Aliper Blues (II)

Abbandonava il letto con l’aurora ditirosata, di certo prima che io fossi sufficientemente cosciente per vederla uscire o per salutarla; continuavo insomma a ronfare senza ritegno per un tempo indefinito, o meglio finchè le attività di giardinaggio a motore del vicinato non prendessero il sopravvento sul mio dormiveglia. Una volta in piedi non mi restava che organizzare il tempo: magari crogiolandomi nella nostalgia di determinati momenti, come la prima volta che incontrai suo padre, capitato lì in casa senza nemmeno sapere dell’esistenza di quel barbaro venuto dal mare a rapire il frutto dei suoi lombi. Non sapevamo davvero cosa dirci dopo la stretta di mano, ma fu lui a cavarmi d’impaccio approfittando della maglietta dei Led Zeppelin che indossavo e commentando “Sono stati dei maestri, loro”. Poi tornò a guardare me, disse solo “cerca di volerle bene” e sparì com’era venuto.
O Scrivendo: alcune cose apparse qui sopra presero forma in quelle giornate solitarie; avevo il permesso di usare il suo computer, ma preferivo restare nella stanza da letto, sedere allo scrittoio, aprire il mio blocco per appunti e martoriare quei fogli A4 inondandoli con zampe di gallina, potacci e sbrodeghezzi, tanto per citare a sproposito la Ginzburg. Oppure ancora, dopo aver esaurito le mie scorte, perlustrando la sua libreria: e stavolta toccava a me cambiare atmosfera, data la diversità dei gusti in fatto di libri. Mai estratti dallo scaffale gli Hugo – sarebbe stato come togliere reliquie da una teca – né mi sentivo preparato per Eugenides, Ruiz Zafon o Pahmuk; ricordo di aver ceduto al richiamo di uno dei pochi italiani della collezione, cioè “Come dio comanda” di Ammaniti. Lo smaltii relativamente in fretta, e mi è rimasto aggrovigliato alle budella il senso di fame ad ogni comparsata del disgraziato Quattro Formaggi, oltre all’irriguardosa impressione, dal punto di vista stilistico e pur essendo la vicenda intricata, di aver a che fare con un copione per un buon sessanta percento del libro: Tizio dice, Caio fa, Sempronio va, punto. Peccato. Mi coinvolse solo la prima parte, in cui si viene introdotti alla violenta e tribolata educazione impartita da un troglodita neofascista a suo figlio adolescente, nell’ambito della quale una delle lezioni da tenere a mente è che a volte la TV non dice la verità: per esempio quando mostra film e telefilm in cui, per aprire una porta chiusa a chiave, basta crivellarne la serratura a pistolettate e dare un bel calcio. Non funziona, pare.
Quando arrivava il momento lavavo i piatti del pasto precedente, apparecchiavo la tavola, lasciavo le pappe nella ciotola delle gatte che attendevano, fuori dal cancello, puntuali da regolarci l’orologio (e identificate, anche se un nome ce l’avevano, come “La rossa” e “La grigia”: più pratico); e mi dedicavo a Diana. Se mi trovavo in piedi mi veniva incontro e si metteva di sbieco con un fianco a contatto con le mie rotule, guardando avanti a sé, come per prepararsi contro un nemico inesistente ma in sostanza sbarrandomi il passo. Se ero seduto veniva a insinuare il testone tedesco sotto il mio avambraccio, e non facevo in tempo a preparare la contromossa, lei si era già buttata per terra a zampe all’aria per offrire la gola alle mie carezze. Intanto potevo vederle il palato – quando mai mi era capitato, o mi sarebbe più capitato, di vedere il palato di un cane? – e sul muso i lineamenti le si alteravano in quella che normalmente sarebbe sembrata pura ferocia: occhi rovesciati all’indietro e fauci scoperte a palesare l’intera dentatura con cui si divertiva a stuzzicare la stessa mano che intanto la coccolava. All’ora di pranzo e cena, però, Diana ed io andavamo alla porta per attendere il ritorno della padrona delle nostre vite, che al di là del giardino compariva a bordo della sua bicicletta: e solo allora la vedevo con la lucidità che mi era mancata all’alba, sotto le coperte. Non c’era sorriso o accoglienza in grado di mitigare lo strazio dei giorni già trascorsi e degli altri a venire, soprattutto nel caso in cui si dovessero recuperare ore di lavoro perse a causa della pioggia. Indossava un bandana senza riuscire a tenere raccolti i capelli (in quei frangenti le davano fastidio ma lei non li tagliava solo perché a me erano sempre piaciuti lunghi); una camicia bianca che a fine turno era ridotta come dopo uno scontro sul Delta del Mekong; pantaloni da tuta anch’essi il più chiari possibile per fronteggiare gli assalti del sole; e il più vecchio paio di scarpe sportive di cui disponesse. Smontava dai pedali facendo ballonzolare, appeso al collo, un attrezzo circolare che lasciava intuire il tipo di attività cui lei si immolava mentre mi dedicavo giocoforza agli aspetti spiritual-ludici dell’esistenza. In piedi sull’elevatore del camion, staccava una pera che poi veniva passata nella singolare collana, e a seconda che lì restasse o meno incastrata se ne decideva il destino: o nel mucchio degli scarti o nell’altro per il commercio. Tutto ciò centinaia e centinaia di volte, in una calura impietosa e fino ad esaurimento delle piante del circondario. Durante le pause, le lavoranti si confrontavano sul destino sventurato che le aveva forzate a una tale fatica, immane e infame. In questi frangenti lei raccontava del gorgo della disoccupazione che inghiottiva con maggior voracità e voluttà non i ventenni, come vuole far credere ogni governo con le politiche in soccorso dei giovanissimi, ma i quarantenni e i cinquantenni, che diventano d’improvviso vecchie ciabatte da buttare via. E solo allora, quando le altre le chiedevano se non ci fosse in suo aiuto un uomo, un cane, un prete, un diavolo, lei rivelava sia la mia esistenza sia, inevitabilmente, quale fosse il mio mestiere: ma lì si fermava, senza tirare in ballo quel suo orgoglio che aveva stroncato ogni mia iniziativa.  Agli occhi altrui, dunque, ero nell’ordine: uno schiavista; uno stronzo insensibile; in ogni caso un professionista da poco, non in grado di garantire a sè stesso e al suo prossimo un’esistenza dignitosa. Allora non potevo né dar loro torto né smentire, e ne soffrivo, anche se non in termini di strazio fisico come lei.
Prima della doccia mi raggiungeva sul divano e si sedeva nella maniera più dignitosa possibile, quando avrebbe voluto abbatercisi e bestemmiare ogni santo del calendario, se solo ne avesse avuto la forza. Invece non gliene restava neanche per guardarmi. Si toglieva le scarpe, si passava una mano sulla faccia ancora unta di olio protettivo e gettava appena un’occhiata mortificata alla tenuta con cui era costretta a infagottarsi, anzi, a zavorrarsi. Renditi conto, pensavo: tu, povero ratto di città, sei andato k.o. dopo una gitarella, e lei invece si sta barcamenando quotidianamente in qualcosa che nessuno si augura di dover fare, perlomeno non in quelle condizioni. “Mi dispiace” diceva, “mi dispiace, te l’avevo detto, potevi restare giù da te; avresti avuto il mare, qualcuno con cui parlare di giorno. E a parte che non ne ho l’energia, ma ora come ora nemmeno un ergastolano avrebbe voglia di fare sesso con me. Guardami. Come puoi resistere qui e così, amore?”. E io mi chiedevo se il silenzioso abbraccio che seguiva, a cui lei opponeva una tenera quanto inutile resistenza (“No, dai, puzzo!”), le comunicasse quanto avrei voluto prenderla lì, sul divano, selvaggiamente, per nutrirmi di quell’afrore in cui si mescolavano campagna, fatica, ustioni, tristezza, impotenza, ma anche un amore impetuoso e paziente al tempo stesso: il briciolo di speranza cui aggrapparci, l’unico rimasto per salvare entrambi.

Il passato fonda il futuro? Il passato sbriciola il futuro, il passato polverizza il futuro” (Zeruya Shalev – “Dolore”).

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2 pensieri su “Aliper Blues (II)

  1. Questo tizio, Shalev, è un po’ stronzetto… Sebben per certi versi abbia ragione. Io capisco, punto.
    Sto imparando una cosa, e tu capirai. La vita è solo un eterno presente, forse. Qualcuno mi spiega così. È così, per non dolersi, si prova ad essere sempre e solo qui. Si fa una sorta di “cloud” ben chiuso del passato, perché non si possa sbriciolare il presente. Funziona? Non lo so ancora. Certo fa molto meno male, basta stare attenti a non aprire i files. E ti giuro, ci vuole molta, moltissima concentrazione. (Per fortuna ogni tanto ti scappano fuori cose, mio caro Tullio, tipo quel Tango Imbezél, che tanto mi fanno bruciare). Non sono ancora morta, vedi?

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  2. …e chi lo sa davvero, se funziona? Posso solo dire che non decido io se rintanarmi su quel (o su quella?) “cloud”: mi ci trovo dentro o fuori, devo solo guardarmi attorno e regolarmi di conseguenza. Grazie davvero; non credo tu possa morire. (Però la Shalev è una donna, il che forse ha una sua importanza 😉 )

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