Consigli per l’estate – Gionni Deppo (2 di 2)

Di Bodrum – il nostro campo base: “cittadona” a sud ovest sul Mediterraneo, da una parte la zona prettamente turistica sul molo, con un castello e i lamenti da colica renale del muezzin che risuonano nell’aria; e dall’altra il nulla riarso, intervallato da qualche club mediterranee – mi è rimasto impresso soprattutto il “Catamaran”, per l’appunto sul molo. E’ un locale e non lo è. L’entrata è minuscola, accanto a un Burger King. Al pagamento del biglietto seguono passaggio obbligato nel metal detector e perquisizione corporale. Qualche passo ancora e spunti su un pontile del molo, a fare la coda nel buio della notte, parrebbe sulle prime. Cos’è, uno scherzo? No, è un’ideuzza; ma una grande ideuzza. Puntando lo sguardo all’orizzonte, si nota che a poca distanza dal pontile fa bella mostra di sé un’imbarcazione molto più imponente dell’altra richiamata dal nome che ti ha attratto. Il barcone manda riflessi di luci stroboscopiche, che a bordo si rivelano montate dappertutto, ed echi della monnezza ballabile più in voga. Non si muove, gira solo su sé stesso ogni tanto. Ti ci fa arrivare dal pontile un motoscafo in grado di reggere non più di 20 persone alla volta. La discoteca galleggiante è satura di gioventù turca infoiata, arricchita dalla occasionale comitiva italiana di cui faccio parte: infra diciottenni vestite come per assicurarsi la prematura brutalizzazione fisica, e per quanto riguarda i maschietti… risparmio commenti, ma se penso che ormai il mio Paese è in mano a loro…beh, forse è meglio che NON ci pensi.
A bordo non mi sposto quasi per nulla, muovo in pratica solo la testa: in basso, per contemplare gli abissi attraverso il fondo della nave, trasparente; e un po’ di qua e un po’ di là per accertarmi che stiamo davvero ruotando, altrimenti vado dal proprietario e pianto un casino che non finisce più. Ora, tralasciando ogni mio inutile parere sulla musica programmata (è stata particolarmente apprezzata una versione techno di “bella ciao”, vai poi a capire perché), l’atmosfera non mi sembra molto lontana dalle nostre-rivierasche: il vocalist non sta mai zitto, i ballerini lustri e muscolosi zompettano da par loro e le ballerine dondolano su trespoli improvvisati. E io sono DEL TUTTO fuori posto, ma anche troppo curioso; e per citare Al Pacino in “Scent Of a Woman”: nella vita, se smetti di essere curioso, sei bello che fottuto. Se non altro, mi sorprendo a pensare che l’idea “imbarcazione-discoteca” non occasionale, dalle mie parti porterebbe un sacco di quattrini; strano che al nostro sindaco deejay non sia venuta in mente l’idea, quasi quasi gliela vendo. La difficoltà starebbe nel convogliare in modo ordinato la fila dei clienti sul molo; impresa impossibile, anzi, senza un ingresso come quello del “Catamaran”, separato dal pontile.
A un certo punto decido di sfruttare la consumazione compresa nel prezzo del biglietto omaggiando indegnamente un’altra lattina di Efes. Tutto ok fin quando prende ad aggirarsi tra la folla un sosia dei poveri di Johnny-Depp-ne-“Il Pirata dei Caraibi”, armato di bloc notes. A tutti grida qualcosa all’orecchio, e con tutti discute poi piuttosto animatamente. Tocca a me. Filastrocca incomprensibile. Mio “Sorri-ai-dont-spic-turchisc” di prammatica. “Drink, drink” fa quello, “uoddidiudrink?”. Io, in un empito di sincerità, perché magari prima mi aveva visto: “Efes”. Gionni Deppo scribacchia sul notes e mi fa: “Fiftiiiin Liras”, e cioè quindici lire turche, e cioè poco più di sette euro, alla faccia del cazzo. Invano tento di spiegargli che la mia consumazione era compresa nel biglietto d’ingresso, Gionni è irremovibile e dice “no, no, no” farfugliando in aggiunta chissà quali altri dotti argomenti. Vista la mala parata, gli controbatto una supercazzola simil britannica per disorientarlo e magari farlo desistere dal proposito. Così prendo un po’ di tempo, finchè il nostro capogruppo ci fa cenno che è arrivato il motoscafo del ritorno, e chi si è visto si è visto, caro Gionni Deppo del mio paio là sotto. “Tu sei turco, ma io sono italiano”, seconda e ultima parte.
Così si concludeva l’unica mia nottata vissuta per intero. Le giornate, invece, finivano quando il sole si nascondeva dietro la collina a naturale protezione del mio albergo, a decretare che era ora di scollarsi dalla piscina o dalla spiaggia. Gli animatori, come bestiole della penombra, iniziavano a reclutare gente per le attività serali o del giorno successivo. Tra loro una ragazza, ultra-vitaminico frutto del Trentino, diciott’anni appena ma con spalle assolutamente non da meno rispetto a quelle di Federica Pellegrini, che nel frattempo a Budapest vinceva il bronzo sugli 800. Una sera a cena si è seduta al nostro tavolo di esemplari curiosi – un po’ come nella Svezia di un tempo, dove la gente si fermava a contemplare l’italiano di passaggio – ed in tale occasione è toccato a lei, per quanto riguardava il viaggio di quell’anno, rivolgere al rivierasco adriatico la famigerata domanda: “Ma voi il mare ce l’avete a casa, cosa venite a fare qui?” (il “qui” sta poi per qualunque altro luogo dove noialtri ci azzardiamo a soggiornare). Le abbiamo abbozzato una risposta standard del tipo: guarda, noi ci godiamo la nostra spiaggia fino a una certa età, poi, sai, si invecchia e si desidera trovare nuove mete – e relative cazzate a corredo. Non so se l’abbiamo convinta. Ma poco dopo mi sono preso la briga di soffermarmi su un altro “pilastro di saggezza” comune, anticipando il discorso e statuendo: “E poi è vero, carissima: da noi tutti si impasticcano, anche i bambini e gli anziani”. Giusto il tempo di prendere atto, dare fondo al suo piattone ricolmo di fichi, e lei era già andata via.

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