Enichem campione 1988/1989”: nessuno aveva più indagato sull’esito della partita, non poteva che essere finita in quel modo; quisquilie. Anche nel TG1 della stessa sera, alle otto, Angela Buttiglione annunciò serafica che Livorno aveva conquistato il primo scudetto della sua storia: dettagli. Andai a letto sereno.
L’indomani mattina, sui giornali si festeggiava la Philips Milano campione d’Italia. Lessi e rilessi quei titoli con addosso il timore crescente di aver sognato tutto quanto, il giorno prima: addirittura sentii di non potermi più fidare di me stesso, delle mie percezioni. Poi approfondii. Era successo che il gesto che ci si aspettava immediatamente dopo la sirena, a valutazione dell’ultimo canestro, gli arbitri lo avevano fatto sì, ma dopo essersi prudentemente rintanati. E c’era di che, visto che agitarono le braccia in aria: Forti aveva segnato a tempo scaduto per un dannato millesimo e la Philips vinto la partita, e dunque lo scudetto, per un punto: ma l’Italia – me compreso, a bocca spalancata sul giornale – non l’avrebbe saputo fino al giorno successivo. Un’altra “vittoria imperfetta”, a ben vedere, ripensando al titolo del libro di Poddi.
Bazzecole. Come anche le disquisizioni circa la possibilità di adottare con precisione assoluta quel tipo di decisione – cruciale – quando sui tabelloni livornesi dell’epoca non c’erano i decimi di secondo, gli stessi decimi cui erano aggrappate le sorti della sfida. Per non parlare del contatto falloso, non sanzionato, tra Meneghin e Forti che andava a tiro: tutte sottigliezze, queste ed altre.
Il 28 maggio del 1989, il basket mi impartì una lezione che però ero ben lontano dal comprendere in modo così vivido , come accade oggi. E cioè, banalmente se volete: non fidarti troppo di ciò che vivi e soprattutto di quanto intensamente lo vivi, perchè la vita stessa è pronta a ribaltare la prospettiva all’improvviso, o quando meno te lo aspetteresti.
(Il che capita quasi sempre quando sei felice. Ma non vorrei apparirvi barboso più di quanto non abbia già fatto).

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16 pensieri su “Enichem (2 di 2)

  1. Bellissimo.
    Ricordo il dito medio (“i diti”, correggi la mia memoria acquosa e assolutamente emotiva). Ricordo la bolgia. Non ricordo altro, nemmeno il punteggio. Forse qualcuno nell’atto di tagliare (inutilmente) la retina, come si fa con la coda e le orecchie del toro?…
    Bellissima metafora della vita. Suona come un poderoso pugno nello stomaco. Che ti va di prendere. La vita è anche questa necessità di farsi del male da soli, ancora e ancora. Nel tentativo di arrivare al momento in cui non lo si sente più.
    Ne faccio però una questione di stile, o di scrittura. Perché è questo che più mi piace fare, invece di mettere piede ingiustamente e inutilmente nella vita altrui (né mi va molto a genio gli altri lo facciano con me). Pertanto dico: sei molto bravo.
    Punto.

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  2. Caro Paolo, al netto dei complimenti (di cui ti ringrazio e che ti sono valsi una cena di pesce se capiti dalle mie parti), nel tuo commento hai scritto cose ben più significative delle mie nel post. E trovo che nessuno qui metta piede nelle vite altrui, siamo noi che scriviamo a lasciare aperta la porta. P.s. Le dita medie erano entrambe alzate😉

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  3. Sottoscrivo Ambra, sottoscrivo Paolo. Amici alcolisti, ci facciamo ‘sta cena di pesce tutto insieme?
    (Tullio, noi ti vogliamo bene. Assai) e mi raccomando, gli irlandesi devono diventare dei dilettanti al tuo confronto…

    Adesso parte la roba seria. 😎 Quanto intensamente lo vivi, questo fa la differenza. Io su questo non crederò mai. Se poi arriva la porta in faccia, almeno quella cacchio di faccia ha sorriso tutto il tempo prima, ha assaporato tutti gli istanti prima. Niente va perso, così niente va perso. Il dopo, l’amarezza, il dolore, i ricordi…pensa come sarebbero sbiaditi e sciapi senza l’intensità! Ne scrissi una volta nel vecchio blog. Lo ritroverò, e te lo manderò. Certamente tu ed io sappiamo che la gioia resterà sempre in quell’angolo ad illuminare le cose.

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  4. Tanto la cena di pesce la paga l’avvocato, mi pare abbia scritto che è per tutti, o no? Io pago la birra. Ehm, volevo dire il vino. 😜

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  5. Due, due. Attraverso il tuo racconto ho rivisto tutto, anche i carabinieri. Che bolgia! E che coraggiosa impudenza il Premier, poteva essere linciato a dovere. L’adrenalina fa questo e altro. Ricordo anche le braccia attorcigliatesi intorno al collo, i capelli madidi e tutto il resto della colonna umana che era, nel vano tentativo di tirarlo a terra…
    Per il resto. Sto in qualche modo elaborando una mia poetica. La pagina scritta è vita, sempre. Anche quella di Salgari che mai mise piede – tradunt – in estremo oriente. Anche i mondi fantastici introducono in un qualcosa di intimo e quotidiano, prima o dopo. E chi scrive si espone, come dici tu, fa entrare. Ha poi ragione “Luci”. L’intensità fa la differenza. Dal resoconto si passa al mito. E l’Enichem, il Premier di quella sera del 1989 ora sono un mito (lo erano già per molti, ora anche per me).
    Eppure. Eppure c’è una distanza, uno sfasamento. Qualcosa che mi allontana da ciò che scrivo. Una volta che è scritto. Una volta che è letto. Mi piace stare dietro al vetro. Voyeur e regista. Sentire e leggere dei commenti che mi fanno trovare altro, cose che non mi appartengono, in ciò che scrivo. Mi piace rivedere un me diverso, a distanza anche di pochi giorni. Sarò mobile, non sarò vero, non sarò onesto?… Non lo so. Questo a me accade. Mi trovo spesso a riflettere su questa cosa e a considerare i miei ricordi, modificati e un po’ artefatti all’uopo, come dei racconti (a volte mi compiaccio narcisisticamente della loro compiutezza).
    Un discorso troppo serio e difficile per un non addetto ai lavori (che verrebbe probabilmente deriso da chi lo è).
    Quindi cambio subito registro e, in attesa della nostra cena di pesce, innaffiata a dovere da del buon vino bianco, nonché della successiva incurante allegrezza che ci accompagnerà fino a notte fonda, riassumo il succitato tentativo di stilare una poetica in questa poderosa summa (sul tiro l’arbitro alza la mano con tre dita alzate): “scrivere è prendersi troppo sul serio e un po’ per il culo”.

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  6. Due piccole imprecisioni nel tuo ricordo, Livorno non giocava affatto in una tensostruttura era un palasport inaugurato 15 anni prima, ma già inadeguato per la passione di quella città che poteva vantare due squadre nella massima serie. Chi davvero giocava e gioco’ le finali in una tensostruttura era invece Milano, che aveva il campo di gara dentro un tendone da Circo, nonostante il nome Figo di palatrussardi.
    I colori della Libertas Livorno erano gialloblù.

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  7. Grazie Fabio, i ricordi spesso mi sono fallaci e traditori, ma mi capita anche quando tiro in ballo quel che ho mangiato ieri, figurati quando risalgono a venticinque e passa anni fa…la prossima volta verifico su YouTube 😉

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