Ti ho abbandonata a Dalkey (II)

Le escursioni con cui sollazzarsi nel centro di Dublino sono racchiuse nell’improbabile, sghemba cerchia ottenuta unendo in linea d’aria i giardini di Santo Stefano, il Trinity College, O’Connell Street, Marys Abbey, la ChristChurch Cathedral, il Castello, la Banca d’Irlanda e via a ritroso verso la statua di Molly Malone, la pescivendola che per campare arrotondava indurendo, diciamo così, stando alla leggenda: una delle tante icone del turismo degradato, i cui esponenti non esitano ad assaltarla per farsi immortalare nell’atto di contribuire, a forza di manate, alla consunzione del bronzo all’altezza del decolleté. Tuttavia, l’attrazione che qui mi va di segnalare – sebbene non arricchisca intellettualmente e di maestoso in sé non abbia davvero nulla – non è stanziale, fissa, permanente: ma umana e semovente.
Poniamo vi troviate proprio in O’Connell col naso in su, a rimirare la sommità dello spuncione (“obelisco” non rende l’idea) alto un centinaio di metri a metà del viale: a un certo punto verrete distolti da una sorta di presagio, come se intuiste che il sole sta per nascondersi dietro una nuvola – già, quasi che a Dublino non succedesse mai. Allora vi accorgerete dell’arrivo del manipolo, da chissà dove, in fila ordinata e accompagnato da un silenzio tale da raggelare perfino la strada di una capitale europea. Si tratta di cinque tizi in guanti, lunghe giacche di pelle e anfibi, tutto rigorosamente in nero pece, e nere sono pure le maschere che indossano: una raffigura un demonio, un’altra un lupo, un’altra ancora un residuato di scena degli Slipknot (pagliaccio o giù di lì), e così via. Si spostano per il centro di Dublino e si fermano ogni giorno in un punto diverso ma ampio abbastanza da ospitarli: lo slargo davanti ad un grande magazzino, ad esempio. In tre si accomodano su un baule, sempre nero, e i restanti due alle loro spalle si appollaiano su delle scalette pieghevoli, sul cui colore, va be’, non credo di dovermi soffermare. Superfluo anche specificare che i componenti del manipolo restano seduti immobili per ore e ore, ma ciascuna delle ipotesi formulabili in merito va presto a farsi benedire. Non sono in posa per la copertina di una album di heavy metal truculento: stonerebbe alquanto, nello scatto, la presenza del tenero orsacchiottone rosa messo per terra in bella mostra davanti ai loro scarponacci. Artisti di strada? Dubito: costoro, se gli allunghi due spiccioli, non ti degnano di un cenno e continuano a fissare il vuoto; almeno i pierrot e i faraoni nel resto del mondo si sprecano in un mezzo inchino. Io mi sono fatto l’idea che ci sia di mezzo lo sport. Accanto al peluche gigante hanno piazzato un trofeo, uno di quelli che i bambini esibiscono sullo scaffale della cameretta per aver primeggiato nella corsa campestre (i passanti mettono i soldi proprio nella coppa); magari i cinque giocano a calcetto e si erano detti: “Pur di vincere il torneo, siamo disposti a…”. Ed ecco il risultato, con la gente attorno che fotografa e si gratta dubbiosa in testa. Bisognerebbe limitarsi a prendere atto che queste inquietanti presenze incarnino uno dei modi che Dublino ha per dirti che tutto va come deve…bene, male? Oh, no, l’assurda pretesa di voler capire ogni santa cosa.
La nostra sistemazione era in Temple Bar, che non è solo un locale dall’insegna nera a caratteri dorati e solenni e dalla facciata rossa ingentilita da vasi di fiori appesi qua e là: è proprio il nome di una zona ben precisa del centro. Un solo isolato ci metteva al riparo dal Liffey e dai venti gelidi che vi imperversano inducendo i turisti quasi ad aggrapparsi ai ponti che lo sovrastano a intervalli regolari; e a questo punto toccherebbe riprendere in mano Zio James, sempre che io non l’abbia indispettito troppo preferendogli Boll.
Dicevo, uscendo dall’alloggio potevo praticamente specchiarmi nel Liffey affacciandomi dall’Ha’Penny Bridge, lasciando vibrare ossa e pensieri alle note delle folate atlantiche che a pochi metri d’altezza facevano viaggiare strati su strati di nuvole in un testa a testa velocissimo, fino a sovrapporle: alzavo la testa ed assistevo a un gran premio, in pratica. Tuttavia no, non avevo un vero interesse per l’Ha’Penny: passavo sul lungofiume e proseguivo poco oltre, verso il Grattan Bridge (chiedo scusa in anticipo, ma “ponte Grattan” a mio parere suona malissimo). E a intrigarmi non era nemmeno il ponte in sé: non uno splendore, a dirla tutta.
Ciascuno, ecco il punto, conserva dei ricordi dopo la lettura dei “Dubliners”. Ad alcuni può piacere singhiozzare sopra ai “Morti”, nel senso del racconto finale della raccolta; io ancora trabocco d’amarezza di fronte all’agreste bancario e per la sorte della signorina Sinico, protagonisti di “Un caso pietoso”, il cui gelido ammonimento può riassumersi in poche parole: la solitudine, alla lunga, non è mai un buon affare. Passeggiando lungo il Liffey, però, si ricomponevano in me “Una Piccola Nube” e Chandler, la figura di spicco della storia, l’ometto colto e sensibile ma intossicato dalla rettitudine morale che gli riempie il petto come un gas stagnante e affossa ogni suo slancio, sia creativo che esistenziale tout court. Lo rivedevo, anzi, lo rileggevo mentre va a trovare il vecchio amico Ignatius, a Dublino solo di passaggio: un allegro incosciente destinato alle pezze nel culo e che invece ha fatto carriera scrivendo (senza neanche sapere bene cosa ci sia dopo la H o la K nell’alfabeto) e soprattutto viaggiando, sì!, via dal natio buco puzzolente. Il Piccolo Chandler al pensiero si sente ribollire di ingiustizia e realizza di avere un’unica occasione per programmare il suo riscatto: succede quando, per raggiungere l’amico, percorre proprio il Grattan Bridge e fantastica di mollare tutto, dedicarsi alla scrittura e diventare eterno grazie alla poesia che sente scorrergli nel sangue (“La nota celtica”!); lui lo merita, lui vale più di tutta la feccia che lo circonda, gli basterebbe sedersi, aspettare e lasciar fluire la penna.
Il seguito e la conclusione del racconto sono quasi brutali nell’evidenziare che di pia illusione trattasi, ma non importa: poche cose nella mia vita (non solo e non tanto di lettore) sono state importanti quanto l’esaltazione morale, pur precaria, che ha attraversato come una scossa il Piccolo Chandler, esserucolo quant’altri mai, su quel ponte. Certo, non bisogna andare per forza a Dublino per essere stimolati allo stesso modo: il Grattan Bridge è il classico posto che ciascuno cerca e trova in sé. Tuttavia, dopo tanto divagare, mi sono finalmente trovato al suo cospetto per davvero, emozionatissimo. L’ho imboccato, misurando con accortezza i passi, in attesa delle stesse ispirazioni che colsero Chandler. E che ora tardavano, a dire il vero. Pazienza, ci voleva pazienza. Ho rallentato ancora finchè, giunto a metà strada, mi sono affacciato. Era interminabile, il pomeriggio irlandese: la luce opponeva un’ostinata e dispettosa resistenza al mio fisiologico desiderio di un tramonto. Il gran premio delle nuvole proseguiva; gli stendardi, appesi ai pali sul lungofiume, garrivano selvaggiamente: tutto come al solito. Novità? Non pareva.
Ho chiuso gli occhi, respirato e…
Nulla.
Uhm.
Un momento. Riproviamo.
Macchè.
Nessuna nota celtica da cui essere pervaso o posseduto. Anni di vagheggiamenti letterari buttati in pochi secondi. La mediterraneità, ho pensato come per giustificarmi: è la mediterraneità a rendermi impermeabile quassù, tutta colpa sua.
Ho tirato un salutare scaraccio nel Liffey, tanto per fare. Poi me ne sono andato via.

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11 pensieri su “Ti ho abbandonata a Dalkey (II)

  1. Tullio, non è giusto scaracchiare nel Liffey senza di me, ho sempre sognato di farlo! E che diamine, quando alle superiori ho dovuto leggere Dubliners ho scaracchiato centinaia di volte di nascosto alla prof di inglese…😊
    Detto questo, che voglia avrei nonostante tutto di ammirare quel gran premio di panna in cielo, e annusare quel profumo di oceano! Quanto a Molly Malone, la canzone dice che il suo fantasma ancora porta il carretto dei muscoli cantando per le strade (o piangendo, perché in realtà il canto dice crying cockles and mussesls e – paradosso ancora – alive, alive oh!). Non aggiungo altro, ci stiamo capendo.
    Comunque la mediterraneità la preferisco, assai. Benché tu la celi dietro una “nota celtica”. Eh sì, c’è, c’é. Mischiata alla nota sudista, ma c’è.

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  2. Non saprei. Allo stesso modo in cui lassù la birra non ubriaca, il freddo non fa rabbrividire. Non che l’abbia provato sulla mia pelle, perchè ero intabarrato a livelli da settimana bianca: lo capivo guardando gli autoctoni, che in città già girano in mezze maniche e a gambe scoperte come fossero in spiaggia. Bisogna avere il loro sangue, e io non ho fatto in tempo a “tarare” me stesso. Quanto all’affondo, beh, hai ovviamente captato che il difficile viene adesso.

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  3. Eh. Ma tu ci fai volare alti, a lungo, infilandoci nel tuo gorgo gentile di parole perfette. Promettendo che arriverai ad un punto, quale che sia, il “tuo” punto. E ci piace. È te. Notte Tullio 😊

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  4. Avevo scritto un commentone lungo lungo lungo quasi più del tuo post e mi è scivolato il mouse cambiando pagina. E mò non ce la faccio a replicare ché sono un po’ stanca. Il succo era, sia pur detto in modo più spiritoso, e lo dico dall’alto delle mie altissime competenze di lettrice professionista: “Sei Scrittore con la S maiuscola tu”. Non c’è da dubitarne. Punto. 😉

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