Consigli per l’estate: ultima chiamata – Ozujsko e Jadrolinia

14/15.08.2008. La terza classe del Titanic di De Gregori costa dolore e spavento, non molto di più il biglietto dello Jadrolinia salpato alle dieci di sera da uno dei più putridi porti – a livello olfattivo – mai sperimentati. Ho soggiornato in una sorta di comune con cesso unico che dava direttamente sull’ingresso, gestita da un bruto che mi ha scaraventato giù dal letto al levar del sole, smanioso di accogliere quanto prima i clienti subentranti; cose che ti devi aspettare se ti riduci a prenotare il 3 agosto sera, ma che vale pure sempre la pena di affrontare se la ricompensa è una mare come quello, senza nemmeno un granello di sabbia attorno. I ricci hanno ripetutamente perforato le scarpe da scoglio, ovviamente con i miei piedi dentro; gli spunzoni di roccia hanno fatto altrettanto con il mio ginocchio sinistro: non importa. La sfavillante Spalato è città di un nitore impressionante, ordine e pulizia che non ti aspetti regnano anche nelle mete prettamente turistiche, come le pinete e i vicoletti che portano al Palazzo di Diocleziano.
Solo poche ore fa ho lasciato la spiaggia senza nemmeno essere tanto certo di avere la calotta cranica (mi toccavo la testa senza sentire nulla, come sotto anestesia); ora invece sono appollaiato con gli amici a prua, avvolto in un doppio telo da mare sul cassone dei giubbotti di salvataggio, deciso a passare qualche ora sul ponte. L’aria è ancora ferma, ma tra poco il vento sarà il protagonista assoluto, e del resto giù al bar, l’unica zona comune al coperto che possiamo occupare con la nostra tariffa, il condizionatore già raggela eventuali speranze di rivedere la costa italiana prima delle successive 8 ore di viaggio.
L’afa giustifica il consumo dell’ultima lattina di Ozujsko, e dopo il primo quarto d’ora di mare cinque dei nostri decidono di provare a dormire sotto coperta. Mentre lo Jadrolinia viene inghiottito dal buio, la nostra formazione sul quel cassone è così composta, rigorosamente nell’ordine: io; Soggetto Maschile 2 (infra per brevità solo S.M. 2); Soggetto Femminile (come sopra S.F.); Soggetto Maschile 3 (S.M. 3). Siamo tutti troppo cresciuti per dormire in uno spazio così angusto, a meno di stare per terra, ma insomma ci si prova. Resisto al sonno solo per godere del seguente spettacolo. Il S.M. 2, prendendo a pretesto l’aria divenuta frizzante, si rannicchia in posizione fetale e a poco a poco, centimetro dopo centimetro, divora la distanza che lo separa dal S.F., per poi mimetizzarsi e immobilizzarsi come un insetto a un millimetro dalla sua testa. Anche lei pare addormentata, ti accorgi che così non è dal tremore del piede nel sandalo, un tremore che neanche l’occhio più inesperto può attribuire alla temperatura. Passano diversi minuti, e nella mia veglia immagino quali fantasie stiano passando alla velocità della luce nella testa del S.M. 2…Ma il deus ex machina arriva sotto forma di irruzione, sul ponte, di due ragazzini francesi urlanti, cosicché il S.F. coglie l’attimo per inscenare un risveglio fasullo quant’altri mai; proclama di aver bisogno di cambiare posizione, anchilosata com’è. E, detto fatto, in mezzo secondo si butta a corpo morto sul S.M. 3, fino ad ora privo di ruolo. Come a dire: vediamo se mi sono spiegata a sufficienza. Tutto torna come prima, ma ora – sorpresa sorpresa – il S.M. 2 si rigira ogni dieci secondi. La farsa finisce dopo un quarto d’ora, quando il S.M. 3 e il S.F. si dirigono sottocoperta.
Nel frattempo, ho deciso di rimanere sul ponte. Banalmente, se volete, mi sono reso conto quale potente e inquietante spettacolo sia la notte dalla mia postazione: io al cospetto della luna, dell’acqua, del vento e del nulla. Decido di godermelo tutto il più a lungo possibile, sfidando il sonno a gambe incrociate, e abbandonandomi ai ronzii e alle vibrazioni dell’implacabile Jadrolinia. Sembro un licantropo, lo so, con questi occhi incollati al cerchio lassù che si sposta, si fa lentamente più lontano e piccolo, ma è tutto così perfetto che se il disgraziato qui accanto prova a rivolgermi qualunque parola, io…ecco, l’ipotesi è talmente denegata che neppure so cosa farei.
Silenzio. Luce appena sufficiente per captare una striscia d’acqua: prima di essere solcata dallo Jadrolinia mi ricorda un vecchio ellepì che scorre sul piatto ancora senza intoppi. Dove sono tutti adesso? In ordine sparso. Sibilla, che condivide le mie perplessità (maturate molto prima che l’argomento diventasse di costume) circa la donna che dice di volere l’uomo che la faccia ridere. Laura, che si autodefinisce sirena antincendio (a un certo punto, scappano via tutti). Ilaria, che ama fare colazione guardando “Cult Book” col mascellone Stas Gawronski. E Irene, occhi e cervello e talento magnetici, che mi ringrazia per aver cercato di porre rimedio e confine allo struggimento provocato dalla bruttura in cui è sprofondata la sua città, vittima di un neosindaco scortato da festanti “alalà di scherani” (Eugenio mio, come farei senza di te). Queste e altre. Come si intitola quel romanzo di Gabo? “Nessuno scrive al Colonnello”. Non l’ho letto, e forse il graduato nient’altro chiedeva se non il riconoscimento di una pensione, ma chissà quanta carta deve aver sprecato e quanto inchiostro (o tasti?) consumato.
Il disco giallo lassù, sempre più tenue e sghembo. Nessuna risposta. Jadrolinia e desolazione. Il S.M., rimasto scoglionato, fino a pochi minuti fa era l’uomo più forte del creato, con il suo vestitino, i mocassini e il foularino rosso sulla gola; adesso fa fatica ad esistere, si tormenta, si stiracchia, allunga una gamba, sospira. Non ce la può fare. Se non altro sta zitto, come se intuisse che per me in quel momento non c’è, non può esserci anima viva…fino a che mi si congeda. Ah, vai pure. A te la sofferenza, a me il Nulla. Questione di gusti.
D’altronde, un po’ lo capisco. Tutta una vita a cercare di essere studiosi, rispettosi, simpatici, di imparare a distinguere il bello dal brutto, di incazzarsi al momento opportuno, di eliminare le proprie imperfezioni fisiche, di non detestare liberamente (come cantava il beccamorti dei Bluvertigo), di contenere le proprie emissioni corporee, di non essere pelosi nei punti sbagliati, di bere gli alcolici giusti…Tutto questo per poi cosa? No, dico: restare soli.
Tutto da rifare.
Intanto è arrivato il lucore senza senso delle cinque. L’orizzonte italiano è invaso da una coltre compatta di nubi; la luna ormai non è nient’altro che uno scaraccio informe. Sempre sepolto dai teli da mare e a gambe incrociate, faccio appena in tempo a pensare che non sarà un’alba all’insegna dello splendore, poi mi crolla addosso il sipario. Quando mi divincolo, come per magia, sono in posizione fetale, e a mo’ di cuscino sto usando il mio borsone sportivo da viaggio. Era qualche metro più in là, per terra, e ignoro quale amorevole e sovrumana forza l’abbia piazzato sotto la mia testa, ma tant’è. Sono le sette, e ci metto un po’ a rendermi conto che il S.M. scornacchiato sta quasi vegliando il mio sonno, sorseggiando quello che pare essere un tè caldo. Alla fine, con magnifica scelta di tempo, chiede al cisposo sottoscritto: “Buongiorno caro, vuoi qualcosa dal bar?”.
Subito dopo l’attracco, le prime parole a darmi il bentornato sul suolo patrio sono “’ci rasciò” (hai ragione). Ancona, se mai c’era qualche dubbio.

Va bene: andiamo, porca puttana.

E a tutti voi, placide onde e prospero vento.

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