Consigli per l’estate (II – onde fica?)

“Andare a Portela a prendere il vento”: eccome se mi sarebbe piaciuto, massimamente vedendo sfilarmi via sotto il naso il bus navetta ivi destinato. E invece quella mattina, piegandomi alle volontà del gruppo, virai verso Belem (mi raccomando la emme!) e le sue maestosità, e se mi fossi cimentato a spiegare agli altri il perchè di un mio eventuale mutamento di rotta avrei detto, né più né meno: me l’ha chiesto Irene, devo andare a trovarla, so che è lì. Una risposta migliore, credo, non mi sarebbe mai venuta. Ma trovai modo di pensare a lei anche a Belem, mentre visitavo la sezione contemporanea del museo Berardo, nei pressi del monumento alle Scoperte. Avrei voluto fosse anche lei nelle stanzette buie e spoglie dove proiettavano i vari filmati-installazione, e chissà, chissà che facce ci saremmo scambiati di fronte a un frigorifero preso a sassate o alla tizia che, fregnall’aria su una spiaggia deserta d’inverno, usa il filo spinato come hula-hoop, con le conseguenze truculente del caso; chissà cosa ci saremmo detti una volta fuori, sorpresi dai vapori-geyser che uscivano ogni poco dal pavimento.
Ma cosa mai si può dire su Sua Maestà Lisbona di così originale? Non erano certo sorprese, all’uscita dall’aeroporto in notturna, il cielo a chiazze bigie e, appeso a mo’ di vela alla facciata di un palazzo, un gigantesco manifesto rigonfio di vento dal quale Dom Cristiano Ronaldo sorrideva sottoponendo alla città la bontà di quella tal proposta bancaria. Un vento, tra l’altro, che lì per lì mi faceva maledire ancor di più il fatto di aver dimenticato a casa i jeans e di essere provvisto solo di tre paia di bermuda. Invece, nei giorni successivi di permanenza, sole a picco su tutta la landa e aria quasi calda anche di notte, a tratti uno di quei climi che ai figli di mamma Romagna fa istintivamente storcere il naso e sussurrare “eh, garbino”. Che di fatto è un vento, ma rimanda anche e proprio a un preciso tipo di cottura mentale. Poi va be’, tutta speciale la poesia del barrio alto, i tram che quanto più è soffocante il vicolo tanto più ci si buttano a rotta di collo con il loro carico di disgraziati appesi fuori fino all’ultimo millimetro di lamiera; i loculi di ristoro che una comitiva medio-riminese del sabato sera metterebbe in crisi in pochi istanti; sempre lassù il castello, con il sottofondo del flauto alla Ian Anderson; i ponti ultra-sopraelevati che fanno tanto megalopoli; il profluvio di scatti fotografici dopo il viaggetto sull’ascensore che i cittadini hanno sentito l’insopprimibile esigenza di intitolare, perfino quello, a una santa. Tralasciando ciò che un ordinario giro in bus scoperto può ulteriormente – e meglio – palesare, non restava che chiedere perdono per la sosta al locale Hard Rock Cafè, nei pressi dei Restauradores. L’assunzione di una dose di costolette grondanti malvagità verrà espiata con un piatto di baccalao, spergiuravo a me stesso, con la speranza di sopravvivere ad entrambe le esperienze culinarie.
Credevo non fossero previste tappe brulle e sperdute: vero in parte, posto che non si può evitarle anche solo viaggiando verso Algarve. In ogni caso per raggiungere le spiagge (da quelle a scogliera invase da un “nebbione” da tagliare a fette alle altre con i granelli di sabbia del diametro di mezzo centimetro) ci sobbarcammo tragitti dove l’asfalto era ancora di là da venire, hai voglia a lavorare di tom tom. A Sines, in Alentejo, patria dell’unico Vasco che vorrei famoso (oltre a Pratolini, ok), la promessa del baccalao andò bellamente a farsi fottere: di quel borgo di anime semplici, infatti, mi preme ricordare il tizio che in un torrido angolo cottura del ristorante lavorava, con il solo uso di mani e sale, larghe schiere di orate, tonni e altre creature del pescato che poi esibiva come trofei, in posa per le nostre fotoricordo. Se questa era la cosa più buona di Sines, la palma di più bella va tuttora alla barista notturna del nostro albergo, il Sinerama, tanto da instillarci il dubbio che lei non fosse nemmeno, o del tutto, portoghese. E scusate tanto, ma un dato del genere va riportato non foss’altro per il fatto che di sera, a Sines, l’unica presunta attrazione era un’orchestrina scalcinata sciorinante uno zumpappà che non avrebbe impietosito nemmeno la festa dell’Unità di Praticello di Gattatico.
Di Lagos, da dire, ancora di meno, perchè di base era simile – che so – alla nostra Viserbella con in più i saliscendi tra gli alberghi da una parte e i posti accalappia turisti dall’altra (locali e negozi di mercanzia varia). Doveva essere il paradiso dei surfisti anche per l’impossibilità di svegliarsi e addormentarsi senza il costante accompagnamento sonoro – quasi uno sberleffo irridente da cartone animato – delle bestie alate attorno al nostro albergo, il Dom Manuel, ricolmo di arazzi, armature e mobilio (finto)antico, nonchè fornito di servizio massaggi e bagno turco. Da ricordare a litrate di lacrime restano le spiagge ancora più a sud, bagnate da maree che permettono di organizzare birbonate nei confronti di coloro che stanno innocentemente a riva (“Ehiiii!,Pàvolo! girati, siam quaaaa!”, e il malcapitato si volta a salutare gli amici non rendendosi conto dell’onda di un metro e mezzo che va formandosi alle sue spalle. Poi il tizio, spiaggiato a quattro di spade e rintronato al punto da non sapere dove si trova, si rialza lentamente, ignaro che una nuova muraglia d’acqua sta per abbaterglisi addosso senza nemmeno il tempo di fargli dire “A”. Alla fine, Pàvolo dovrà ricorrere anche ad un’incisione chirurgica per liberarsi di tutta la sabbia, come detto non proprio di grana finissima, che nel frattempo gli si è infilata SOTTO la pelle, in ogni anfratto, quasi ci si fosse rotolato per due ore. E’ noto che per ottenere un risultato del genere in Algarve, invece, basta una rapida sciacquata oceanica di un minuto appena).
Sui Portoghesi, davvero difficile farsi un’opinione. Più circostanziato saprebbe essere ancor oggi un mio compagno di viaggio, che nell’albergo di Sines – in tempi, va detto, in cui il wi-fi neanche si sapeva cosa fosse – pagò in anticipo una connessione Internet destinata a non funzionare, e perciò riempì voluttuosamente l’aere di variopinti pareri sulla nazione tutta, segnatamente dopo che il personale alla reception, pur avendo constatato il problema, continuava a sorridere e a opporre noncuranti alzate di spalle.
Per quanto riguarda l’idioma locale, una volta sgranato il pateravegloria composto dai bongìa-boatarde-obrigado d’ordinanza, sembrano essere già soddisfatti. L’unica diversa espressione portoghese, peraltro imparata grazie a un dizionario tascabile, la usammo esclusivamente tra di noi, chiedendoci incessantemente a vicenda: “Dov’è?”, e dunque era tutto un fiorire di “Onde fica?”, in particolare di “Onde fica fica?” nei momenti di sconforto, ma sorvolerei.
Se con queste righe ho brutalizzato un Paese, pazienza. Comunque, peggio di Zio Antonio ai tempi che furono (e no, non alludo a Tabucchi) impossibile fare.

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5 pensieri su “Consigli per l’estate (II – onde fica?)

  1. Mi hanno suggerito questo link…
    http://www.paolonori.it/stare-a-casa/
    Trovo un’assonanza, all’insegna della tua stessa rassegna (perdona la cacofonia) di racconti di un poi che era meglio – forse – evitare. In realtà, come dice Nori, se le “brutte” esperienze (ivi incluse le vacanze) si ricordano di più di quelle belle, ci sarà ben un perché…
    Una cartolina (anche più di una) tu potresti di certo mandarla… (a ben vedere pur’io, e più d’una…).

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  2. Grazie Paolo…leggerò con calma. Anche se io brutte esperienze vere e proprie non ne ho mai vissute. Anzi, rivivrei tutto. Lo stesso “tutto” che sperimenterei pur di aver qualcosa da scrivere 😉

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  3. Oh, letto: divertente punto di vista. Ma distorto da una circostanza: per il bolognese classico (ormai non ce ne son più, si sa) casa sua è il centro del mondo, e anche andare a comprare il giornale può essere un’esperienza di viaggio. Se poi gli capita di partire – che so – per Roma, uh, si sente come se dovesse prendere la transiberiana😃

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  4. Non ci avevo pensato, in effetti… E’ tutto relativo. 🙂 Mi piaceva l’idea. In fondo, credo, anche lui dica che le esperienze “negative”, particolari, al di là delle aspettative, che se rispettate probabilmente non avrebbero lasciato il segno, ci restano particolarmente impresse, addirittura care. Parlo di viaggi, vacanze, cose così. Mi piaceva l’idea di percorrere l’originalità di quel “era meglio starsene a casa”, che riabilita l’esperienza stessa.
    Finirò di leggere i tuoi di consigli per l’estate (che non è sinonimo di vacanza). Davvero ricchi e divertenti.

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