Riche Monde

Inveterata è l’abitudine ad attraversarne le varie atmosfere, da quella più solenne nella parte che si lascia alle spalle il centro storico, con la biblioteca e il pizzaltaglio i cui tranci al caucciù nelle pause pranzo ti inducono a rientrare anzitempo in ufficio e a maledire l’esistenza, all’altra più selvatica man mano che si avvicina il trafficato incrocio con Via Roma: il giardinetto con le malinconiche giostre a sorvegliare una domus romana, la fine del vicoletto che vi si affaccia e in cui si trova la casa dove hai dato il primo bacio (a età vergognosamente tarda ma tant’è), per non parlare dell’emporio dalla vetrina traboccante di Mazinga a grandezza quasi naturale, eserciti da Risiko, trucchi da zombie, costumi e bombolette schiumogene anche a ferragosto. Sulla porta campeggia la classica scritta “visto in tv”, come se ne trovavano sulle custodie delle musicassette: ma almeno in quel caso si trattava di cantanti, qui non è ben dato capire cosa sia degno di essere visto, né su quale canale.
Ciononostante, il primo ricordo di questa via mi restituisce l’insegna, identica a distanza di trent’anni, da cui ammicca una simil Marlene Dietrich in posa da angelo azzurro: calze a rete, bastone e cilindro, in mano una coppa di champagne da cui forse berrà, forse no, sovrastata dal nome del locale in caratteri da Belle Epoque. Marlene resterebbe eternata nel suo naturale bianco e nero se non fosse per il neon multicolore che nasconde: quindi, se la vedi stravolta prima di verde, poi di rosso e infine di rosso e di verde assieme, sia nello sfavillio dei pomeriggi estivi sia nella foschia gelida propria di quelli invernali, significa che il Riche Monde tra qualche ora aprirà i battenti, e si accenderanno anche le pur tenui luci montate su ciascun gradino della scalinata che si perde nelle sue viscere. Nulla da fare, sono posti del genere – proprio perchè proibiti, bui e angusti – a scatenare l’immaginazione dei ragazzini, ancora ben lungi dall’immaginare che un giorno avranno l’età per scenderli, quei gradini, e affrontare il buttafuori che si spera non abbia da ridire sul vestiario dello smanioso avventore. Più niente da fantasticare ormai sul laserdromo, qualche metro più in là: il labirinto ludico sotterraneo. Grazie a un paio di sporadici faretti stroboscopici se ne può intravedere qualche spigolo, su cui imperversano improvvisi sbuffi vaporosi e rimbalzano note violente di un genere musicale mai sentito prima. Gli anfratti che spuntano dalle ombre vanno percorsi indossando un’imbragatura a tracolla piena di sensori, collegata ad un fucile laser che serve proprio a centrare gli analoghi altrui bersagli, e badando di non essere colpiti allo stesso modo. Vince chi colpisce e si nasconde di più e meglio, cosa che non riesce ad eliminare gli aspetti più ridicoli del gioco: come il prepararsi ad un assalto ad arma spianata ma finire lunghi distesi, anche a causa delle suole troppo lisce, sul pavimento ricoperto di una melma composta di sudore e residui di fumo; oppure rotolarsi, infrattarsi e adottare tutte le astuzie della guerriglia vietcong, per poi realizzare di essere arrivato ultimo tra gli amici in graduatoria perchè non ti eri accorto dell’avversario che durante la partita ti ha seguito come un’ombra per tutto il tempo facendo scempio dei sensori alle tue spalle, a un’unghia di distanza e quasi sbadigliando. In momenti del genere, quando cioè ti rassegni al fatto che non vincerai mai al laserdromo, il Riche Monde appare e splende come la stella polare, benchè il suo brillio provenga non dall’alto, ma di riflesso dalle suddette viscere.
Adesso nella via, cioè nella parte che si affaccia sulla stazione e dunque del tutto opposta rispetto all’area pedonale della città, i cingalesi dominano la scena. Sono negozianti della più varia tipologia commerciale, e indossano camicie candide e impeccabili infilate dentro ai pantaloni scuri; però, quasi volessero ribadire con orgoglio un loro marchio di appartenenza, non rinunciano ai sandali sui piedi nudi anche con la temperatura sotto lo zero. Camminano su e giù, spesso a coppie, a passi lenti e calcolati, come se si aggirassero nel giardino di casa a controllare la salute delle piante; e se nei pressi della loro bottega c’è anche solo un metro quadrato d’erba o terra incastrato nel marciapiedi, lo sorvegliano, vi si ergono come sentinelle; non si può dire che se ne prendano propriamente cura, visto che ci sputano, ci vuotano ogni genere di liquame da tombino e manca solo che ci piscino, ma come diceva il canterino professore brianzolo: forse non lo sai ma pure questo è amore. Oggi potresti smarrirti nell’assurda precisione con cui incastonano la merce nelle loro vetrine: un mosaico dalle tessere ora grandi ora minuscole in cui si alternano magliette, radioline a transistor, articoli per cellulare, cappelli-borsalino e ghirlande in previsione della notte rosa che non è mai davvero così lontana, portachiavi, tazzine, bicchierini da superalcolico, eccetera.
Ora, io non so se ho dato un’idea della frenesia che caratterizza questa ed altre vie cittadine in cui imperversa la politica comunale del “fila dritto” (proprio così si chiama e la annunciano in technicolor gli stendardi sui pali, ogni tot metri), stando alla quale i semafori sono l’anticristo e vanno estirpati per lasciar spazio alle rotatorie, zone franche dove conta non chi ha la precedenza ma chi le impegna per primo e senza segnalare la direzione, perchè: che ti frega di sapere dove devo andare? Ma certo…comunque no, mi rispondo da solo, e del resto nemmeno me l’ero riproposto. Né intendo cascare nella retorica del com’era bello quand’era bello: solo che adesso è molto più difficile rendersi conto dei privilegi che ti baciavano in fronte quando eri costretto a fermarti sul ciglio di un marciapiede solo perchè dall’altra parte della strada, da un pannello luminoso, te lo ingiungeva un omino rosso e impalato; mica come oggi che potresti scarpinare senza sosta dietro graziosa concessione degli automobilisti pazientemente fermi a dare la precedenza sulle strisce, attività che – riconosciamolo! – ripetuta più di cinque volte in centro metri di tragitto, come avviene sul lungomare, può causare viscere convulse e voglia irrefrenabile di dar di morso al volante, mentre attraversano frotte di mamme con passeggino e di reduci della Grande Guerra al loro ultimo bagno. Insomma, dicevo, si obbediva alla regola dell’un po’ per uno, si trattasse di auto o pedone, dettata dall’arbitrio di un macchinario. E allora potevi notare, semplicemente. Notavi, sentendola quasi pulsare nella testa al pari del lampeggiare diurno dell’insegna del Riche Monde, la pedalata di una ragazza, né lenta né veloce, il ritmo giusto che le permetteva di staccarsi dal manubrio, lavorare di anche, socchiudere gli occhi, ravviarsi i capelli tenendo tra le labbra un elastico per poi in quest’ultimo avvilupparli, e tutto senza mai fermarsi, come se il resto del mondo avesse saputo di quel prodigio imminente e perciò lasciato la via libera da qualunque ostacolo.
Deliri da rincoglionito, s’intende, ma appartenenti all’epoca in cui ognuno a modo proprio si imbatte nella poesia – incentrata sul bosco che stormisce, o su un secchio vuoto o su un paio di fianchi – e la si tenta, poi la si disprezza o peggio si accantona, finchè un giorno la si rimpiange e si pensa che si doveva insistere, secondo l’aforisma di Flaiano; e magari ci si macera pure dal dispiacere.
Alla fine, arriva granitica la consapevolezza che se i poeti sono pochi, un motivo dovrà pur esserci. E allora “è stato meglio così”, è la meschina consolazione.

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