Der Gemutlichkeit

A Frank Zappa quasi dispiaceva di dover smentire, per mero amore di verità, la diceria stando alla quale una volta aveva mangiato merda sul palco. Gli interlocutori ne traevano una sorta di distorta delusione; lo approcciavano brutalmente dicendogli: “Ehi, Frank, sei grande, quando ho saputo che hai mangiato merda sul palco ho pensato ‘ehi, finalmente uno veramente fuori!’”; e quando lui replicava serafico di non aver mai fatto niente del genere, “è come se gli spezzassi il cuore”, notava.
Ora, tanto per ridimensionare la questione, io non sono Frank, non ho calcato un palco nemmeno per recite scolastiche e dei miei gusti in fatto di cibo al massimo si potrà dire che mi stiano accorciando la vita; però anche a me capita di “spezzare cuori” quando rivelo che non sono mai stato all’Oktoberfest: “ma come” dicono mentre la mandibola gli si sta scollando, “un intenditore come te!”. E qui segue la seconda rivelazione: “Intenditore? Ma di che. Se mi descrivi una birra usando termini tecnici, nemmeno mi sforzo di capirti”. E’ la verità, non mi schermisco e preciso: “mi limito a bere, se tu mi spacciassi per scherzo la birra del discount per il nettare che allettava il granduca Francesco Ferdinando in persona, sarei perfino capace di cascarci”. Beh, insomma, non fino a quel punto, ma è per far capire. La birra per me non è nemmeno cultura, né qualcosa di sacramentale. E’ più una vecchia nonna affezionata che ti ha visto crescere, mai ti ha abbandonato e, vantaggio non da poco, mai morirà. Certo, ho dei punti fermi: visto che “codesto solo possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, so cosa evitare – le contaminazioni con la frutta ora tanto in voga, ad esempio, sia a livello di aroma che di scorza di limone ficcata nel collo della bottiglia; ma non c’è abisso che se le inghiotta, dannazione.
Ovviamente, nonostante questa introduzione e benché la seconda metà di settembre quasi lo imponga, non intendevo parlare di birra. Ciò non toglie che a Monaco non solo andrei con la stessa leggerezza d’animo di quando ti va di fare una passeggiata al parco, ma è probabilmente il posto dove vorrei ridestarmi dopo uno stato di incoscienza. Se la gioca con Dublino, ecco.
Le feste che ho sperimentato a Monaco non sono quelle canoniche di ottobre, precedute dalla mazzata che il borgomastro dà in diretta nazionale alla botte da cui zampillerà la prima birra della stagione. Ho partecipato a due FruehlingsFest, letteralmente “festa di primavera”, e il concetto alla base è lo stesso, solo che si tiene all’inizio di maggio in un unico tendone (a fronte dei dieci di ottobre) e quasi senza italiani, cosa che rende ne rende più sbrigativa prima la sorveglianza e poi la cacciata, perché certe tradizioni non possono perdersi.
Della prima volta, nel 2010 (ci fermammo solo per poche ore), ricordo solo un risveglio mattutino e i sommi capi di ciò che seguì. Ad esempio: strapparsi da quello che più che un sonno è una melma vischiosa, con un brutale atto di forza e qualcosa di malvagio infilato di traverso giù per la trachea. Hotel Italia, noleggiare un ombrello dal ragazzo alla reception, l’unico autoctono gradevole incontrato dall’arrivo. Dopo i pasti alla Hofbrauhaus e alla Augustiner, il ricordo di chi diceva che “i peggiori tedeschi sono bestie, i migliori poderose teste di cazzo”. Domenica mattina, otto e mezza, Schillerstrasse, poi gli edifici a semicerchio di Karlsplatz. Percorrere Kaufnerstrasse e parafrasare Lucio Dalla, “Monaco ci son stato con Bonetti, molto triste, molto grande”; non è che cambi poi molto. Già struggente il ricordo delle “budrigone” bionde ancheggianti, bruttissime e bellissime, tra le panche all’Hyppodrome; eeeeee ehi beibe – Hu! Ha!; “Seven Nation Army” sulla quale noi italianuzzi ci arrischiammo ad intonare “campioni del mondo”; chiaramente ogni dieci minuti “Ein Prosit!”, dopo la quale – non conoscendo le secche urla a corredo, ovvero “der gemutlichkeit” – sbraitavamo “Vis De Caz!”, come in gioventù allo stadio; la fratellanza davanti ai vasconi sciabordanti d’acqua e scarti renali di vario genere, “Rimini? Conozzzco!”. Pioggia, silenzio, quieta maestosa malinconia; questi qui ieri si son vinti uno scudetto e sui viali strombazzavano solo cinque auto in croce: non me la potevo prendere (che da noi vuol dire: non riesco a farmene una ragione). In tutta MarienPlatz , nel cuore di una città che potrà avere un milione di abitanti, c’eravamo solo io e  i miei cinque litri e mezzo stipati nel fegato; quale onore. Presunzione di credere che La Madonna bronzeo-dorata, dalla sua brava colonna marmorea, stesse riservando a me il meno nobile dei suoi sguardi, perfino il Municipio sembrava avere occhi severi puntati sul sottoscritto. E tutto perchè, invece di ammirarli estasiato, divoravo quell’angolino di vetrinetta di chioschetto senza storia. Sbarrato, inesorabilmente. Che poi, a ben vedere, la storia ce l’aveva eccome. Dio, come la volevo quella maglietta della DDR.
Rimediai due anni dopo, per la stessa occasione primaverile. Niente di speciale; azzurra, con sopra stampigliato lo stemma che campeggiava sulla bandiera della Repubblica Democratica Tedesca assieme ai colori nazionali: un martello sormontato da un compasso e circondato da una specie di corona d’alloro giallo. Avevo creduto di poterla trovare non dico dappertutto, ma con facilità. Invece no. Prima di individuarla di nuovo (e si che la vendevano praticamente a KarlsPlatz, dopo la porta) mi sciroppai quasi ogni bugigattolo traboccante di souvenir, senza successo. I fabbricanti/commercianti di Monaco, in fatto di temi sulle magliette, non vantano la debordante fantasia che contraddistingue i pataccari di casa nostra. Per dire: noi abbiamo quelle con su scritto “VERSACE N’ALTRO LITRO” o “OMO DE PANZA, OMO DE SOSTANZA”. Lassù non vanno molto al di là di uno scoraggiante “I LOVE MUNCHEN”. Ecco le uniche variazioni che notai: 1. foto raffigurante un gruppo di bavaresi in costume tipico – alcuni intenti a suonare, altri a ballare prendendosi tradizionalmente a ceffoni – corredata dalla scritta “Rocking Bavaria”; 2. disegno della scala evolutiva in salsa bavarese: alla catena che inizia dalla scimmia viene aggiunto un anello in più, per l’appunto un omino stilizzato anch’egli in bretelle e calzoncini, come i ballerini di cui sopra. Sempre in tema di souvenir, in un’altra botteguccia ordinata e silente mi venne in mente di comprare una tazza decorata. Ce n’erano a scaffalate, e io ne presi una a caso: proprio quella dotata di meccanismo che la fa suonare una volta che la sollevi. La rimisi a posto neanche fossi Indiana Jones alle prese con il Sacro Graal, e uscii scortato dagli impietosi sguardi di gestore e avventori, mentre nel negozio non smetteva di risuonare, potentissimo, lo yodel che avevo poco prima attivato.
Io non so quando riuscirò a smettere di scrivere dei cessi degli alberghi in cui mi imbatto: argomento trito, lo so, ma finchè mi vengono offerti certi spunti…stavolta, nella camera la tazza era in uno stanzino separato e cieco; il resto era, per l’appunto, a parte, ma con un’ulteriore particolarità: la doccia esposta. Un lato della cabina era costituito da un muro con uno squarcio “artistico” affacciato sui restanti metri quadri, sicché ci si poteva risciacquare le pudende rendendo partecipe del lieto evento il proprio compagno di stanza, sempre che non venisse in soccorso un po’ di condensa. Il concetto di superuomo nicciano, inoltre, oggi ben può essere rielaborato e adattato a colui che riesce a dormire su quei dannati cosi flosci come pezzi di budella svuotati (non uso di proposito il termine “cuscino”) che producono avvallamenti in cui la testa sprofonda non appena ce la appoggi: tremendo, se per caso sei una fighetta italica abituata anche ad altre fisime come il buio assoluto nella stanza da letto o il materasso ergonomico. Il sottoscritto, per parte sua, ammette senza ritegno di aver gestito buona parte del suo sonno bavarese su una salvifica poltrona a pochi passi dal suddetto letto delle torture. Del resto, se a un certo punto della notte senti come dei chiodi conficcati nei trigemini, per restare addormentato avresti comunque bisogno di un anestetico da sala operatoria, per gli interventi a cuore a aperto.
Avemmo il tempo per gironzolare, ma non mi dilungherò sul centro che stavolta – soprattutto a causa del clima quasi estivo – era alquanto gremito. Si stipavano nei caffè, dentro e fuori, fiumane di turisti da tutto il mondo per tentare, soprattutto i giappocinesi, di conformarsi al clima assumendo birra anche alle dieci antimeridiane; io non andai al di là di un beverone cappuccioso, prezzo € 2,40 ma sempre meglio delle nove banane a noi richieste dall’hotel per la colazione. Il sabato pomeriggio, da bravi zotici, ci avventurammo nelle vicinanze dei due stadi cittadini, raggiungibili con la metropolitana. L’Allianz Arena, quello dove il Bayern zompetta attualmente, giace su un terreno che pare trovarsi fuori città: il vagone, per raggiungerlo, esce dalle viscere di Monaco fino al desolato capolinea. L’impianto vero e proprio è circondato da una sorta di involucro di plastica lattiginosa, tanto appare sottile all’occhio umano: un copertone rovesciato per il lungo, pare. Si stava giocando, e anche se il campionato si era già concluso con la vittoria del Borussia Dortmund proprio ai danni del Bayern, i tifosi non avevano in testa che la massima competizione europea, quindi l’aria rimbombava del loro coro “Finalen, oh oh, Finalen, oh oh ho ho”, sulle note di “Nel Blu Dipinto di Blu”. L’Olimpiastadion, invece, è a poche fermate di metro di distanza, e tolti i concerti non dev’essere granchè utilizzato, benchè si trovi su un saliscendi brulicante di podisti, ciclisti e semplici desiderosi di farsi un giretto sugli spalti degli Europei del 1988 e del-gol-di-Van-Basten-a-Dassaev-da-posizione-impossibile.
Ma cosa dire di tanto splendido della serata nel tendone? Tra le panche, il momento dell’affratellamento massimo tra il 99,99% degli indigeni e il residuo italico (noialtri) arrivò quando il complesso si produsse in un riarrangiamento per strumenti a fiato di due classici degli AC/DC. Per il resto, se sei italiano, devi imparare a diffidare di un cameriere tedesco non meno di un suo collega francese, o di uno americano in attesa della mancia. Poniamo che gradiate prenotare in qualunque locale di Monaco: potete farlo anche sei mesi prima, ma quando arrivate e lo fate presente al “ragazzo”, lui vi guarderà smarrito, come se non sapesse nemmeno cosa sia una prenotazione; finchè non sarete voi a notare il vostro nome sul tavolo giusto, e solo allora vi verrà detto “bitte” e lasciata strada, come se nel frattempo non fossero passati venti minuti di controlli fasulli da parte del personale. Inoltre il cameriere tedesco, soprattutto quando si parla di prezzi e quantità e anche se ti rivolgi a lui in Inglese o facendo i numeri a gesti, risponde ostinatamente nella sua lingua, costringendoti a una gustosa contrattazione. Il fenomeno, ovviamente, si amplificò sotto al suddetto tendone della Fruehlingsfest: su tre resti, almeno due erano sbagliati per difetto; non il terzo perché i soldi li demmo giusti al centesimo, vamolà. Solo in un posto il cameriere – sentendo che stavamo improvvidamente scegliendo dal menù in tedesco dei piatti di milza, sillabandone perfino il nome! – sorrise bonario e ci indicò il nome stampigliato sul cartellino appuntato al suo gilet. Senza spiccicare parola, Salvatore – neanche a dirlo – ci fece mangiare da re.
Prima di ripartire, appoggiato a una colonna sotto il Municipio, osservai un giovane mattocchio cencioso che slalomeggiava tra i turisti da un capo all’altro della piazza, con piglio incazzatissimo, come se stesse andando a farla pagare a qualcuno. Poco prima che sparisse dalla mia vista, iniziò a dare furiosi calci all’aria ogni tre o quattro passi, un po’ alla maniera dei portieri quando rimettono la palla in gioco dalla loro area piccola. A qualche centimetro dalle sue pedate c’erano le testoline dei bambini, e mi divertii, per mezzo secondo e rabbrividendo anche di me stesso e della mia mostruosità, a immaginare l’irreparabile. Che, però, non accadde.

E no, da dire nient’altro.

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