Bizzarro bubbone

Come al solito, il destino finisce per fare di una libreria l’allegoria di un ristorante, apparecchiandoti un tavolo distanziato dagli altri, ampio, con la tovaglia di fiandra e un cameriere dal passo felpato pronto a rabboccarti il vino nel bicchiere se anche solo ne bevi un dito; e proprio quando stai per sederti, una forza misteriosa ti spinge a cambiare idea e a scegliere un posto senza coperto, incastrato tra l’entrata e un terremotante banchetto per cinque battesimi, sotto il cipiglio malevolo di un individuo affetto da evidente zoppia che è già tanto se non ti spetascia la minestra in grembo. Dov’ero rimasto? Ah, sì. Intendevo dire che stavo ancora lasciandomi abbacinare dalla recensione di Alessandro Piperno, che si è autorevolmente sbilanciato decantandone lo stile “avvolgente e seducente”, quando mi sono trovato davanti (senza nemmeno troppo faticare – ecco il destino apparecchia tavoli) l’oggetto di cotanta lode: “Dolore” dell’israeliana Zeruya Shalev. Ho afferrato l’unica copia del libro (altra premonizione!), dalla copertina spoglia e grigia come certi sbuffi di gesso sulle lavagne alla fine delle lezioni scolastiche; ho ripensato all’accenno di trama lanciatomi come un’esca da Piperno, marpione e seduttore a sua volta (un vecchio dolore fisico che si riaffaccia dopo tanti anni, se non ricordo male, a tirarsene dietro una serie ulteriore, imprevista e di carattere esistenziale); ho aperto una pagina a caso e soppesato sulla lingua il ritmo del periodare: e per poco la mandibola non mi resta attaccata che per un lembo, e per poco non mi viene voglia davvero di destinare la tastiera da cui vengono queste righe a un funerale vichingo. Non mancava che coprire la breve distanza tra me e la cassa, ovvero a cedere al fascino del tavolo di lusso; invece ecco che i sensi venivano misteriosamente allettati dal progetto della cena più rustica, o anche solo avventurosa. In un angolo di campo visivo si era installato un altro volume: sulla copertina erano in bella mostra delle carte da gioco francesi, ma più finemente cesellate delle consuete, tanto da indurre a pensare che nella realtà non esistano nemmeno. Nessun altro indizio apparente, se non il riverito parere di Italo Calvino che definì questo secondo libro “straordinario”; e il fatto che si trattasse dell’unico incellofanato sullo scaffale ha rappresentato la sfida a duello, la definitiva provocazione cui bisognava reagire accettandola, ciò implicando il lento ritorno di “Dolore” dov’era collocato prima; ma si tratta solo di un arrivederci, a Piperno piacendo (e se non gli piace è poi lo stesso).
In realtà, fino all’ultimo ho taciuto a me stesso che questa deviazione era legittimata anch’essa da un altrettanto influente parere, ma proveniente da qualcuno di cui di solito tendo a diffidare – e perciò, paradossalmente, munito di fede privilegiata. “Centuria” di Giorgio Manganelli (datato 1979 ma da poco ristampato da Adelphi) è un mosaico di difficile catalogazione: non è chiaro se ciascuna delle cento schegge che lo compongono (da cui il titolo) sia a sé stante, o se le stesse finiscano, se non per formare un romanzo compiuto, per trovare comunque una loro latente omogeneità. Di certo l’etichetta di “racconto” mal si concilia con gli squarci fulminei che Manganelli offre: ma se è vero che l’abilità dello scrittore si misura nel cimento del racconto più che nel romanzo (nel primo devi sparare subito tutte le cartucce; nel secondo c’è più tempo per creare un mondo e per suggerire un approccio al lettore, un respiro breve o corto o entrambi alternati), “Centuria” sposta il confine più in là, mette alla prova la capacità di lasciarsi suggestionare. Se la fantasia del lettore non viene stuzzicata dalle vicende minimali, e da coloro che le animano, in modo che tracimi dalla facciata e mezzo in cui sono stipate, allora il libro ne esce in parte svilito. L’abilità qui non è solo dello scrittore, ma in buona parte anche nostra. L’unico senso su cui si può fare velatamente affidamento, a tal fine, è il gusto, sì, ma per il paradosso.
Impossibile quindi, e inutile, provare a descrivere anche solo per sommi capi il contenuto di “Centuria”. E’ un libro che procede per sensazioni progressive: la prima è di trovarsi di fronte al completamento ideale delle prose più brevi di Kafka, ad esempio quelle di “Contemplazione”, anch’esse istantanee i cui protagonisti si dibattono tra un’angoscia e l’altra, tra una decisione da prendere o meno. La seconda impressione è ricollegata alle carte raffigurate non per casualità sulla copertina: esiste più di un re, più di una regina, più di un fante, ma ciascuno di essi, a seconda del seme, avrà un diverso modo di indossare una corona, reggere un’arma, aggiustarsi la chioma; bisognerà aguzzare la vista su quei pochi centimetri per rendersi conto di tutte le particolarità, e allo stesso modo comportarsi con ciascun componente della “Centuria”: ogni distrazione impedirebbe di gustare il lavoro di cesello con cui Manganelli rifinì le pagine. Terza impressione è di trovarsi davanti, a più riprese, un manuale di psicologia, per cui – in una singola scheggia – capita di imbattersi in (poniamo) cinque personaggi, ciascuno dei quali pensa una cosa, ne dice un’altra e ne fa un’altra ancora, e le cui vicende si intrecciano dando così vita a un inestricabile conflitto potenzialmente fatale a chi, per l’appunto, non maneggi un minimo di nozioni sulla mente umana. Eppure, quarta percezione, a un certo punto un filo conduttore sembra affiorare. I “signori”, come li chiama Manganelli, sono quasi tutti “pensosi” (termine che ricorre con emblematica frequenza), sono accomunati da “un vago disagio”; e ogni tanto, secondo un criterio indecifrabile, l’autore insinua le vicissitudini di imperatori, re, regine, paladini erranti e destinati a veder ignorate le loro imprese: se ci fossero gli stregoni il poema epico cavalleresco, seppur spezzettato, potrebbe dirsi completo.
In definitiva, lasciata sedimentare l’esperienza di “Centuria”, ognuno avrà annotato i passi preferiti (infame da parte mia cercare di condensarli qui, ma tant’è): il tizio accompagnato da una voragine che si sposta dovunque egli passeggi, fedele alla pari di un cane (“Settantaquattro”); l’uomo e la donna che preparano meticolosamente un incontro per confessarsi l’un l’altra quanto sia fastidioso insistere a frequentarsi, ma provano un inedito sollievo quando realizzano, vedendosi per un’ultima volta, di non essersi mai amati a vicenda (“Sessantuno”); un animale che nessuno conosce, privo di segni di malvagità, ma dev’essere ucciso in quanto etichettato dalla gente come malvagio (“Quarantatrè”); il comandante che non si rassegna alla notizia della fine della guerra e dunque al fatto che la gente torni inammissibilmente a morire di morte naturale e non di pallottole (“Trentanove”). Io sono rimasto sconcertato di fronte alla “parabola”, così le chiama Calvino nell’introduzione, numero “Cinquantasette”, che mi arrischio a riportare per esteso di seguito, vittima del mio narcisismo (poi dirò perchè).

In una stanza posta al quarto piano di un edificio più grave che nobile, entro un appartamento di tre stanze più i servizi, sta un signore stempiato che, oggi, domenica, ha deciso di incominciare a scrivere un libro. Egli non ha mai scritto libri, e tutto sommato non ne ha mai letto molti, e in generale si trattava di libri stolti, o di poco peso intellettuale. In verità, non v’è nessun motivo, morale o pratico, per il quale egli debba scrivere un libro; ma durante la notte tra sabato e domenica gli è venuto fuori nell’anima quel bizzarro bubbone, che include l’idea che scrivere un libro sia attività nobile e nobilitante. Egli si rende conto che nella sua vita non ha mai fatto alcunché di nobile, il che è assolutamente esatto, ma meno eccezionale di quanto non creda; non ha nemmeno eseguito i modesti doveri sociali, che più o meno tutti eseguono, come sposarsi, mantenere una moglie e un’amante, fare un paio di figli e mandarli a scuola decentemente vestiti. Ha avuto relazioni fredde e distratte, giacchè egli non ama spendere soldi per alcunché, e tuttavia non è avaro. In verità non conosce nulla che giustifichi un uso fatuo e dissipato del denaro. Non è religioso, e nemmeno irreligioso, giacchè entrambi gli atteggiamenti esigono un’aggressività che egli non ha. Non legge filosofia, che del resto non capirebbe. Ha un impiego di concetto, che non gli impone decisioni gravose, e non gli offre prospettive eccitanti, che del resto egli non desidererebbe, giacchè una vita noiosa è per lui assai più ragionevole che una vita eccitante. Tuttavia, questa domenica ha deciso di scrivere un libro. Egli vuole nobilitare la sua vita ma in modo clandestino; il libro uscirà postumo. O forse non uscirà, ma verrà scoperto dopo due secoli, ed egli godrà di tutti i vantaggi della gloria, senza nessuna delle inutili dispersioni di energia che la gloria comporta. C’è qualche difficoltà; egli non sa che cosa sia un libro; non sa quanto debba esser lungo per essere un libro; non sa, soprattutto, se debba parlare di qualcosa o di niente. Memorie da raccontare non ne ha, e non le racconterebbe; scriverà un romanzo, una divagazione, una meditazione? E’ perplesso. Prova un vago disagio. No, non parlerà d’amore. Ha provato ad aprire il vocabolario, ma ha sempre trovato parole come “cane” o “treno”; pensa che qualcuno lo stia insultando, e lo inviti a fuggire, e si guarda attorno, pian piano, digrignando i denti.

So di peccare di immodestia: ma questo è il mio ritratto, con quel “bizzarro bubbone” e tutto ciò che viene prima e dopo. E se non si tratta di una radiografia, è solo perché abito al terzo piano e non al quarto, e sono libero professionista e non impiegato.

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