Manine

(2010)

Qui ci vorrebbero sempre le manine nell’aria, come in una perenne primavera.
No dico: è uno degli scorci che aveva in testa il Grande Lui quando ricostruì a Cinecittà il borgo selvaggio, natio e dannato. Le cime dei cipressi ondeggiano ancora e i treni, entrati in città, transitano sferragliando a bassa velocità verso il ponte sul Marecchia; ma le manine (cioè i pollini della prima bella stagione, nella fantasia del semplicione di strada in Amarcord) raramente sorvolano il cimitero “di cui che tutti riposano in pace”, dall’altra parte di Via XXIII Settembre. Né mi illudo di vedere, come nel film, qualche donnetta vestita di nero, il culo debordante dal sellino della bici, chinarsi al di sotto delle sbarre del passaggio a livello per andare a rendere omaggio alla memoria di chissà chi. Quartiere Celle, no dico: un quarto di secolo fa zona nebbiosa e immune dallo sfruttamento selvaggio del metro quadro, oggi mera estensione del centro, invasa da condomini e grandi magazzini non necessariamente italiani. E ancora prima di decidere, patetico io, se dolermene o meno, arriva nella mia direzione l’auto di Domenico, che se non altro ha il pregio di farmi staccare dalla saracinesca della sua bottega.
Se dovessi sbilanciarmi sulla sua età, mi limiterei a dire che Domenico è un po’ passato di cottura; e il rosso che una volta gli accendeva i capelli ora gli staziona solo in faccia. Sono affezionato suo cliente da quando avevo una quindicina d’anni e il negozio era gestito anche da un secondo barbiere, più anziano. Domenico, da tempo in solitaria, si avvicina sorridendo e mi schizza addosso un mezzo saluto strabuzzando gli occhietti dietro alle lenti spesse. La vetrina si rivela funestata dagli annunci pubblicitari e dalle foto di bellimbusti ostentanti la fulgida chioma impomatata. Giusto il tempo di leggere, su un manifesto affisso alla porta, il nome della squadra con cui l’A.C. Rimini, scalcinato amore nostro, trionferà o farà figura barbina (a seconda dell’epoca; oggi è già tanto se la società non fallisce), quindi entro.
Dalle sedie per l’attesa all’attaccapanni, dalla poltrona da lavoro alla specchiera decorata con l’edera che corre lungo il bordo: ogni cosa, perfino i flaconi di shampoo e lozioni, sembra esser lì da chissà quanto. E, accidenti, lo è. Ma mi basta notare la sedia a forma di groppa di cavallo, di quelle che si usavano per i bambini più piccoli, conservata in un angolo a reggere gli asciugamani, per essere sopraffatto tutte le sante volte da un’ondata di tenerezza. Tocco distintivo è una sorta di arazzo orientaleggiante attaccato al di sopra della specchiera, fin verso il soffitto. In un angolo, il gonfalone del Borgo Sant’Andrea, da cui Domenico proviene.
Mentre traffica nello sgabuzzo, realizzo non solo di essere uno dei suoi clienti più giovani (l’età media degli avventori non è inferiore ai sessanta), ma anche che tanti miei amici inorridirebbero di fronte a un ambiente come questo. Ma già: tra loro c’è chi va a farsi i colpi di luce assieme alla mamma, dallo stesso “cuaffè”, oppure in quegli enormi santuari della cura del capello tipo “gianluìdavì”, magari solo per farsi spostare un ricciolo da qui a lì e inevitabilmente spendere un patrimonio. Tutto, pur di non andare da un comune, volgarissimo barbiere. Tanti anni fa mi soffermai davanti a una vetrina su cui spiccava il nome di un certo “Pablo El Teorico”, affiancato dal disegno di una forbice e un pettine, nei pressi della Vecchia Fiera. Sulle prime ero curioso, non lo nego. Poi di botto immaginai la mia testa sotto le grinfie di un tizio dal simile nome, e scappai via.
Se uno capita da Domenico, sa di dover affrontare oltre all’Unità due e solo due tipi di pubblicazioni. Messi sotto chiave gli Skorpio e i Lanciostory, sono rimasti “Visto”, dove si riferiscono gli amorazzi stagionali di Tizio e Caia e le ultime apparizioni di santi, madonne e UFO – perchè Domenico, vedrai, ama il pettegolezzo sapido. Oppure ci sono i periodici su macchine e motori, quasi testi sacri in Romagna, al confronto dei quali – se uno non ha un mimino di passione e dimestichezza, e io tra questi – le Pergamene del Mar Morto sono un capolavoro di chiarezza e comprensione. Ma stavolta sono il primo del pomeriggio e così Domenico, che al lavoro mica infila camici corti azzurrognoli ma la maglietta celebrativa “Rimini-Juventus 1-1, io c’ero” – un evento per cui in questa città di pazzi in centinaia passarono la notte davanti alla biglietteria di uno stadio – mi fa accomodare e mi stende addosso il lenzuolone dal quale spunta solo la mia crapa. Mi si china all’orecchio, e quando chiede “Come li tagliamo?” sento il suo alito reduce dalla tazzina di caffè post-prandiale. Allora abbasso gli occhi senza riuscire a trattenere un mezzo sorriso, perchè lui stesso sa che fino a qualche tempo fa usavo rispondere solo con due parole: corto dappertutto. Ma visto che le stempiature hanno già fatto voluttuosamente scempio della mia testa, sono costretto a pregarlo di essere più misericordioso con la zona frontale e spietato con l’occipite e ai lati, dove invece, figuriamoci.
Domenico per una volta evita di ammorbarmi con la battuta per cui la cura che sto facendo funziona, quella per perdere i capelli s’intende; sistema gli arnesi sulle schedine del Totocalcio scadute, accanto al lavandino, e si appresta a inumidirmi i capelli con lo spruzzatore. Al polso gli dura ancora un orologio calcolatrice, oggetto che pensavo estinto, forse ordinato per posta o trovato in un fusto di Dash. Prende ad alleggerirmi di un paio di ciocche, ma subito si ferma: non ci sono altri clienti, regna un silenzio stordente e lui non può sopportarlo. Si guarda intorno, quasi fiuta la quiete e si accorge di non gradirla, per cui si getta sul pulsante di accensione della radio. Nell’aria si spandono le note di una polka salterellona: che io ricordi, l’emittente preferita di Domenico è sempre quella delle melodie locali e nazionali degli anni sessanta; mai sentito altro, qui dentro. Infatti, mentre i ciuffi mi cadono davanti agli occhi e Gianni Morandi intona una delle sue suppliche amorose, mi dice: “Io ho una certa opinione. Credo che la musica sia morta. Era viva negli Sessanta e Settanta. Sarei anche disposto a considerare qualcosa degli Ottanta. I Novanta proprio no. Lo schifo di oggi, peggio che andar di notte. Ecco perchè ascolto solo questa stazione”.
Per un momento regna lo sferruzzare ritmico delle forbici contro il pettine a destra e sinistra sulla mia testa. Poi torna all’orecchio l’alito di caffeina stantia e intuisco che Domenico si è chinato per chiedermi:
“O no?”.
Certo, ovvio.
Sicuramente qualcuno ha già prefigurato un determinato girone infernale in cui i dannati, nemmeno saprei dire per quale colpa, sono le vittime di tassisti e barbieri, cioè i clienti costretti ad ascoltare le loro chiacchiere per l’eternità.Ed è pur vero che annuire a caso a questi discorsi non mi costerebbe nulla. Ma io temo che, all’ennesimo “si, come no” distratto e di circostanza, possa scattare una replica indignata del tipo: ma come, allora non mi ascolti. Così, purtroppo, sto sempre sul chi vive. Come adesso: Massimo Ranieri gorgheggia delle sue rose rosse e Domenico, agguantate le forbici per lavorare di fino sulle tempie, si illumina in viso.
“Ah, senti questa e dimmi se non ho ragione. Per me Ranieri, hai presente?…Nessuno mi toglie dalla testa che sia figlio illegittimo di Eduardo De Filippo”.
Silenzio, a consacrare la sensazionalità della rivelazione, roba da prima pagina. Su “Visto”, però.
“E’ chiaro”, prosegue. “Non sono tutti e due di Napoli? E poi”, prosegue sfoltendomi la “coppa”, “Gli zigomi. Hanno esattamente gli stessi zigomi, scavati e pronunciati, da maschera di Pulcinella. Che dici?”
“Dovrei farci caso”, dico io con la testa lievemente reclinata in avanti, ostentando indifferenza su quel ragionamento che in realtà, accidenti, mi ha persino sedotto.
Passo ad occuparmi davvero dei fattacci miei quando Domenico, aspettando l’acqua calda dal lavandino, un pugno appoggiato sul fianco, si lancia in un’assai meno coinvolgente serie di vaneggiamenti sull’amicizia tra Ron e Lucio Dalla. A interrompere il monologo, per fortuna, pensa il provvidenziale ingresso di Delmo, roso dalla psoriasi, un’enciclopedia britannica, anzi, una biblioteca di Alessandria sulle umane sciagure. Dal siparietto dialettale che ne consegue, si intuisce che Delmo è appena andato a pagare una multa; Domenico per parte sua ascolta imperturbabile, strabuzzando gli occhietti, annuendo e rigirando il pennello nel Proraso.
“Vuoi sapere cos’è successo ad un mio amico?” risponde col tipico tono di chi parla di un altro e in tutti han già capito che in realtà sta parlando di sé. “Un bel giorno gli hanno notificato dei verbali di infrazione del codice della strada, con richiesta di pagamento. Salta fuori che aveva commesso una serie impressionante di porcherie andando in macchina, si, ma a Salerno, dove non era mai stato!”. Intanto mi insapona le guance, tutto infervorato: schiuma (da barba) su schiuma (di rabbia). Sicché “Capita”, dico io temendo per l’integrità dei miei lineamenti.
“Ma il bello deve ancora venire”, prosegue lui intingendo il rasoio in un recipiente colmo d’alcol puro. Pausa da attore consumato prima di cominciare a rifinirmi le basette, e poi:
“ ’Sto tizio andò dall’avvocato. Che gli disse: facciam ricorso. Tenga però presente, caro signore, che se il Giudice di Pace non sospende l’esecutorietà delle multe, perchè comunque i verbali della Municipale fanno fede privilegiata, il Comune può procedere nei suoi confronti – anche se c’è stato un errore clamoroso come questo. Capito? Il rischio è di dover pagare per quello che non si è fatto, dopo magari ti verrà data ragione, ma dopo”.
Proprio mentre sto per chiedere a Domenico, chè non resisto più: “E alla fine come TI è andata?”, ecco il secondo intervento salvifico: il passaggio, davanti alla vetrina, di una portatrice sana di culo alto e sodo al cospetto del quale si fermano tempo, spazio e dialoghi; la Romagna è così e poco ci si può fare. E immediatamente, cortocircuito mentale, mi rivedo in un’altra bottega da barbiere, io cliente ancora bamboccio e zazzeruto di Rivazzurra, più a sud. Un acquazzone aveva lavato Via Catania, e una tedescona correva starnazzando su e giù ostentando la mutanda che si intravedeva sotto il vestito fradicio all’altezza delle chiappe. Tutti, dentro al negozio, presero ad ululare apprezzamenti caserecci e anch’io, per scrollarmi di dosso la timidezza, buttai là un commento; ma roba da poco, niente di che. Fui comunque travolto da espressioni di biasimo, perchè il gran consiglio degli anziani poteva lasciarsi andare a quel tipo di esternazioni, io no, ero troppo piccolo. Ah si? Si, proprio così. Ovviamente da quel barbiere non sarei tornato più.
La porta cigola, aperta a fatica dalle manine di due soldini di cacio vestiti di tute e paia di scarpe abbastanza indecenti. Bambini, e questo dovrebbe indurre l’adulto di media gentilezza e civiltà almeno all’accenno di un sorriso.Ma zingari: e tanto basta a Domenico per decidere di sfoderare la meglio riuscita delle occhiatacce.
“Molto da aspettare?” chiedono.
“No. Piuttosto…”. Il barbiere alza la voce, aiutandosi coi gesti. “…avete i soldi? Perchè se no…aria, ok?”. Loro, senza dir nulla, mollano la maniglia e saettano via veloci come sono arrivati. Perchè non è che Domenico sia cattivo, ma cinico sì: se gli chiedi “ti piacciono i bambini?”, ti rispondono “si, al forno”; e dicono di rispettare tutte le cosiddette “razze”, basta che i vari appartenenti stiano a casa propria. Giocoforza omettere la susseguente tirata, con la quale non sfigurerebbe di fronte ai più convinti antisionisti, antimeridionalisti, antitutto. Quando si calma, e intanto mi spazzola di dosso i ciuffi più voluminosi, sente di dover guarnire la torta con quella classica, meravigliosa ciliegina secondo cui…
“Destra o sinistra, che vuoi che cambi? L’unica sarebbe un voto di protesta. Ecco, se la Lega qui contasse come dovrebbe, io sarei molto contento”.
“E come la metti con sindaco e giunta?” chiede Delmo.
“Ah, ne avrei da dire…”, risponde Domenico impataccandomi la testa con un po’ di gel. “Guardiamo le stronzate, che poi tanto stronzate non sono…l’urbanistica, per esempio”. Che non c’entra un beneamato con ciò che stava dicendo pochi secondi prima, ma non sarò certo io farglielo notare. “Vorrei tanto fare due chiacchiere con l’assessore su…sui buchi nelle strade, sui marciapiedi distrutti dalle radici degli alberi…e poi…guardate il tratto di strada qui davanti. Cosa notate? Un normalissimo passaggio pedonale, vero?”.
“Già” fa Delmo. “E alòra?”
“L’han fatto ieri. Solo che l’han sistemato venti metri dopo un semaforo.Cosa succederà? Semplice: scatta il verde per le macchine, e chi sceglie di attraversare qui di fronte, convinto di avere la precedenza, rischia di essere preso sotto! Non potevano farle più in giù, ‘ste strisce? In questo punto non ha senso. Aspettano il primo stecchito per accorgersene?”.
Terzo intervento salvifico: un tizio che, fuori, si piazza sul ciglio della strada, un po’ troppo impettito e con le braccia un po’ troppo sui fianchi. Domenico non resiste. Molla la mia testa, balza fuori dal negozio e sbraita: “Duc-ce! A noi!”. E non ottiene in risposta niente di meglio di un tonitruante: “Domenico, va ‘t fe der int’e cul!”. E cioè: vatti a far dare dove sai.
Ho l’impressione di aver assistito a uno spettacolo pirotecnico, sotto la direzione dei maestri artificieri Delmo e Domenico, magari non bello, ma forse che si possono ignorare dei fuochi artificiali sopra la tua testa? Scoppi, lampi, vampate multicolori, girandole, mitragliate, tutto goduto senza poter rispettare la distanza di sicurezza; e infine quell’ultimo invito, un po’ come il terzo dei botti finali, il più assordante per tradizione. Ma l’aria si è rasserenata, e l’eco dei boati ha lasciato spazio alla colonia (o l’accidenti che vorrebbe essere) che Domenico ha giusto adesso nebulizzato attorno, segno che il servizio giunge alla conclusione. Mancherebbe un ultimo passaggio, per evitare il quale mi prendo ogni volta la perfida soddisfazione di bacchettare il barbiere, seppure solo con lo sguardo. Sono anni, infatti, che tenta di applicarmi del borotalco sulla nuca, servendosi di qualcosa che in altri tempi doveva essere un piumino, ma che ormai è un “coso” senza forma, grigiastro e spelacchiato, ereditato da qualche familiare che lo usava sui colli di gerarchi e camerati. Domenico mi si avvicina ossequioso con questa oscenità tra le mani, ma visto che anche stavolta si scontra con le mie pupille fulminanti e ricolme di disgusto, desiste e inaspettatamente (niente di più facile, infatti, che uno così s’incazzi per questo) si atteggia in una smorfia che vuol dire: chiedo scusa. Allora si accontenta di una spolverata di phon sulla nuca, momento che se hai mal di testa speri non debba finire mai, e invece niente. Eccheccazzo.
“Ecco fatto”, dice Domenico strappandomi di dosso il lenzuolone. I ciuffi volano per terra, io pago i soliti undici euri (una volta erano quindicimila Lire, ma ognuno ha da campà) e Delmo già si adagia al mio posto. Uscendo, riesco a captare il fuori programma. Parzialmente decrittato, s’intende.
L’etra sira che cretèn ed mi fiol um dis (1): faccio un salto al Blocbusters, che voglio prender su “Fermo Posta Tinto Brass”, se c’è. E io:  sta’ zett, che t’an capess un caz! (2) Prendi…come si chiama quell’altro?…Ah, si:Semo d’un Semo! (3)”.
Semo e PIU’ semo, forse”, dice Delmo.
L’istess! (4)”, fa Domenico alzando una spalla.
Per strada, al solito, indugio davanti alla vetrina lì accanto, fingendo di essere attratto dall’ultimo Pentium che – pare – faccia anche la piada, mentre è fin troppo evidente che mi sto squadrando la crapa. E penso: uhmmm. No, basta: la prossima volta rapato a zero. Un’ultimissima occhiata, poi: forse. E alla fine avanti così, chissà ancora per quanto. Per molto, ovviamente, mi auguro.

 ——
(1) “Ieri sera quella mente non illuminatissima di mio figlio dice”

(2) “Taci, attese le tue non certo rimarchevoli facoltà intellettive”

(3) La c dopo la esse cade come la cara vecchia sigma intervocalica

(4) “Non fa differenza, affedidio!”

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8 pensieri su “Manine

  1. Beh, comunque io vorrei vivere lì, dove tutto ha una sorta di storia piccola e ordinaria, ironica o triste, ma sempre oggetto di qualche battuta che dice “siam vivi”. Certo, non capire che differenza ci sia tra Fermo posta Tinto Brass e Semo d’un Semo mi fa pensare che il padre abbia un deficit di facoltà intellettive…o informative…o è solo una buon uomo? 😊

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  2. “vivere lì” dici: ma dove, in una bottega di barbiere?😉 sai bene che le cosiddette “barbershop conversations” sono un vero genere letterario. Magari quelle storie piccole e ordinarie trovano posto anche altrove, ma bisogna avere la pazienza di coglierle perfino in un paesone come questo. E i discorsi di Domenico, dal 2010 in qua, sono diventati irriferibili in sede pubblica, perché la vita è capace di accanirsi anche nei confronti dei “pataca” come lui, incattivendoli a livello rischioso.

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  3. Dal barbiere no, direi di no. Era una suggestione (e in ogni caso meglio che Milano, almeno c’è il mare…). E poi ci sei tu, che mi insegni a cogliere le storie, e le sai raccontare. Vabbé dai, facciamo una settimana? Buona giornata Tullio mio

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  4. ciao buonasera ..i tuoi post mi piacciono tanto e mi fanno sorridere ..e io che sorrido poco .. ti dico grazie…ho un figlio bellissimo 22 enne che si laurea a breve..che va dal barbiere .. una bottega antica….in un paesino…gli ho chiesto tante volte di seguirmi di andare dove vado io ..mi ha detto no…mamma ..io lì trovo tanta persone molto mature che parlano alzano la voce fanno ragionamenti dove spesso mancano basi su cui fondare la ragione..ma ci trovi tanto cuore..sorrisi e molta verità..e lì amo polemizzare sui loro ragionamenti ..mi diverto.. e in un ora tra fare capelli e sistemare barba trovi la bellezza delle piccole cose ..che noi ragazzi dimentichiamo..

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  5. Buongiorno a te; e lieto del tuo sorriso. Poco da aggiungere a quel che dici, così vero che nella bottega di cui parlo va gente che non ha bisogno né di taglio né di rasatura: arriva, si siede, sfoglia un quotidiano, fornisce il suo apporto alla conversazione e dopo un po’ si congeda. Mi auguro che tuo figlio perseveri!

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