Consigli per l’estate – Dur (1 di 2)

Brandelli di ricordi di un Paese altrettanto in pezzi.

1) Il titolo di questo post, in Padania è un auspicio, ma in Turchia lo trovate su un segnale stradale (il nostro “stop” rosso ed ottagonale).
2) Non si può pronunciare in pubblico la parola genocidio, il che va ricollegato ai tristi eventi che i locali ebbero a perpetrare nei confronti del popolo armeno. Si badi bene che non viene negato il massacro in assoluto, ma per farvi riferimento è consentito solo l’uso di una perifrasi; vaga.
3) L’unica turca (non donna, ovviamente) in cui mi imbattei si trovava in un’area di sosta sulla strada per Pamukkale. Per il resto la Turchia fa parte del novero dei paesi “P.D.B.” (Privi Di Bidet); e però nella tazza, lato schiena, spunta un aggeggio minuscolo puntato verso l’alto, che da seduti finisce per insinuarsi nel tuo solco sacro e che – immagino ove venga azionato nel modo opportuno – dovrebbe supplire alle funzioni del predetto sanitario mancante. Ripeto: immagino.
4) Nei semafori di alcune cittadine, non solo scatta il giallo prima del verde (cosa che ormai, noto, accade quasi dappertutto tranne che in Italia), ma assieme al rosso entra in funzione un apposito conta-secondi luminoso a segnalare, tramite conto alla rovescia, quanto tempo ti separa dal successivo “via libera” – accorgimento che da noi ho visto applicato solo agli attraversamenti pedonali. Sicchè non è difficile immaginare l’atmosfera da partenza al Gran Premio di Montecarlo quando l’aggeggio in questione arriva ai 3 secondi.
5) Molti si arrabattano a fare più di un mestiere nell’arco di un’unica giornata. E nonostante ciò, il turco ha sempre il sorriso sulle labbra. Di più: non ha pace finchè non riesce a raccontarti l’ultima barzelletta imparata. Non basta: si alza alle cinque del mattino non tanto e non solo per cominciare il primo dei suoi lavori quotidiani, quanto per radunare amici e parenti e fare il punto sulle barzellette più recenti.
6) L’idioma turco non ha genere maschile né femminile, non ci sono articoli determinativi né indeterminativi, non esistono verbi irregolari. Pare che ai bambini siano sufficienti quattordici settimane per imparare a leggere e a scrivere. Agli italiani, spesso, non basta una vita.

Scusate tanto, lo so che sembra un’appendice anatolica del “forse non tutti sanno che”. Ma potrei essere perfino più banale, dicendo per esempio che l’Italia usurpa il titolo di “paese d’o sole” a discapito di una terra in cui, nella bella stagione, le nuvole in cielo si contano sulle dita di una mano. In compenso, se mai vi porteranno a fare le escursioni a Efeso a non meno di 45 gradi all’ombra, sappiate che mezzo metro quadro dei nostri Fori Imperiali dà comunque cinque o sei giri di pista a tutte le rovine lì presenti. A ben altro, del resto, dovrete prestare più attenzione.
La guida, a un certo punto delle escursioni, dice che ci condurrà a vedere da vicino il vanto di tutte le tradizioni nazionali: la lavorazione dei tappeti. Quest’ultima, all’interno del capannone, compete ad alcune misteriose donne che – sedute per terra a gambe incrociate e a capo coperto – filano e annodano su ciascun telaio, incessantemente e incuranti dello straniero, gli intarsi che andranno poi a comporre i chilometri di tappeto tutti esposti. Proprio la parola “tappeto” ha già insospettito la maggior parte di noi, per cui non c’è da sorprendersi se il titolare del capannone, in risposta al buongiorno con cui si manifesta, ottiene da noi un paio di grugniti appena accennati. Piccata di contro è la reazione del manager turco, in Italiano decente, al nostro saluto smozzicato, per cui esordisce ufficialmente così: “In Turchia c’è un’usanza ben precisa quando uno saluta dicendo buongiorno: ed è quella di rispondere allo stesso modo. Allora vi ripeto: BUONGIORNO”.
Dunque, dopo aver sancito la nostra appartenenza al Regno di Cafonia, il manager prende a descrivere minuziosamente in cosa consiste l’attività delle donne di cui sopra, nonché tutti i materiali utilizzati allo scopo; arriva quasi a farci toccare con mano i suoi pregiatissimi bachi da seta, ma ormai si capisce che la visita non può esaurirsi lì: manca la disamina del prodotto finale, la fase ovviamente più significativa. Cosicchè veniamo condotti in un reticolo di sale sotterranee, in una delle quali ci accomodiamo, la schiene addossate alle pareti in modo da circondare il manager che si è piazzato al centro esatto. “La vostra visita non sarebbe completa se non fossimo in grado di spiegarvi il significato delle trame e delle decorazioni che vanno a comporre i nostri tappeti. Un’altra usanza turca, però, prevede prima di tutto che a voi, gli ospiti, i padroni di casa offrano da bere. Ditemi pure cosa gradite”. La Turchia è nota per il caffè, e che dire poi degli infusi? Se ne abusa, è il caso di dire, e molti di noi ne approfittano. Ma: “se posso darvi un consiglio, vi suggerirei di provare un’altra bevanda nazionale: il latte di leone”. Con consumata pausa da attore il manager attende di ottenere in risposta il nostro brusio di curiosità su quella denominazione. “Latte di leone” fa lui “perchè se ne bevi due bicchieri del leone ti viene il coraggio. Ma dopo il terzo, come un leone ti sdrai”. Ok imbonitore, mi hai convinto. Dopo aver sbocconcellato un involto di formaggio e verdure offerto anch’esso dalla ditta (sibila mellifluo il manager: vi consiglio di assaggiarlo, è delizioso), affondo le labbra in questo presunto latte. Anice, più o meno; ma se di coraggio nemmeno a parlarne, almeno in corpo mette allegria.
Durante tutta l’ora successiva, nella stanza regna il fruscio di decine di tappeti srotolati dagli scagnozzi del manager sul pavimento fino ai nostri piedi. Mentre mangiamo e beviamo, di ciascuno vengono sciorinati origine, materiale, e soprattutto significato delle decorazioni: si va da quelli con le trame più complesse, a simboleggiare – poniamo – tutti i cazzo di racconti di Sheherazade nelle mille e una notte, ad altri più “immediati”, che riproducono ad esempio le opere di Kandinski: belli si, ma forse puoi trovarli anche all’Ikea. E la liturgia del tappeto viene imposta in tutti i suoi aspetti: dopo aver fatto srotolare anche l’anima delli meglio, il manager aggiunge che ancora non è possibile apprezzare compiutamente un prodotto di tale pregio se non ci si cammina sopra scalzi; e puntualmente il pubblico presente esegue. E ancora, la gag del colore. Capita spesso, ci viene detto, che dei clienti telefonino – soprattutto dall’ottuso Occidente – per rappresentare che il tappeto recapitatogli non è quello visionato e acquistato lì in ditta. “Allora noi” dice il manager, afferrando una cornetta immaginaria “rispondiamo: prova a camminarci sopra fino a raggiungere l’altro capo. Fatto? Bene, ora voltati a guardarlo di nuovo. I clienti lo fanno e poi dicono: ooooh”. Nel frattempo gli scagnozzi, per rendere l’idea, ne voltano uno da un lato all’altro e in effetti, per via di un effetto/gioco di luci, quello che sembrava essere un tappeto rosso ora ha assunto una tinta vagamente diversa, che ne so, rosso pompeiano. Ma, e stavolta dal vivo, il pubblico non può fare a meno di esalare il proprio stupore.
La prima parte della farsa si conclude quando il manager si dissolve come per magia e compaiono altri suoi scagnozzi, non gli srotolatori ma azzimati e affamati procacciatori d’affari che ci vengono letteralmente sguinzagliati contro, e non per fare semplice conversazione. Nessuno di noi è al sicuro. Quello che approccia me esordisce chiedendomi se parlo Inglese: al mio “un po’” replica con un raggelante “no problem, a little bit is enough”, un po’ è abbastanza. Ma abbastanza per cosa? Si si, mi son piaciuti i tappeti, le mille e una notte, il colore che cambia, bello bello, grazie grazie. E siccome ai nostri piedi c’è il “Kandinski” ed è quasi impossibile non vederlo, mi chiede se per caso non voglio fare un bel regalo a mia moglie; no, I’m not married. Allora alla mia fidanzata? I’m not engaged…yes, I’m on my own. No, non è che sono qui da solo, mi accompagnano un paio di amici, anzi, chi sa dove sono finiti, vado a raggiungerli, ti saluto bello. E lo pianto lì dov’è, senza mai guardarmi alle spalle. “Tu sei turco, ma io sono italiano”, parte prima. Il sotterraneo, come ho già detto, è una specie di dedalo fatto di sale ricolme di tappeti, l’odore non è più sostenibile, imbocco la prima rampa di scale e mi rendo conto che per noi gonzi è stato approntato un vero e proprio percorso di guerra: tocca infatti attraversare altre stanze contenenti ogni tipo di bigiotteria, chincaglieria e souvenir più o meno indossabili: di fatto non sono in una rivendita di tappeti, ma in un bazar. La luce del giorno, una volta riguadagnata e anche se torrida, è un vero sollievo. C’è ancora da visitare la c.d. “casa della Madonna”, cioè in buona sostanza il luogo dove si vuole che la Vergine e San Giovanni abbiano trascorso gli ultimi anni di vita terrena; ingresso rigorosamente a pagamento, inclusa la bevuta dalle tre fonti ivi presenti, della saggezza, della bellezza e della salute. Ma su questo sorvolerei, perché se mi resta un briciolo di dignità vorrei pur sempre conservarlo.

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