Consigli per l’estate – Mezzanotte a Narva (parte seconda, l’antro del socialismo dal volto disumano)

Allo scoccare della mezzanotte piombammo all’Hotel Narva (sicchè: città, fiume e albergo tutti con lo stesso nome; sai che cazzo di fantasia), nella cui reception deserta ci corse incontro un’altra mamushka, scalza. Volevamo da lei solo i due fatidici si alle domande “avete posto?” e “restate aperti la notte?”, dopodiché non ricordo chi di noi ebbe la forza di contrattare sul prezzo, so solo che non passò nemmeno troppo tempo prima che quella concedesse: “OK, discount for you beautiful Italian boys!”. Prefigurandoci le prestazioni che ci aspettavamo esigesse in ricompensa, chiedemmo dove si potesse mangiare un boccone a quell’ora. Era aperto solo un posto nelle vicinanze, un localino sotterraneo, caruccio anzichenò. Beh, insomma, avremmo visto da per noi.
Vialone, casermone, retro-casermone con annesso parchetto male illuminato. L’entrata non poteva che essere quella: non c’era nient’altro e un tizio ci faceva già segno di scendere le scale con lui. Una volta giù nella taverna, ci accomodammo senza timori accanto a una tavolata occupata (l’unica) da una comitiva piuttosto multicolore, pareva – per abusare di una similitudine – la reclame della Benetton. Una volta ordinata la consueta sbobba (insalata di quel-che–ti-pare-tanto-è-lo-stesso) che ci intorbidava il fegato da giorni, ci raggiunse dalla panca vicina, boccale costantemente in mano, il nostro caro amico (oggi possiamo perfino definirlo così) Boris. Era un ragazzone dallo sguardo annacquato, con gambe e braccia, pur non particolarmente muscolose, grosse come tronchi di pino. Non parlava una parola né di Italiano né di Inglese (tranne “ok”) ma aveva capito la nostra provenienza ed era ovviamente desideroso di interagire coi quattro italianuzzi, seppure alle sue condizioni e alla sua maniera. Si piazzò alla mia sinistra, di fronte aveva altri due miei sodali, il residuo sedeva a destra a capotavola. Per rompere ghiaccio e coglioni in unica soluzione, si mise a indovinare la nostra città: una volta stabilita Bologna come giusto compromesso, prese ad esprimere il suo gradimento per alcuni capoluoghi italiani. Se Milano e Bologna – a suo arbitrio – erano “Ok”, citando altre città italiane emetteva grugniti primitivi e menava spaventosi fendenti nel vuoto, a pochi centimetri dai nasi dei miei impietriti dirimpettai. Capimmo che quello era il suo modo di manifestare disapprovazione, con la variante delle spallate tipo football americano per fortuna sempre date sempre nell’aria, della quale era comunque chiaramente percepibile lo spostamento. I deliri di Boris nel dialetto natio si protrassero per minuti, inframmezzati da un misterioso gesto che rivolgeva di volta in volta a ciascuno di noi: portava un dito a un angolo della sua bocca e strofinava come per togliere un avanzo delle loro squisitissime insalate, inducendoci a fare lo stesso di rimando. A quel punto bofonchiava un bisillabo pieno di consonanti e rideva. Se in Estonia, sul confine russo, tutto ciò ha un significato particolare, giuro di non volerlo sapere.
Boris proseguì intrattenendo i due miei amici di fronte con le sue discorsesse, alla sua destra io mi godevo il tutto schiacciato contro il muro ma con paziente rassegnazione, mentre quello a capotavola chiamò a bella posta la morosa per far passare un po’ di tempo. Credo che avrebbe potuto benissimo far finta, tanto il tono della conversazione sarebbe stato lo stesso: sì cara, va a meraviglia, è notte e siamo finiti in un posto del tutto sconosciuto, un tizio completamente ubriaco e non proprio grazioso ci sta dando da dire mentre ci cibiamo di sbobba pre-unta, non so se usciremo incolumi di qui, e a te come va a Panarea? In realtà, di tutte queste cose era vieppiù consapevole ciascuno di noi in cuor proprio, Panarea esclusa.
Il locale si era svuotato con un tempismo immondo, vale a dire proprio quando avevamo bisogno di qualcuno cui chiedere aiuto in qualsivoglia forma, anche perchè sentivamo che lasciare il posto su due piedi non sarebbe stata una mossa molto saggia. Così, essendo subentrata in noi una meschina rassegnazione, non restava che provare a interagire con Boris, che intanto continuava a bere e a sputarci contro unità foniche minime e premasticate (perifrasi, questa, non inutilmente suggeritami da Word, una volta tanto). Purtroppo, per ovvi motivi, non si poteva instaurare un contraddittorio soddisfacente – sempre che convenisse “contraddire” un tipo come lui – così il nostro ospite si accontentò di sentire ogni tanto gridare da noi “ok” a conferma delle sue dotte analisi, con susseguente stretta di mano. Elemento, quest’ultimo, in base al quale prese a giudicarci uno ad uno: se era rimasto contrariato di fronte alle prese altrui, giudicate troppo deboli, io contraccambiai, un minimo, il vigore con cui Boris avrebbe finito per stritolarmi le falangi. Se pensavo di cavarmela con un grugnito di approvazione, beh, mi sbagliavo: infatti l’energumeno puntò un gomito contro il tavolo, agitando le dita e sfidandomi apertamente. Non c’era modo di sottrarsi, né altro da fare se non dare un bacio d’addio al mio avambraccio che già immaginai schizzare via a decorare le pareti. E il bello è che i miei sodali sibilavano: oh, mi raccomando, lascialo vincere; come se avessi avuto davvero interesse a competere con un troglodita ubriaco e dalle intenzioni non del tutto limpide. Così il buon Boris oggi può tranquillamente vantare nel suo palmares una vittoria a braccio di ferro con una mozzarella di contendente italiano, che aveva perfino finto di opporre resistenza per tre secondi di numero prima di arrendersi in nome della suprema amicizia tra il Belpaese e l’Estonia (ma questo lui non lo ha mai saputo).
La situazione, sino a quel momento anche solo “grottesca”, precipitò quando Boris ci chiese se fumassimo. Va detto che non sarebbe potuto incappare in non fumatori più puri di noi; ma se Boris si era accontentato dei primi 3 “no”, d’improvviso si alterò inspiegabilmente, afferrando per la maglia il poveraccio che gli aveva risposto per ultimo e tenendolo all’ombra di un pugno tale da spostargli non solo la mandibola, ma anche la macchina parcheggiata fuori. L’interessato oggi è in grado di parlarne perfino con un mezzo sorriso, questo vi basti.
Ormai erano rimasti solo il gestore e i camerieri del locale, i quali sogguardavano senza muovere un muscolo; intendo dire: un avventore rischiava di essere brutalmente sfigurato da un panzone psichicamente alterato, ma a loro sembrava importare nulla, segno che il soggetto non doveva amare molto essere interrotto nelle sue faccende. Solo quando Boris, ormai in confidenza, prese a bere dai nostri boccali e a mangiare il nostro cibo, una cameriera decise di fare un passo in nostra direzione mormorando un paio di “niet”. Ma l’amico a capotavola, cui non pareva vero che qualcuno volesse far sparire le spiacevolezze che stazionavano nel suo piatto, la fermò rassicurandola “Don’t worry, that’s ok, that’s ok”. La genialità spesso viene fuori, e perciò è più apprezzata, in occasione come queste.
Eravamo certi che a Boris non restasse che chiederci “bene, e ora dove andiamo, amici cari?”, e invece si allontanò verso l’uscita, forse per andare a pisciare nella frescura, visto che ci sembrava impossibile potesse graziarci con un congedo non annunciato. Il tizio che ci aveva fatto entrare approfittò di quel relativo momento di pace – nel quale noialtri ci guardavamo senza sapere se ridere, piangere o avere paura – per sedersi al tavolo e regalarci una confortante confidenza. “Sapete chi è quello lì?”, chiese – finalmente in Inglese – tenendoci dannatamente in sospeso. “E’ uno dei più pericolosi banditi russi”. Giusto il tempo di questo messaggio rassicurante, ed era già sparito. Bene. Soldi e documenti infilati in ogni piega più o meno pulita del nostro corpo, e via da quei metri quadrati assumendo il miglior simulacro di indifferenza possibile. Avremmo scommesso che Boris ci stesse aspettando sull’uscio per un ultimo saluto, magari non da solo, ma le cronache non registrarono eventi significativi nel tragitto – diventato interminabile – tra l’allegra taverna e l’abitacolo della Passat. Mettiamo fine alla nottata, ragazzi? Ma si, dai.
A qualche anno di distanza, a fronte della noncuranza con cui ci capita di esporre tali povere vicissitudini, non è raro sentirci dire tuttora: voi siete matti. Volendo ricorrere al linguaggio aulico, la giurisprudenza sul punto è autorevole e conforme a questa tesi.

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