Aliper blues (I)

Il tizio, di cui si intravedevano solo un paio di baffi e il giubbetto color zuppa inglese, alla Missoni, entrambi lisi, si aggirava all’inizio delle scaffalature ricolme di merce che una accanto all’altra formavano corridoi lunghi a perdita d’occhio: non li percorreva, si limitava a squadrarci da lontano facendo capolino dalle mensole e ostentando una circospezione indegna di qualsivoglia servizio segreto. All’ennesima sua occhiata captata di straforo, veniva voglia di raggiungerlo, magari perfino di prenderlo sottobraccio e dirgli, camminando: “Buon uomo, ascolti, non le rinfaccerò che sta curando con dedizione degna di miglior causa le mosse dell’innocuo terzetto formato da una signora, da sua figlia e dal ragazzo di quest’ultima-che-poi-sarei-io. Non abbiamo voglia di metterci nei guai alla nostra età e nemmeno di insegnarle il mestiere, ma via, anche un neonato si accorgerebbe che lei è stato assoldato dalla direzione per controllare potenziali taccheggiatori: solo che così non spaventerebbe né dissuaderebbe neppure lui; cambi tattica, dia retta”, e intanto il frigor dei surgelati avrebbe sorvegliato, stavolta efficacemente, il nostro peregrinare da villa arzilla, con annessi deliri. Anche questo era l’Aliper di Copparo, una sorta di hangar che espone e reclamizza tutto ciò che è ricompreso, a titolo di grandezza, tra la mentina e l’automobile in ruote e pistoni, mica in fotografia; Aliper che dovrebbe pronunciarsi accentando la “i” per dare ad intendere che di ipermercato trattasi (seppure anche così il concetto finisca per essere tremendamente riduttivo) e tuttavia tutti lo chiamano “àliper”, calcando sulla “a”, una di quelle misteriose storture linguistiche in forza delle quali, ad esempio, si indugia sulla prima “a” di “creme caramel” e non sull’ultima “e”, visto che si tratta di termine francese; ma forse, in questo caso, la pronuncia (in buona fede) errata è dovuta al fatto che consente agli autoctoni di sfoggiare la loro tipica “elle” moscia, quella che cioè prima si arriccia contro il palato e poi letteralmente vi si  infrange con la stessa forza della mareggiata sugli scogli. L’Aliper distava da casa circa dieci minuti di macchina, cosiderando il traffico; tuttavia non tentavamo nemmeno di combattere la discola tentazione di abbreviare il percorso passando per un isolato nastro di asfalto che a un certo punto deviava dalla strada principale e tagliava i campi in linea d’aria. Ci tuffavamo anima, corpo e macchina in quel budello ai lati del quale imperversava la consueta sinfonia di frutteti, senza tenere adeguatamente conto né del rischio di trovarsi un’altra auto discola dal senso opposto né, soprattutto, dei segnali di divieto d’accesso posti alle estremità della scorciatoia. A ben vedere, ciò che temevamo era di dover affrontare non un duello rusticano per stabilire chi avrebbe dovuto affondare le ruote nelle zolle accanto, per passare, ma le eventuali pattuglie appostate a pizzicare i trasgressori. L’unico spazio che potesse ospitarle era uno slargo dove sorgeva un minuscolo camposanto, quindi proposi: visto che ci si può arrivare solo attraverso il budello, se mai ci fermassero non preoccupatevi, dovremo soltanto avere la prontezza di svoltare con disinvoltura nei pressi dell’entrata, abbassare il finestrino, tirare su col naso e singhiozzare agli agenti qualcosa come “Perchè, perchè? Era tanto buono”…stratagemma, questo da me suggerito, che mi fece guadagnare una volta di più il riconoscimento supremo, in virtù del quale un uomo può dire con sicurezza di aver conquistato una donna; mi riferisco al sentirsi rivolgere la domanda che meno esige una risposta al mondo: “ma quanto sei scemo?”.
Ogni volta che poteva, stipava il trolley e mi raggiungeva come affrontando un viaggio in shuttle con annessa permanenza nello spazio, anche se ci separava poco più di un centinaio di chilometri : per lei era come cambiare non solo città, ma atmosfera, anzi pianeta, anzi galassia, una galassia ai confini del conosciuto, popolata da forme di vita forse nemmeno basate sul carbonio, tanto erano diverse, strane, incomprensibili. Io all’epoca ero sì il suo amante, ma ancora un mero ospitante, presso la porta del quale la valigia non poteva trattenersi a lungo. In agosto almeno c’erano più giorni da vivere assieme, ma un anno la sua calata fu proprio necessaria perchè il sottoscritto doveva presenziare in tribunale per un’udienza il quattordici agosto: oddio, aveva pensato lei, che storia era? Anche i non addetti ai lavori sanno che in estate le udienze si fermano. Pure era vero: c’era da affrontare una questione non soggetta alla sospensione feriale, il giudice aveva già esaurito la villeggiatura e dunque il resto del mondo doveva restare a sua disposizione anche alla vigilia di ferragosto. Quel torrido quattordici andai a patrocinare la mia causa; il quindici, conoscendo l’avversione di lei (ai limiti dell’idrofobia) per il salmastro in alta stagione, la portai a zonzo nella parte antica di San Marino dandomi perfino fasullissime arie da guida turistica, “vedi cara? Quello è il palazzo dove giurano i capitani reggenti nei giorni di festa nazionale”; e dopo una dolce lotta davanti alla vetrina di una botteguccia che ero pronto a ripulire di tutte le fate alate lì esposte solo per fargliene dono e vederla felice, sentimmo echeggiare nell’aria rovente un’esortazione: “Dai, andiamo a visitare il museo delle torture”. Museo delle torture? In silenzio, atteggiò una faccia birichina: per me, una sfida troppo ghiotta per essere rifiutata. Le sporadiche luci artificiali nelle stanze del museo erano proiettate su stivaletti malesi, vergini di Norimberga e altri attrezzi per spaccare deretani nel nome di varie Altezze Serenissime: stavolta era lei a farmi da guida ma con piena cognizione di causa (aveva dei libri in materia), e mai il confine tra cruento e seducente, o quasi, era stato tanto sottile.
La strenua fiducia nell’altura sammarinese, seppur relativa, e in un ossigeno auspicabilmente più respirabile rispetto a quello della città, non mi salvò dal colpo di calore che mi colse già nella nottata, e delle ore successive conservo il grato ricordo dell’amorevole carbonara con cui venivo alimentato dalla mia, sia detto con affetto, Candy Candy in carne e ossa. Giornate inedite e, pur in preda al rimbambimento, piacevoli da vivere: almeno per me, non so quanto per lei.
Prima che convivessimo,  il suo andirivieni tra la campagna sull’argine del Po e la meno nobile costa della regione durò finchè le fu possibile, dicevo prima: e non solo per una questione di voglia e di forze. Il lavoro la lasciò a piedi, finì il sussidio di disoccupazione, e una sera di giugno, l’ultimo, mi disse di non potersi permettere altre trasferte, nemmeno brevi, e quindi le ferie estive avrei dovuto passarle a casa sua, se lo avessi ritenuto. Quando le manifestai la mia disponibilità a farmi carico delle spese necessarie, disse di aver urgente bisogno di soldi in generale, altro che un semplice viaggio in treno. Per me non cambiava nulla, ero sempre in attesa di sapere di quale ammontare si stesse parlando: avrei provveduto in ogni caso, senza battere ciglio; ma la questione non era così semplice. Avrebbe sgobbato tutto agosto in quegli stessi campi che scortavano i nostri tragitti verso l’Aliper: si era già promessa al padroncino agricolo senza dirmi nulla, per lei la parola data era sacra, e non sarebbe tornata sulla decisione neanche se le avessi aperto davanti una valigetta zeppa di banconote, come nei film di quart’ordine sulla malavita. Dovevo farmene una ragione, a meno di imbarcarmi in discussioni che magari avrei dovuto affrontare, mettendo da parte il quieto vivere. “Se verrai su mi vedrai poco” insisté, “e se resterai da te non mi vedrai per nulla, ma almeno passerai un’estate decente”. Non le lasciai il tempo di aggiungere “guarda che saprò capire”. Se mi era precluso di aiutarla economicamente e raccogliere frutta al suo fianco, era ovvio mi spettasse confortarla come potevo, aspettarla sulla soglia, cose del genere.

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4 pensieri su “Aliper blues (I)

  1. Il “budello” e il “cuore”. Non sarai mica un medico tu? O un veterinario. Bello. mi è piaciuto. Ho letto Aliper con l’accento sulla “a” pure io e poi ho cambiato la pronuncia …

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