Ti ho abbandonata a Dalkey (III)

L’idea mi era venuta a letto e al buio (sempre che in una stanza d’albergo possa davvero conquistarsi l’oscurità), le dita intrecciate sotto la nuca, gli occhi puntati in un angolo di soffitto, spalancati al punto che avrei potuto illuminarlo, dopo aver capito che rigirarmi nella coperta-involtino non aveva più senso. Erano le prime ore di un lunedì e confidavo che la cosa avrebbe indotto il mondo là fuori a darsi un po’ di pace, per meglio affrontare le incombenze lavorative. Invece, da tempo ormai incalcolabile un uomo e una donna andavano avanti e indietro senza sosta sotto la mia finestra, e sarebbe riduttivo, oltre che mortificante per loro, affermare che facessero casino. Lo scambio di battute seguiva un ritmo perfetto, nessuno dei due finiva per parlare sull’altro: e declamavano, ridevano, maledicevano, imitavano versi di animali, per poi ricominciare. Ero più incuriosito che infastidito, ma covavo il timore di esser reso partecipe, mio malgrado, delle prove notturne di un’opera irlandese ambientata in un manicomio. Peraltro, nessuno si decideva a buttargli una secchiata d’acqua, come si provvede con i gatti che prima dell’alba provano un gusto speciale a farti sapere che sono in calore. La mia non era una banale veglia forzata, quindi: una divagazione artistica dal sonno, piuttosto.
Solo in stazione, il mattino seguente, avrei risolto l’arcano, almeno in parte. L’aria della capitale ci era venuta un po’ a stufo e volevamo fare un giro nei dintorni. In Irlanda, però, il primo lunedì di maggio è festa nazionale (anche se non ho capito cosa si celebri né mi sono premurato di chiederlo), dunque non solo gli autoctoni si erano permessi una notte di sbornie in più, magari da smaltire in modo folcloristico sul marciapiede del mio hotel, ma ora le corse dei treni metropolitani ne risentivano al punto che sul tabellone se ne contavano giusto quattro o cinque. Andare a Dalkey si è rivelata una scelta quasi obbligata, in realtà.
Marciando verso sud, il convoglio lasciava sfilare ai lati un panorama che qualche guida turistica descriverebbe usando termini come “la placida distesa del mare” o “l’orizzonte da toccare con mano”; e chi sono io per smentire. Tuttavia, non essendo animato – come già ampiamente dimostrato – dalla nota celtica, dirò solo che se mi avessero tramortito prima del viaggio e trasportato di peso su quel treno, avrei giurato stessimo viaggiando nelle Marche, da Pesaro ad Ancona: stessi tratti di baia sassosa e deserta, stesso mare in cui ci si potrebbe tuffare direttamente dal finestrino – data l’attiguità delle rotaie – e stessi muraglioni a intervalli regolari a oscurare temporaneamente quanto sopra. Dalkey ci ha accolto dopo mezz’ora di tragitto: in origine un villaggio medievale, oggi abitato da pescatori e brava gente del luogo sempre pronta a suggerire ai forestieri, o comunque ai titolari di lineamenti ictu oculi non celtici, quel pub dove il tal scrittore andava ad ispirarsi o il tugurio in cui si rintanava a farsi gli affaracci propri. L’aria era ferma, davvero poco irlandese. “Ma nun ge sta na piazza, un gendro dove camminà o comprà du cose? nun ge sta niende?” ha chiesto a un certo punto una signora umbra; e di fatto no, non c’era. A scanso di due o tre locali, altrettante chiese e un collegio, Dalkey è un continuo saliscendi di ville alternate a case basse e compatte, col tetto a punta, che sorgono in mezzo a giardini recintati ma non chiusi: i cancelli sono quasi sempre aperti, se non spalancati, e in teoria si potrebbe aggirare la macchina lì parcheggiata e bussare direttamente alla porta d’ingresso, magari solo accostata. L’unica inferriata vera e propria in cui ci siamo imbattuti era necessaria perché dietro non vi scorrazzava un cane, un gatto o una tartaruga: ma una volpe. Giocava a nascondersi ogni volta che le spianavamo contro le fotocamere dei cellulari, e nel frattempo io, non altrettanto sedotto dalla bestiola di cui pure, forse, non avrei più rivisto un esemplare dal vivo e non impagliato, continuavo a domandarmi se e quando mi sarebbe capitata l’occasione per realizzare l’idea balenatami nello strazio della notte precedente.
Mentre provavo a non lasciarmi assillare dalla consapevolezza che a breve avrei esaurito il tempo per trovare una risposta, è spuntato in lontananza un carretto di gelati, spinto nella nostra direzione da un tizio di cui non si riusciva a vedere nulla, nascosto dalla mole del dolce peso che trascinava. Sulla strada eravamo solo noi e lui, e mi sarebbe piaciuto scrivere che man mano che ci avvicinavamo i nostri sguardi si intrecciavano e sfidavano come in un duello all’OK Corral, ma noi ospiti tenevamo gli occhi bassi, in attesa di passare oltre. E proprio quando pareva che, dopo averli incrociati, i rispettivi cammini sarebbero proseguiti in completo silenzio, un lampo improvviso ha graffiato l’aere immoto.
“Buongiorno, eh”.
A quel punto ci siamo dovuti arrendere alla sua presenza. Probabilmente ci fissava da quando eravamo entrati nel suo campo visivo: solo così poteva avere la conferma che gli serviva, seppur tacita; della serie “beccati!”. A fronte del nostro muto stupore per il suo intuito, il tizio è tornato a puntare l’orizzonte con il carretto, visibilmente soddisfatto, congedandosi senza dire altro ma lasciandoci intendere, con uno scatto di sopracciglia: “Un consiglio per il futuro: se proprio volete fare i reticenti, allenatevi. Così non va”.
Più che un volto un romanzo di formazione, sì. E non c’è scampo dall’italianità, come cantava Gaber, per fortuna o purtroppo.
Come sbagliarsi? Si è affacciato ai sensi già mentre superavamo l’ultima curva della discesa, e il mio entusiasmo nel vederlo era degno dei soldati di Senofonte, cui non parve vero di poter gridare “Thalassa, thalassa!” alla fine della loro marcia, nell’Anabasi. Poco dopo esser sceso dal treno avevo trovato il camposanto, e ficcando il naso tra le grate del cancello ero riuscito a intravedere le tombe che lei amava fotografare: appariscenti, solenni, spaziose abbastanza da ospitare le decorazioni delle statue raffiguranti angeloni accasciati sul sepolcro, dolenti, il volto affondato in un avambraccio…eppure il tutto mi era sembrato troppo lugubre, volevo qualcosa di più naturale, anche pagano. La giusta ispirazione mi ha colto non appena raggiunta la prima insenatura. Sul lieve pendio spelacchiato ma verde a sufficienza – lo stesso dannato verde locale tanto decantato dalle lonelyplanet povere di spirito – un ragazzo tirava pedate a un pallone smandrappato, né piano né forte, in modo che il suo cane potesse correre qua e là ad acchiapparlo con le fauci e imputridirlo di bava senza rischiare di rotolare in acqua; in cima, sulla parte in piano, due panchine parevano destinate a noi sin dall’eternità dei secoli; sul limite in basso, un cannocchiale con vista sull’infinito era già pronto a soccorrere chi non gradisse fare affidamento alla limitata, fallace, umana percezione. “Qui, qui va bene”, e non ero nemmeno io a dirlo: aveva parlato per me proprio quel panorama per cui avevo scarpinato, senza neanche essere sicuro di trovarlo, alla fine, come ricompensa.
Mi sono accomodato su una delle panchine, ho atteso che gli altri si disperdessero e dal portafogli ho estratto la sua foto, la stessa che mi accompagnava inseparabilmente da un anno e mezzo, dalla plastica ormai un po’ gualcita; ne ho guardato ciascun verso, prima il suo viso e poi la preghiera stampata sul retro, con le inutili pretese di conforto. Nel legno della panchina, una piccola crepa sembrava fatta apposta per accogliere quel ritratto, come se il tempo che l’aveva scalfita, con opera lunga e paziente, avesse previsto il mio arrivo, il mio proposito.
Finalmente ho rivolto il suo sorriso verso il mare, che ora guardavamo assieme.
“Ti lascio qui, ho deciso. Mi auguro ti piaccia, se non altro perché la tua appartenenza a queste latitudini la urlavi anche tacendo, anche solo vivendo. Avrei potuto trovare di meglio, è vero. L’aria non preannuncia temporali; il mare non ribolle, è piatto neanche fossimo nelle tue detestate mattine d’agosto. Non ci sorveglia l’unico castello rimasto dei sette di una volta, dall’altra parte del villaggio; insomma, avresti meritato ben altro. Ma contaci: il tempo peggiorerà – o migliorerà, per te – ora che sei qui, e in ogni caso non appena me ne sarò andato. E poi, non è una meraviglia l’isolotto davanti a noi? E’ quello, ad avermi fatto sbilanciare. Guarda la selvaggia lotta in superficie tra roccia e verde che se lo contendono; guarda il torrione diroccato sulla punta; immagina, secoli fa, di quale fortezza era l’avamposto, quanti assalti ha fronteggiato; anzi, rivivile tu queste cose, che le hai assorbite anche prima di nascere; io sto usando la mia inadeguata immaginazione da turista troppo vestito e dal sangue troppo caldo. Presto lascerai questa panchina e l’insenatura, ti librerai, approderai all’isolotto, ne conterai i gabbiani e le foche, dalla bellezza così altera da poter essere solo intuita, quaggiù, con l’ausilio del cannocchiale lì vicino, visto che si beano dei loro rifugi sul lato nascosto della scogliera; ma volerai ancora oltre! Sì, fino a quel puntino: dev’essere il più vicino faro d’Inghilterra, ma prima di arrivarci ballerai ancora nel vento e ti riunirai al tuo popolo felice, che finalmente ti ringrazierà per la passione con cui l’hai reso protagonista della tua instancabile arte.
Ti lascio qui a Dalkey, mia banshee: se vorrai mi raggiungerai tu. Quando piangerai, piangerò con te; quando griderai, il mio cuore ne risuonerà. Ma se mi farai compagnia al prossimo bicchiere, allora slainte, amore, ora e sempre”.
Un’improvvisa folata ha fatto vibrare la foto, nella crepa sulla panchina, già mentre mi allontanavo dalla baia. Se in quel frangente ho avuto l’onore di ricevere anch’io un sorriso da una donna alla finestra, alle prese con una pentola arancione di latte, non me sono accorto.

(fine)

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10 pensieri su “Ti ho abbandonata a Dalkey (III)

  1. Ed io sono tornata a leggerti che fino a domani non ce la facevo ad aspettare. Vado nella seconda parte ora. Non prima di essermi annotato che devo leggere il Diario di Viaggio di Boll. 🙂

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  2. Sai, funziono in modo strano io Tullio. Spesso per equivoco o rimozione specie se qualcosa mi colpisce forte proprio al centro del petto. Poi le parole mi iniziano a vorticare forte, a tremila giri. E si fanno prendere fino in fondo. Tullio, ma ho capito bene? Solo un sì o un no.

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