Dalkey (reprise)

Dicono che dei ritorni non valga la pena parlare né scrivere, con la rimarchevole eccezione di quello di Ulisse (o Odisseo, come ci intimarono di chiamarlo all’asilo Mariuccia-scuola dell’obbligo, a pena di elitarie nerbate sulla lingua): e quant’evvero, signora mia. Ma è sempre bello essere nei pensieri di qualcuno. Dopo giorni di gozzoviglio celtico, epperò anche di letture e commenti reciproci su questa riverita piattaforma, il mio silenzio aveva fatto sorgere la preoccupazione che tra il mio sangue e il torbato non ci fosse più distinzione; così è stato piacevole leggere il messaggio “ma sei ancora lassù?”. Peraltro, quando mi è arrivato, la risposta oscillava per forza di cose tra il sì e il no: avevo percorso tutto l’aeroporto perché il nostro imbarco era l’ultima delle ultime retroguardie verso sud, e mi trovavo in coda sulla pista, un’ala del Boeing a contatto di naso, con la speranza che il residuo brandello di wi-fi permettesse, se non di inviare, almeno di impacchettare e imbarcare con me un qualche tipo di rassicurazione come “quando leggerai sarò appena tornato”, o giù di lì. Sull’aereo, ho fatto in tempo a sedermi e a sbirciare due righe della rivista piluccata con avidità dalla romantica donna inglese nella fila davanti (sì, proprio quella interpretata da Montesano, che in Italia trovava il “pittoresco” anche nei conflitti a fuoco e nella monnezza, e sbavava dietro a “Salvatore che mi piace a tutte l’ore”, con relativo roteare di lingua). Da un angolo di pagina che occhieggiava tra i sedili, patinata anche ai bordi, in modo da provocare irrimediabili emorragie al solo sfiorare di polpastrello, Royal Baby George e il paparino si guardavano beandosi del loro compiacimento tutto speciale: di fatto, l’ultima cosa di cui mi sarei ricordato di lì a due ore e mezzo, cioè all’atterraggio, ad esclusione di un paio di parentesi di scarsa importanza – la misteriosa esigenza del capitano di richiamare la nostra attenzione sul fatto che stessimo sorvolando Parigi, ad esempio, o lo smercio non di sbobba premasticata, ma addirittura di gratta e vinci, da parte delle hostess della “Ràina”, secondo l’allegra storpiatura di un nostro compagno di viaggio. Odisseo, Odisseo da me infangato: potrai mai perdonarmi?
Era già un vago ricordo il cielo che gli italiani credono di celebrare e invece sbertucciano cantilenando una sciagurata lagna su “dio che suona la fisarmonica” e sulle bevute “con zingari o re”. Quello italiano di mezzanotte si vedeva appena, nascosto tra i palazzi che compongono il Marconi, e grondava impietoso tutta l’acqua da cui mi sarei aspettato d’essere investito nei giorni precedenti, quando cioè mi ero sentito così ridicolo a girare con l’ombrellino perennemente chiuso a penzolare dall’avambraccio, e gli autoctoni invece erano in mezze maniche, in un abbacinante trionfo di carni pallide da far male agli occhi per il contrasto con gli abiti neri da cui spuntavano; perché più pallida era la pelle, più erano neri i vestiti, o viceversa, chi lo sa. All’arrivo a Bologna, dato il mio perdurante rimbambimento, ero solo in grado di apprezzare, come se fosse la più dolce delle sinfonie, il rumore del portello spalancato del bus navetta, dopo un’ora di coda dietro gli altri turisti. Una volta a bordo ero già pronto ad accoccolarmi nei pur pochi minuti di narcolessia che mi separavano dalla macchina, ma non avevo fatto i conti con il fattore complicante: il conducente.
Non ci siamo sforzati di sapere come fosse fatto, che viso avesse e “neppure come siii chiamaaava”, tanto più che non era il macchinista ferroviere della “Locomotiva”. Appena il tempo di sederci e fargli ingranare la marcia, che lui aveva già esordito con uno squillante e inquietante “Maronna quanto chiove, e ormai è notte fonda”. Non ho invocato un disegno superiore, o fatto un fioretto, che so, “se quest’uomo tace sarò buono, mangerò tutti gli spinaci e per almeno dieci minuti non parlerò male del rap e di chi lo propina”: tutto inutile e tardivo. Non era una questione di accento o provenienza, per carità, ma se proprio avessi voluto una discorsesse di stampo filosofico-esistenziale, e a quell’ora poi, avrei aperto un libro di De Crescenzo, comunque crollando alle pagine su Aristippo da Cirene. E invece l’uomo, durante il tragitto breve ma di colpo diventato eterno, ci rendeva tutti partecipi delle sue contorsioni cerebrali, per cui “è vero che è tardi, ma nella vita non bisogna avere fretta, tanto che fretta c’è? La vita va avanti comunque, è inutile che l’uomo lotti contro il tempo e la natura; se l’uomo lotta contro la natura, chi vince?……Esatto!”, ha concluso dopo un secondo di pausa, anche se nessuno lo aveva degnato di mezza risposta.
A sorbirsi in via privilegiata lo sbrodolamento era un altro della nostra comitiva, non abbastanza pronto da cogliere la premonizione per cui se il posto accanto al conducente era rimasto libero, un motivo doveva pur esserci. Annuiva a braccia conserte, le spalle incollate allo schienale come se una colonia di gechi gli brulicasse ai piedi, le palpebre a mezz’asta e i lineamenti appesantiti e tormentati dal vagheggiamento del proprio cesso, più che del letto; non ha fatto una piega nemmeno alla impietosa conclusione, o così si auspicava, della fiumana di parole del tizio, ovvero: “Nella vita bisogna imparare a fare la fiesta e pure la siesta, se no uno esce pazzo…E io non sono pazzo né voglio ascì pazzo, e neanche diventare depresso, o andare dallo pissichiatra”.
Il “fisolofo” avrebbe potuto fermarsi lì ma, come dicevano i suoi impagabili compatrioti, gli Squallor, “volle insistere, e si fece male”. Non ricevendo dall’interlocutore che muti e rassegnati cenni di assenso, si è voltato e gli ha chiesto “…ma si’ depresso, tu?”.
“No. Io sono lo pissichiatra. Continua”. (Lo è davvero: e in cuor suo esultava come Pippo Inzaghi quando segnava buttando in rete la palla capitatagli per caso sul piede, a un passo dalla porta vuota).
Dal conducente, all’opposto, era calato un “Ah!” pesante una tonnellata, a mo’ di pietra tombale sull’argomento; su ogni argomento, in verità. Ma eravamo arrivati al parcheggio, ormai, incapaci di godere adeguatamente della faccia dell’uomo. In migliori condizioni spirituali e fisiche, avremmo squassato di risate ignoranti l’abitacolo della navetta; ciò che è risuonato, invece, poco prima di scendere, è stato un lieve sogghigno, un mormorio discreto ma solenne, come se qualcuno avesse tolto un lenzuolo di seta da un progetto segreto e disvelato, anche se in ritardo, l’invenzione del secolo. Non saprei dire quale di preciso. Una a caso, allora: l’antidoto per far tacere i rompicoglioni.

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10 pensieri su “Dalkey (reprise)

  1. 😊 devi presentarmi lo psichiatra…non per la terapia eh! Ma se è antidoto per quella cosa lo voglio sempre con me 😄. Per le cose piacevoli ci siamo capiti.
    I ritorni sono belli, sempre. Tornerò anch’io (prima in me, poi il resto). Un bacio Tullio.

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