OCTOBER RUST. 2 – Periziare pallido e assorto.

…E invece la voglia mi è venuta, ahivoi.

“Yogurt”, sentenziò il pediatra, un bresciano vivace e ciarliero. La nebulosa dei ricordi, di nuovo, impedisce di stabilire se quella parola fosse stata data in risposta ad una precisa domanda, ovvero “che alimento ci consiglia per il pupo?” o qualcosa del genere, oppure se fosse partita spontaneamente di bocca al dottore, nel raccomandare ai miei di tenere il vitellone sotto controllo circa il peso, problema prospettatosi presto nonostante il diretto interessato nei primi tempi non mangiasse quasi nulla. “Yogurt”, accettarono i miei. E da allora non ho più smesso. La quantità di vasetti che ho ingurgitato in vita basterebbe a inquinare, intasandola, l’intera Via Lattea, magari qualcosa in più. Solo Yomo, e pazienza se finisco per fare pubblicità: quando si sceglie dovrebbe essere per sempre, parafrasando Nanni Moretti. Beppe Grillo potrebbe aver basato parte delle sue fortune terrene sulle cifre spese in Yomo nell’arco della mia crescita. Lui negli spot arrivava a organizzare scioperi di operai se nella mensa mancava il gusto al mirtillo, propagandandone così l’eccellenza. Non che avesse torto, ma poi la casa madre mise sul mercato la variante denominata “Alleluia” (al miele, al cioccolato e altre zozzerie assortite); e tutti i propositi relativi alla linea, la mia intendo, sarebbero presto andati a farsi fottere.
Ci sono stati periodi in cui il rituale dello yogurt non mi serviva solo per fare colazione o rimediare al bucanino nello stomaco, ma anche per pensare meglio, e prendere qualche tipo di decisione, certo non cruciale. Già al momento di aprire il vasetto, al mattino, capivo che tipo di giornata poteva attendermi. Il distacco uniforme della stagnola che funge da coperchio, già predisponeva a odiare di meno il resto del mondo. Poteva succedere che, dopo aver pinzato con indice e pollice la linguetta sporgente, un lembo di carta restasse attaccato al bordo, costringendomi poi a impiastricciare il polpastrello per togliere il resto; e succhiando via lo yogurt dal dito, paventavo magari un’interrogazione antipatica. Ma è pure capitato che, a causa di un misterioso sortilegio, la linguetta intera si staccasse di netto, imponendo di scardinare brutalmente a cucchiaiate la stagnola per avere ragione del vasetto: quest’ultimo allora si trasformava quasi in una boccetta nera con sopra il teschio e le tibie a x. Cioè, mangiavo ma cautamente, come temendo di finire avvelenato, o che fosse il mio ultimo pasto perché una macchina mi avrebbe investito non appena uscito di casa. Beh, certo: trovare il velo di yogurt uniformemente intatto appena sotto l’involucro era come pescare il jolly dal mazzo; e si arrivava a voler vedere quanto fosse in grado di mantenersi quel miracoloso equilibrio tra aria e materia, a rischio di far tardi per le incombenze quotidiane.
Il gesto cafone che metterei in atto anche davanti alla Regina Elisabetta è senza dubbio la ripulitura del lato interno della stagnola tramite passata di lingua. Chiaramente, con l’età, si impara a porre freno all’entusiasmo che un tempo accompagnava tale manovra: prova ne è il progressivo azzeramento del numero delle papille scorticate, per via dei bordi aguzzi e delle fessure della carta; “la lingua batte dove la lingua stessa duole”, maledizione. Ne segue un’altra tappa obbligata, prima di tuffare il cucchiaio: lo sgombero dell’incavo nel bordo superiore all’interno del vasetto, dove si annida yogurt che, seppur scarso, è pur sempre stato pagato. A quel punto, da ragazzino: “maddai, non mi interroga, altri hanno il voto più vecchio”. Poi, beh, ognuno procede come vuole. Io ho sempre raccolto lo yogurt facendo aderire, e tenendolo fermo, il lato del cucchiaio al bordo del vasetto, che ruoto in senso orario con le dita della mano che lo regge. Una sorta di rivoluzione copernicana applicata al dessert; non è il cucchiaio a muoversi, bensì il vasetto attorno. Ok, scusate. E intanto che quegli yogurt giovanili calavano di livello: “…Però quello è una gran bastardo, vedrai se non vuole fregarmi e chiamarmi lo stesso alla lavagna”. Il fondo del vasetto, come oggi, aveva un piccolo bordo rialzato, a formare un altro interstizio circolare, anch’esso da ripulire accuratamente: ma i dubbi non erano del tutto fugati…ristagnavano nella testa, anche mentre le ultime tracce di prodotto, sul bordino inferiore, venivano spazzate via. Il vasetto diventava un poco pregiato pezzo di spazzatura cilindrica e lattiginosa, non c’era nulla da ammirarvi ma restava lì a rigirare tra le dita, a lungo. E infine: “No, dai, valà. Stamattina mi giustifico, an’s sa mai. Poi si vedrà”. Mangiare yogurt non fomenta l’ottimismo né addolcisce, ma almeno mi ha sempre aiutato a mettermi in guardia.
Di yogurt, al contrario di certe risorse del pianeta, non è previsto l’esaurimento; ecco la buona notizia. Sono le giustificazioni a scarseggiare: ad esempio, per il quadrimestre in corso temo di non averne più. E questa è la cattiva.

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2 pensieri su “OCTOBER RUST. 2 – Periziare pallido e assorto.

  1. Caro Signor Tullio, davanti a questo post mi inchino. Non entro nel merito delle “dipendenze”. A ciascuno le sue e lo yogurt non è tra le peggiori. Mi interessa il come e il “come” qui è di altissimo livello. Questa pagina sì che meriterebbe di stare in un libro … diciamo Feltrinelli? Un saluto e buona giornata. 😉

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  2. Indovina un po’? Esatto, è tutto merito dello yogurt, io ci metto solo la mia ghiottoneria 😉 seriamente, grazie e proficua giornata a te…ho visto con i miei occhi quanto siano importanti, per chi crea, l’ispirazione e le dita felici: e te le auguro.

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