Consigli per l’estate (I – Amsterdam)

Arrivare un pomeriggio di agosto inoltrato, atroce la consapevolezza che quasi sicuramente passerai la notte guardando le stelle e battendo i denti nel merdaio di Ducato in cui stai viaggiando con altre otto persone. Salmodiare ringraziamenti in lingue che non credevi di conoscere dopo aver scovato alla prima botta l’Hans Brinker Hotel, venti euri a notte, un ostellaccio molto internazionale che per carità, per averceli, nove posti ce li ha. Meraviglioso. Solo che nessuno ha mai specificato: in un’unica stanza. Cercare quindi, trasudando falsità da ogni poro, di rassicurare le bimbe al seguito che a giustissima ragione immaginano, appoggiate le stanche membra sui valigioni appena scaricati, di dover condividere la poca anidride di là dentro (troppa grazia l’ossigeno!) con viandanti bulgari e mercanti circassi – come dar loro torto?
Decidere di sacrificare qualche specie rara al primo dio disponibile una volta appreso che non bisognerà dividersi; adocchiare i materassi imbevuti di robaccia scura al punto tale che non avresti il cuore di darli al barbone davanti alla Coop, ma di colpo fabbricare gli adeguati anticorpi perché bisogna rimanga vivo il pensiero del bulgaro e del circasso in agguato nelle altre stanze. Una porta ce ne separa, e dunque ringraziare, ringraziare ancora e sempre per le facce amiche tutte attorno, raggiungibili con un solo debole sospiro da un letto a castello all’altro.
Abbandonare le coltri di buon mattino, fare due passi sul pianerottolo, indugiare sulla simil-moquette blu che ricopre i gradini ridotta a portacenere, bucherellata com’è dalle cicche gettate via alla cieca; pare una rielaborazione della notte stellata di zio Vincent, ma in realtà è solo uno dei tanti motivi per cui l’Hans Brinker ebbe a guadagnarsi il titolo di peggior albergo non d’Europa, non dell’emisfero, ma del mondo intero. Mettersi in un angolo mentre robuste ragazzotte addette alle pulizie (per fare lo sburone le diresti originarie della Guadalupa, o del Suriname) cominciano a sistemare gli arnesi del mestiere trascinati su un carrello, ove trova posto anche un radiolone Philips anni 70. Ascoltare la musica che quest’ultimo emette gracchiando, ma pur sempre a volume ragguardevole: segno, questo, dell’inizio del lavoro (il loro) e della fine del riposo (di tutti). Sogghignare mentre le fustacchione di cui sopra prendono a bussare furiosamente sulle porte delle camere, ingiungendo perentoriamente agli occupanti reduci da una nottata di funghi e poesia un termine molto breve per togliersi dalle palle – e sono passate da poco le nove, quassù non si scherza mica. Realizzare di botto che l’Hans Brinker Hotel è molto meno internazionale di quel che pareva sulle prime, posto che dalle stanze provengono in risposta rantoli simili in ogni idioma, ma inframmezzati da peculiari espressioni del tipo:”Neh, Andò. svègliate, hann’a pulì!”. Sentire in quel tono di voce il terrore di poter essere scaraventati via nel primo camion tritarifiuti assieme al resto del pattume, di lì a poco.
Sostare di fronte a tre televisori attaccati l’uno all’altro; sono al plasma, ma le immagini, sfocate e in bianco e nero, sembrano trasmesse da “lussuosi” reperti rumeni, reggente il “caro” Zio Niculae. Sullo schermo di sinistra, in primo piano, lo strano volto da Iccs Fails di una tizia che guarda nel vuoto e parla a vanvera; in quello centrale una figura secca-nuda-allampanata, i capelli sulla faccia a mo’ di Mocio Vileda, che si agita senza mai fermarsi al ritmo di un bongo africano; e a destra, infine, un’altra creatura a testa in giù che declama il fonema composto dalle lettere a e acca prolungandolo fino allo stremo, ora più forte ora più piano. Verrebbe spontaneo insinuare che si tratti semplicemente un ustionato di secondo/terzo grado liberato da garze e bende senza anestesia, ma che razza di spirito artistico dimostreremmo? Minuti, minuti che diventano quarti d’ora, vediamo chi dura di più, vediamo dove vogliono arrivare, e alla fine passare oltre dopo una mossa, uno scuotersi, una sequenza di a e acca (vabbè, un urlo) che ci sembra – sembra, eh?! – di aver già colto nelle performance dei tre mostri testè descritti, che magari sono pure la stessa persona, chi lo sa. Ridere all’idea di dover spiegare ai cafoni rimasti a casa che ti sei imbattuto in tutto ciò non visitando un ospedale psichiatrico, ma la sala dedicata alle opere contemporanee nel museo più importante della città, intitolato a un certo qual artista che, se l’avesse saputo, si sarebbe mozzato anche l’altro orecchio e chissà cos’altro per la disperazione. Senza contare che resterebbe da ammirare qualcosa del pittore “Verme” al “Riksmusium”, come diciamo noi pagliacci italiani che con le pronunce, proprio…E infine la pennellata d’autore: incrociare Andò e relativi accoliti che girano tra i quadri in veste di raffinati intellettuali intenditori, gli stessi che la sera prima andavano chiedendo, abbandonato l’italico pudor perché “qui xé legàl, là invece no” (parafrasando i Pitura Freska), quale fosse il coffisciòppo più malfamato della zona. Forse anche loro sono un’opera d’arte, proprio come i tre soggetti dei video di cui sopra, rispettivamente Libera la mente – Libera il corpo – Libera la voce di Marina Abramovic. (L’abbiamo imparato dopo, ma certo).
Mollare una pacca al compagno di viaggio più “extranegro” (e quindi più internazionale) tra tutti: la cassiera creola di un discount gli ha ricordato di riportare i vuoti delle bottiglie appena comprate – ”Ma puoi tornare anche senza, è lo stesso, magari stasera…”, aggiunge subito lei, con una smorfia più triste che maliarda, a far comunque intendere: io son qui, vedi tu…Tornare in albergo nel pomeriggio mentre lo stomaco prova a digerire sia il kebab, o il felafel, sia l’amarezza che si prova a vedere queste specialità accomunate pressoché dappertutto alla pizza. Farsi belli per l’happy hour, celebrato in Italia da impiegati e altri animali d’ufficio a base di vinelli pregiati, mentre qui, per lo meno tra i tavoli e le panche da campeggio dell’Hans Brinker, si comincia a gavazzare immediatamente dopo le cinque in un tripudio di Heineken, mentre attorno pullulano biondi, mori, gialli, rossi; c’è anche Andò coi suoi mistici compari, oggetto però di redivivo apartheid, poverini. Giungere alla trita conclusione, gira e rigira, che hai proprio ragione, la vita fa schifo e questo mondo è una merda, ma se penso che la prima pinta di birra l’ho pagata un euro e cinquanta e la seconda l’ha offerta la ditta e là fuori è tutto così diverso, mi vien quasi voglia di gridare evviva, evviva cosa non so, forse le piccole grandi cose; ma evviva! e facciamoci un hamburger in culo a chi ci vuol male. Intanto l’australiano rimasto in disparte ha gettato definitivamente la maschera per tacchinare le nostre pulzelle, servendosi di un inglese tragicomicamente incomprensibile; quelle ascoltano, partecipano, ridono, si divertono. Tutto inutile: noi mostri non le salveremo.
La sera, apprestarsi a muovere i primi passi in Piazza Daam, e là fare appena in tempo a cambiare direzione una volta scorto l’Andò di turno che mette alla prova la sua capacità polmonare volendo attirare l’attenzione di qualcuno mai più visto dai tempi dell’asilo; in realtà trattasi del solito compare stordito, ma il tono del richiamo è lo stesso che useresti per avere aiuto mentre ti brucia la casa: “UCCIOOOOO! UUUUUCCIOOOOO!”.
Aggiustare le chiappe dentro a un localino con vista su canale, mentre quel poco che resta della luce del sole imputridisce nelle acque sotto un ponte; di birra non siamo ancora stufi, chè le Heineken dell’Happy Hour sono state solo uno scherzo, ora facciamo i signori e assaggiamo tutte le altre che da noi o ci sogneremmo o pagheremmo una fortuna. Ammirare fino alla consunzione oculare tutte quelle creature invariabilmente bionde e alte, ma anche alte e bionde, che imperversano a rotta di collo sulle piste ciclabili, finchè una di loro non decide di sedersi a un tavolo di quello stesso scolatoio, ed è così vicina che se non ci fosse la dannatissima finestra di mezzo, potrebbe unirsi senza alcuno sforzo ai nostri brindisi a base di Grolsch. Piantare gli occhi nella sua carne anche se Lei è inequivocabilmente accompagnata, ciò che in Italia indurrebbe qualunque coppia all’allontanamento sdegnato e al checcazzovuoi di prammatica, nella migliore delle ipotesi; e infine ottenere il muliebre sorriso da archiviare nel cervello a mo’ di diapositiva. Che inno alla gioia, che stile; da adorare, punto e basta. E goditi tutto questo, dice un amico al mio orecchio, perché una volta tornato a casa troverai i consueti automi sciabattanti e con la panza di fuori, dio se le strafulmini.
Chiedere a nostra volta perdono per aver giurato e spergiurato a noi stessi che non l’avremmo girato, quel dannato quartiere; ma niente da fare, stavolta l’italico sangue e la birra ingurgitata a bassissimo costo prendono il sopravvento su tutto il resto e finiscono con l’accomunarci ai vari Andò che ormai infestano il territorio peggio di una febbre gialla o di una morte nera. Non che le vetrine e il relativo contenuto riservino chissà quale sorpresa. La Maestrina però…aria severa, in mostra con addosso berretto e mantellina cattedratici, libro aperto tra le mani a schermare malamente le tettone, ovvi occhialini in punta di naso, una cosciona puntata a terra e l’altra penzolante dallo sgabello, non ho studiato le tabelline, tesoro, come la mettiamo? Meravigliosa, la nostra preferita. Fingere di andare via, divorati dalla cretina speranza di una sua sortita fuori dalla vetrina: chissà che passo deve avere e invece èccotela lì dentro, come imprigionata nel marmo. Inchinarsi al suo cospetto prima di tagliare l’angolo tristi, stavolta per davvero; addio per sempre, addio Maestrina.
Allo spuntar del sole, abbandonare l’Hans Brinker con tutto il suo carico umano; Andò dorme ancora per poco il sonno dei giusti, Uccio ormai vaga in Piazza Daam come se fosse al paesello suo, la Maestrina ha forse appena finito di farsi brutalizzare dall’ultimo stronzo sputa soldi e di sicuro tutte le fate del regno inforcano il velocipede per buttarsi a rotta di collo sulla striscia d’asfalto a loro riservata – mentre tu, povero gnomo italico, con la povertà d’animo che ti ritrovi puoi solo pensare a quanto hai partorito poco prima sul trono di tutti: una bella E commerciale (“&”), adagiata su un gradino ricavato all’interno della meno nobile delle ceramiche, e dunque rimirata in ogni dettaglio prima di essere spazzata via. Lassù i cessi son fatti così, e nessuno capirà mai il perché.

 In fondo, cos’è Amsterdam?

Annunci

8 pensieri su “Consigli per l’estate (I – Amsterdam)

  1. Non l’ho visto. Del resto devo ammettere di essere un po’ prevenuto verso ciò che racchiude entrambi i concetti, “avvocati” e “America”. E’ una mia deformazione, ovviamente professionale…

    Mi piace

  2. Anche un mio carissimo amico fa l’avvocato difensore. Questo spesso ci impedisce di frequentarci, perché magari fissiamo di pranzare insieme, ma poi l’udienza si protrae più del previsto e lui è costretto a disdire. Ma è di una tale simpatia che gli si perdona questo e altro.
    Colgo l’occasione per consigliarti anche quest’altro splendido film: https://wwayne.wordpress.com/2015/05/10/una-bella-sorpresa/. Vederlo mi ha reso una persona migliore. Grazie per la piacevole chiacchierata! 🙂

    Mi piace

  3. Che bolgia… Ok, mi hai scoraggiato a sufficienza… Su Amsterdam ci metto la croce. Sarò triviale, ma tra le tante trovate di questo racconto – hai delle visioni geniali e dei modi geniali nel descrivere quanto di più comune e familiare – è la “e” commericiale. Non ci avevo mai pensato… E’… perfetta, semplicemente perfetta. Complimenti, un sorriso. P.

    Mi piace

  4. Grazie caro Paolo…quella “&” in particolare non la auguro a nessuno: è frutto di grandi sofferenze. E non ti arrendere con Amsterdam, per fortuna quello che ho descritto non è l’unico modo di viverla…ma allora non potevamo permetterci altro 😊

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...