Consigli per l’estate – bonus track: altrove non troppo

Il tragitto da Milano-Stazione Ferroviaria a Malpensa non è un’occasione per invitare i compagni di navetta a sperimentare l’attualità del coro alpino propriamente detto nella società industriale. Per fortuna, nel nostro caso, l’inevitabile delusione che ne derivava era mitigata dalla presenza di una coppia formata dal mascellone magno-greco e dalla consorte coreana. Dai discorsi che quei due snocciolavano ininterrottamente nei rispettivi cellulari si potevano agevolmente arguire il loro primo incontro, la storia d’amore, le abitudini, la frequenza con cui andavano a trovare i parenti, eccetera. E in effetti, costoro erano in procinto di sciropparsi un inquantificabile numero di ore d’aereo per visitare la famigliola di lei. A capire se la destinazione fosse Pyongyang o Seul non ci sono arrivato, grave mancanza ma tant’è. Scendendo dalla navetta, la ragazzotta frugò nel suo bagaglio a mano, esternando al mondo la preoccupazione di aver scordato la cassetta di canzoni del suolo natio da restituire a mammà. Il magno-greco, rassicurante come un TIR guidato dai Fratelli Marx che punta nella tua direzione, rispose: “Ah, quella…l’ho buttata via, tanto era una massa di lagne…”. La coreana aveva già iniziato a modulare una sequenza di risposte la cui sostanza stava a significare: Ecco, se volevi darmi un pretesto per rovinarti l’esistenza per omnia secula seculorum, l’hai meravigliosamente imbroccato; ma lui la fermò dicendo: “Dai, che l’ho portato dietro io il nastro, se no chi ti reggeva?”, il tutto coronato dal particolare che sancisce la supremazia di Tarzan su Jane nelle brillanti coppie moderne, a ogni latitudine: la cara, vecchia, sonora pacca sul culo. La globalizzazione è una brutta bestia, e io lo so.
Altro esempio di curiosi animali da viaggio erano i due che mi precedevano nella fila delle operazioni di imbarco; piemontesi, aria da bravi ragazzi un po’ giuggioloni, non certo assimilabili al bavoso medio-fruitore delle linee aeree per il Baltico. Uso il termine “curiosi” in più di un senso. Avevano voluto quasi subito attaccare bottone con me e i miei tre amici in coda, anche se di lì a pochi minuti non ci saremmo probabilmente rivisti, ma la prima e praticamente unica domanda che ci rivolsero fu: che mestiere fate? (chissenefrega dei nomi quindi, che tanto si scordano subito). Mentre gli altri risposero secondo verità (divulgatore farmaceutico, psichiatra e…beh, facciamo dipendente di megaditta sammarinese), io replicai serissimo: ”Hippie nel Nepal”. Le facce più incredule, paradossalmente, erano quelle dei miei amici, che si chiedevano: “Ma l’ha detto davvero?”. Subito aggiunsi: “No, scherzavo…croupier a Casablanca”, mettendo in serio imbarazzo gli altri tre che avevano così avuto piena conferma della mia intenzione di fare l’asino (“fet l’esen?!“, nota per chi capisce). E quando precisai: “Dai, vi ho preso in giro!…Batterista ad Harlem”, completando così il trittico fantozziano di progetti maturati sul tetto del 37 barrato in giro per le collinari, qualcuno si era messo a fissare il pavimento stringendo labbra e palpebre, provando pena non so se più per me o per i due sconosciuti, i quali invece – alle mie parole – annuivano come giapponesi davanti al Colosseo mentre la guida spiega.
L’aeroporto d’arrivo era una sorta di casone in mezzo ai campi ma io, come pervaso da stupore primigenio, quasi lo rimiravo per poi sbattere le palpebre e sibilare: “Mi piace già, ragazzi, mi piace già”. Il tassinaro caricò i bagagli e puntò il suo cocchio in direzione dell’Hotel Albert, dedicato alla memoria del cervellone tedesco arruffato i cui ritratti, avremmo poi visto, campeggiavano ovunque sulle pareti dei pianerottoli, tra una porta di camera e l’altra. Ci chiese a malapena se per noi era la prima volta nella capitale, ma mentre percorrevamo il ponte sul Daugava la nostra attenzione fu d’improvviso deviata dalle note provenienti dalle casse dell’impianto. Dopo qualche secondo di musica, mi decisi io a dissipare l’imbarazzo che regnava nell’abitacolo come un gas stagnante, e dissi agli altri, timoroso: “Questa mi è sinistramente familiare, sapete”. E infatti, a conforto della mia sensazione, si rivelò in tutta la sua atrocità “Vulevù-vulevù-vulevù-dansè” e “No, ragazzi”, presi a dire, “dite al tizio di fare marcia indietro, non è possibile, torno in Italia, ma dico io, di tutti i tassisti di tutte le città del mondo, becchiamo proprio quello con la cassetta dei Ricchi e Poveri, magari col marchio originale della Baby Records; ma non è vero; ma non si può!”. All’epoca non sapevo che tutte le nostre star canore degli anni 80 andassero periodiocamente a rifarsi la verginità nei paesi baltici, e con enorme successo anche. Ma non c’era più tempo per indignarsi. Il monumento alla Vittoria già si stagliava all’orizzonte, la notte a venire era  carica di “argomenti da sviscerare” (come dicevano i nostri professori di filosofia) e soprattutto si profilava, perfido, il piacere di parlarne agli ignari che, rimasti a casa, nel frattempo ci mandavano messaggi per sapere – era sabato – cosa ci fosse in programma di lì a poco. Troppo ghiotta l’occasione di replicare: “Scusa, ma dipende. Intendi a Rimini o a Riga? No, perchè nel secondo caso la risposta si scrive quasi da sé. Ciao merdaccia, saluti a te e signora”.
Ci ha fregato la provincia, ci ha. Le nostre discoteche si dotano di agili procacciatori di clientela; ma sbaglierebbe chi li ritenesse molesti, pur trovandosi costoro ogni cinque metri di passeggio. I promoters locali in fondo si accontentano di chiederti se vai a ballare, ti allungano una riduzione e la cosa finisce lì. A Riga, se accetti il tagliando dall’omarino, quest’ultimo non ti molla finchè non fai un giro con lui – senza impegno, ci mancherebbe! – nel locale che pubblicizza. Scendendo i gradini al buio col tuo nuovo amico realizzi che razza di puttanata stai combinando, e mentre lui ti fa fare il giro del posto ti affretti a dire che prima di pensare a dove passare la serata dovresti cenare, ma “nessun problema, italiano!”, dice l’accompagnatore, “qui c’è anche la cucina!”. Dopo mangiato si dovrà bere, si capisce, e anche fare due salti a ritmo, in occasione dei quali si materializzeranno presenze femminili allo stesso modo di Olga e le sue amiche nell’Ippopotamo del Secondo Tragico Fantozzi; e così via, finchè sarai consapevole, pur se troppo tardi, che finirai irrimediabilmente spennato e non uscirai più e ti impacchetteranno assieme agli arredi. Ne deriva che non bisogna degnare di mezzo sguardo i procacciatori lettoni a costo di sentirsi apostrofare con un ilare: “Siette proprio sssfigatto!!!” o con un umiliante: “Don’t you like girls? We have beautiful boys, too”.
Ben presto ti riduci a pensare a quante balle dovrai inventarti al ritorno per nascondere il fatto che sei troppo povero per disporre dei giusti “argomenti da sviscerare” in tutta una settimana di vacanza, maledicendo in unica soluzione la dannata provincia che ti ha generato e pure il post comunismo, tie’.
Perchè? Così.

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