Ti ho abbandonata a Dalkey (I)

I meglio fichi del bigoncio letterario, sotto forma di busto, serigrafia o caricatura, vigilano austeri ogni nostro passo, dalle vetrine dei pub più patinati alle botteghe di Carrol’s traboccanti di barbe da leprecano passando per i saloni degli edifici più sontuosi (biblioteche, collegi, sedi di banche): mi riferisco ai vari Joyce, Yeats, Shaw, Swift; un po’ meno Wilde, quasi per nulla Beckett. Pure, gli autoctoni dovrebbero ingoiare un po’ d’orgoglio patriottico e annoverare nel clan dei loro numi augusti anche colui che dell’Isola di Smeraldo ha regalato al mondo uno dei migliori affreschi; da tedesco, ma non perdiamoci in sciocchezze. Quello “d’Irlanda” scritto da Heinrich Boll è di per sé un meraviglioso esemplare di diario di viaggio, di cui restano scolpiti nella memoria i particolari, in prima battuta insignificanti e invece importanti una volta posato il libro: ad esempio la donna che porta in casa un pentolino arancione (proprio arancione, non di un altro colore) pieno di latte fuligginoso, lasciato sul davanzale; e dalla finestra sorride all’autore, che ricambia – la stessa scena nel primo capitolo ed anche l’ultima del diario: una sorta di cerchio che si chiude. Oppure il mendicante senza braccia né gambe all’entrata della cattedrale, gli orli del vestito lerci, cui Boll si premura anche di sistemare il mozzicone tra le labbra. Non si contano le pennellate che ci restituiscono, nell’insieme, il panorama di un luogo unico al mondo: i cugini Seamus e Dermot, ad esempio, che abitano in villaggi ad opposte estremità del territorio, e vengono colti da sete di Guinness – tanto pepe nel cavolo e tanto sale nel prosciutto! ma per bizzarrie burocratiche non possono berla nel loro pub prima di una cert’ora e quindi si decidono ad inforcare le rispettive biciclette per sconfinare e incontrarsi a metà strada. Il dentista politico ambulante, ovvero l’autore stesso che in un pub, e dove sennò, servendosi dei metodi cruenti di un dentista poco avvezzo all’anestesia, ma togliendo tutto il marcio, porta sulla retta via i suoi pazienti, ovvero gli irlandesi convinti che Hitler non fosse poi così malvagio. Capitolo rimarchevole, questo, anche perchè contiene una perla su cui Coelho o Fabio Volo potrebbero prosperare anni e annorum: alla domanda “tu credi che siamo un popolo felice?”, Boll replica “voi siete più felici di quanto sappiate, ma se lo sapeste, ecco che trovereste un motivo per essere infelici”. (Gliel’ho servita gratis, a quei due; ma pazienza, ormai è fatta). O ancora: il poliziotto che ferma un automobilista per un controllo, ma con un pretesto balordo prende a raccontargli ogni tipo di vicissitudine familiare e alla fine, quasi provato, congeda l’interlocutore dicendo: “La faccia sul documento sarà ben la sua, o no?”.
Ma il “Diario” è fondamentale sin dalle righe che lo introducono, ad avvertire espressamente che chiunque si rechi lassù per cercare la terra descritta da Boll senza trovarla, non può chiedere risarcimenti all’autore. Ciò implica che non esiste un solo aspetto d’Irlanda su cui i resoconti convergano del tutto: il tempo, primo fra tutti, seppure come argomento sia trito e ritrito. Boll narra in modo sublime l’intensità di una pioggia tale da far dubitare della validità della biblica promessa stando alla quale il diluvio universale non si sarebbe ripetuto, ma in questo clima io non mi sono imbattuto; di fatto la rubrica del meteo nella capitale si riduce a un unico motto, nemmeno ad una previsione: “Se non ti piace il tempo a Dublino, basterà aspettare cinque minuti”. Giuliacci se la passerebbe male, per dire. Noi italiani, appena sentiamo due stille di pioggia, siamo portati subito a pensare che a breve peggiorerà e magari non smetterà per tutto il giorno. In Irlanda, la stessa nube che fino a pochi secondi prima ti sgocciolava addosso non è svanita: nel frattempo ha solo fatto il girotondo ed è già pronta a sorprenderti alle spalle, di nuovo, mentre stai rosolando alle vampe del meriggio. Un clima che mi ha riportato alla mente una canzone di più di vent’anni fa, quando andava in rotazione su una radio romagnola; e anche se l’interprete è stato risucchiato dall’anonimato ne ricordo un brandello di testo: “Ti accorgi che il sereno è appena uscito, e che purtroppo presto pioverà”. Si può anche invertire la successione dei due fenomeni, ovviamente: ma l’ottimismo che se ne ottiene fa un po’ a pugni con le implicazioni esistenziali dell’originale, più significative e che sinceramente preferiamo.
Si balla sul pericoloso confine dello stereotipo anche prendendo in considerazione la decantata affabilità della fauna locale, che si vorrebbe incline ad attaccare bottone con gli sconosciuti, soprattutto davanti a un certo quantitativo di pinte. Il turista, per verificarlo, si mette a girare di pub in pub, ma nulla accade, due musicanti sciorinano le stesse lagne e qualche raro avventore ne bisbiglia le strofe comodamente spaparanzato. Allora lo straniero si stufa, si alza e girovaga finchè non si imbatte, come in una favola, in una porticina semiaperta: dallo spiraglio si intravede un ambiente più ampio di tutto il resto del locale, quasi un hangar, nel quale sono stipati tavoli e tavoli ricolmi di tizi che accompagnano a tutta gola altri ritmi, ben più strazianti dei precedenti; altro che quella ciofeca di “Whisky in the Jar”. E solo quando arriva qualcuno a interdire l’accesso -“festa privata”, adducono come scusa – ci si rende conto che in realtà in molti pub gli irlandesi si autosegregano volentieri dal resto del mondo, altro che fratellanza in nome della letizia alcolica. Per viverne un abbozzo tocca allontanarsi dalla città, ad esempio al Blue Light: un punto d’incontro puro e semplice, il turista si gode la vista di Dublino dalla collina, gli autoctoni devi stanarli mentre bevono in quel bugigattolo dal soffitto basso e le pareti marce, appollaiati sugli sgabelli quasi rasoterra; bevono e basta, lisciandosi ogni tanto barbe e baffi strampalati, e l’unica cosa mangiabile è il becchime nelle buste da snack. Tuttavia, se si vuole andare sul sicuro e non tanto in là, consiglio di riparare al Lord Edward, davanti a San Patrizio. A fronte della magnificenza della cattedrale e dello scintillio di stucchi e specchi dell’attiguo e pretenzioso ristorante bovino che parimenti fa da cornice, il Lord Edward contrattacca con il suo fascino distorto, essendo né più né meno di uno stanzone dagli stipiti decorati, sì, ma consunti e puzzolenti, dove l’aroma di bestiame è il benvenuto che ti avvolge già sulla soglia. Il bancone, al centro, è sorvegliato da pochissime bottiglie sugli scaffali: se vuoi un whisky c’è solo quella marca, magari nemmeno è in commercio ma si tratta di un putrido distillato clandestino; e se non ti va infila pure l’uscio, straniero. Lì sì che gli autoctoni, tutti dai sessanta in su, sono pronti a interpellarti con espedienti anche geniali: ad esempio, non c’è miglior modo di avviare un’indagine sulla provenienza di un turista dal modo in cui starnutisce. L’italiano, a meno che non venga da Roma, culla di santaromanachiesa, trova meno fortuna di quanto possa sperare. Dovendo spiegare dove si trova la mia città, invano prendevo Bologna come punto di riferimento. Sguardi altrettanto imbambolati ottenevo tirando in ballo Venezia (Venezia! mica Pescasseroli). Allora, puntualmente, il mio farfugliare era tratto in salvo dal ridestarsi improvviso di un semiapoplettico acciambellato sul bancone attorno alla sua pinta, al pari di un pitone: rizzata la schiena, strabuzzava gli occhi e sillabava, alla maniera di Abatantuono: “Gggiuvènus?”. Sì, ok, concedevo rassegnato: Juventus. Una volta calavano la carta “Berlusconi”, un autentico jolly da giocare con ogni italiano, e non sto a chiedermi se abbiamo fatto passi avanti o meno: ognuno la veda come vuole, per carità.

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