Consigli per l’estate – mezzanotte a Narva (prima parte, ovvero il Partito dal buon cuore)

Se mi avessero detto che in vita mia avrei trovato la nebbia ad agosto mi sarei francamente preparato al peggio, e lascia pure che erano ormai le nove di sera, e lascia pure che eravamo in Estonia. La nostra Passat in quello stesso pomeriggio si era sciroppata un’ infinità di mulattiere polverose al solo fine di farci raggiungere una base militare dismessa e dimenticata da domineddio. Qui una stranita mamochka vestita da sergente ci accolse con tanto d’occhi dopo essersi accertata di aver ben capito il nostro luogo di provenienza, per poi condurci in una rete di lerci e inquietanti cunicoli sotterranei laddove, solo pochi anni prima, pregiatissimi esponenti dell’Armata Rossa erano pronti a sganciare missili contro buona parte d’Europa nel caso in cui lo Zio Sam avesse gonfiato un po’ troppo i pettorali. “Sarete i miei soldati”, avvertì esaltata la mamochka nel suo Inglese altrettanto in disuso, e ancora una volta mentirei se dicessi che mi aspettavo di affrontare un’esperienza da recluta – io congedato senza aver visto una caserma nemmeno in cartolina – nelle repubbliche baltiche. In ogni caso, tornare all’aperto fu un sollievo, soprattutto dopo aver toccato con mano (o quasi) quel che i compagnucci degli anni ruggenti avevano tenuto in serbo per gente come noialtri, con il culo al fresco laggiù mentre fuori imperversava la calura agostana.
Calura, sì, benchè stando alla LonelyPlanet avremmo dovuto trovare non più di una ventina di gradi. Invece incocciammo, evidentemente, l’estate più asfissiante da qualche tempo a quella parte (mentre in Italia stava venendo giù un’acqua da far paura), insomma l’ideale se stai girando spergiurando a te stesso non solo che la strada è quella giusta, ma addirittura di avere una meta. Oltre alla base dismessa, di quel pomeriggio resta scolpito il ricordo di una fatina ferma in mezzo al nulla sul ciglio della strada per Tartu. Di un’età appena sufficiente a soddisfare determinate voglie senza farti incappare in reato, spietatamente bionda come solo lassù sanno essere, si era avvicinata alla nostra macchina senza timore alcuno, e una volta ricevute le sue indicazioni verso il successivo barlume di civiltà eravamo talmente stregati da domandarle: vieni con noi? Intendo dire: nessuna malizia, era una cosa del tutto spontanea. Ma non eravamo abbastanza lucidi per capire che privare il posto di quella “boccata di fica fresca” – sto citando James Ellroy, non vi offendete – sarebbe stato delittuoso, come deturpare un paesaggio. E poi l’avevamo chiesto in Italiano; begli stronzi.
Giunti a Sillamae, l’impresa era guadagnare il tetto. Per come avevamo impostato il viaggio (cioè alla ricerca degli ultimi vessilli del vetero-comunismo, e dio solo sa – illusi! – quanti inautentici ne avremmo trovati, mentre i nostri connazionali impiegavano molto meglio il tempo bombando come assatanati), e LonelyPlanet alla mano, Sillamae era una tappa prestabilita e obbligatoria. Trattasi di una cittadina per molto tempo assente dalle mappe, concepita e costruita dai trucci-trucci-compagnucci per inscatolare i proletari una volta conclusa la giornata di lavoro: nulla più di schiere di casermoni, lascito del Partito dal buon cuore, e una scalinata con annesso parchetto, vista su mare e striscia sassosa che giurava di essere una spiaggia. Visione perfino gradevole nello sfavillio agostano, certo tutt’altra cosa nel grigio uniforme del sottozero invernale. L’unico scovato nel circondario era l’albergo Krunk, anch’esso talmente dismesso (come la base missilistica) che pareva quasi naturale che il ragazzo alla reception non volesse darci una stanza: tutto esaurito, stando a lui. Fattogli presente che ci accontentavamo, per una dannata notte, anche di un sottoscala, rispose che si, forse una camera c’era, ma era talmente sporca che non aveva il cuore di darcela, davvero. Che caro. Va bene, questa fa quasi il paio con “Non abbiamo bottiglie di vodka, cioè, ci sarebbero, ma il freezer è staccato e sono calde”, ricevuta a mo’ di rifiuto in un albergo di Rodi Garganico, in alta stagione estiva; ma tant’è.
Tornammo sull’asfalto lasciando il moccioso a complimentarsi con sé stesso, e dunque eccola, la “famosa” nebbia estone d’agosto, calare assieme al buio sulla strada principale che costeggia Sillamae, crescente la consapevolezza che alle dieci di sera stavamo ancora girando con mezzo pasto (immondo) nello stomaco e la spia arancione della broda che occhieggiava senza simpatia. Il riso isterico, feroce che ne derivava, fino a squassarci le budella, è tuttora uno dei ricordi più vividi di quei giorni zingari. Ma in situazioni come queste il lato positivo della faccenda sta proprio nel fatto che siano le dieci e non le undici; stesso discorso da fare eventualmente un’ora dopo a lancette spostate. L’ultima speranza era a venti chilometri, laddove sarebbe probabilmente finita quella strada maledetta visto che ci trovavamo sempre più a ridosso del confine russo. Ci avrebbe scortato sino a Narva una fila impressionante di TIR, per fortuna fermi al margine della carreggiata, tanto da indurci a pensare che la frontiera fosse stata spostata più in qua dal giorno alla notte, con buona pace dei nostri passaporti privi di visto. Così non era, ma guai solo a pensare che avessimo abbondantemente già dato in termini di passione, intesa come sofferenza.
Lo scorcio più caratteristico che Narva possa offrire di giorno è costituito da due rocche a guardia dell’omonimo fiume. Altre cose si gustano meglio nell’oscurità, paradossalmente: come la frontiera russa, le cui casupole sono così insignificanti che per un po’ non ti sembra vero di scorgere lì a due passi, quasi da toccare con mano, la Santa Madre con tutto il magico che ne consegue. Altre cose si fa fatica persino a identificarle. Ad esempio, poco dopo il cartello di benvenuto a Narva, e anche se la priorità restava trovare un posto per la notte, l’interruzione del nostro vagabondare fu sancita da uno sgomento “Oh ragazzi, e quello che cos’è?” pronunciato all’unisono, che in verità suonava più come un: “Sapevo che sarebbe successo, ma non in che modo o quando”. Nel nostro caso, l’Imponderabile assunse le forme di una costruzione seminascosta, eclatante il fatto che sembrasse un tempio di ispirazione classica, con colonne, frontone e tutto il resto. Ci aggirammo nello spazio antistante rintanati nella nostra Passat, incapaci di formulare una qualunque ipotesi sull’attuale funzione di quell’accidenti, e senza il coraggio di scendere per accertarci della presenza di qualche indicazione rivelatrice. Non ne venimmo mai a capo, ovviamente, così da concludere che doveva trattarsi di una specie di centro del dolore – ho detto dolore? Volevo dire: di gioiosa rieducazione destinato a qualche dissidente del tempo che fu. Mettiamola così, era il frutto della nostra galoppante (e povera) inventiva occidentale, ma chissà mai?

(continua)

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