OCTOBER RUST – 3. Dell’amabilmente andar satireggiando circa la fondamentale importanza del meccanismo di apertura di questa e quell’altra cosa.

…di fatto, trattasi di un’aggiunta al discorso dell’apertura dello yogurt, ferme tutte le implicazioni divinatorie già descritte in quella sede, tali da farti sentire un aruspice alle prese con le viscere ancora calde della bestia di turno. Stavolta il tema si estende alle lattine. Poco più di una ventina d’anni fa, per aprirle si infilava l’unghia dell’indice sotto l’anello sul coperchio, si tirava e l’annessa linguetta veniva via, restando ricurva dopo il distacco. Non mi dilungo sulle bestemmie che si libravano nell’aere come una nube tossica quando, dopo lo strappo, attaccato al dito era solo l’anello, e la bevanda rischiava di rimanere imprigionata per sempre a meno di non ricorrere a manovre cruente tipo la tempesta di colpi a la Kenshiro sul barattolo. Fattostà che un bel giorno, per i prodotti della Coca Cola Company (ma non per la linea San Pellegrino, per dirne una, cioè chinotti, aranciate amare, eccetera), le cose cambiarono. Niente più anello da uncinare attorno alla falangetta: la linguetta su cui far leva oggi resta piegata nell’orlo della lattina. Di fronte a cotanta rivoluzione, rimasi a lungo perplesso. Non tanto perché divenne più difficile applicare sul foro, coprendolo, quella sorta di tappo ispirato alla pentola a pressione, che ti illudeva fosse possibile consumare la robaccia gasata in più tempi. E’ che non ho proprio mai capito l’utilità del cambiamento in questione; e non mi si dica che è dovuto a motivi igienici, visto che sulla parte di linguetta destinata a finire a bagnomaria può essersi posato di tutto. Ma va detto che gli adolescenti della mia generazione hanno avuto modo, se non di dare una risposta, almeno di distrarmi da questi miei rovelli inconcludenti. Bastava guardare con la coda dell’occhio un ragazzo o una ragazza dissetarsi durante la ricreazione, accanto al distributore. Il soggetto sotto osservazione vuotava la lattina, poi mica la buttava subito. No, si metteva un po’ in disparte, si guardava attorno furtivamente, pinzava il pezzo di linguetta rimasta attaccata per un lembo e prendeva a muoverlo cautamente, come dovesse rianimare un passerotto: avanti e indietro, con spostamenti di 180 gradi circa, e ad ogni movimento veniva snocciolato a bassa voce l’alfabeto, fin quando la linguetta si staccava per naturale logoramento dell’alluminio. A quel punto, come ovvio, si fermava la recita dell’alfabeto, e vulgata voleva che la lettera su cui si era interrotto questo rituale corrispondesse all’iniziale del nome di colui o colei che stava dedicando, segretamente, dolci pensieri al bevitore o alla bevitrice. Ora, senza perdersi nelle varie elucubrazioni per cui, ad esempio, non era mai chiaro se la lettera appartenesse a un nome, a un cognome o a un soprannome (ma ritengo vi fosse estrema flessibilità in merito), o circa la difficoltà di attribuire la palma di fortunello o fortunella a Paolo/a piuttosto che a Pasquale/Pasqualina, va riconosciuto come a tutti sia capitato di cimentarsi almeno una volta in questa barbarie, che mi piace pensare estinta. I maschietti erano più menefreghisti sulla cosa, ma certe donne…capacissime, loro, di regolarsi la vita sociale in base all’esito del rituale, che so, evitando un tal posto per non incontrare, se sgradito, il predestinato dal barattolo. Il bello di quest’ultimo, poi, era di indurre la giovane donna a prendere in giro sé stessa, anche se solo in privato. Se la aruspice improvvisata si dedicava al rituale da sola, poteva manovrare a piacimento la linguetta mobile, nel senso che se la lettera del prescelto, stavolta gradito, era tra le prime dell’alfabeto, i movimenti per provocare il distacco erano rapidi e imperiosi; per dare una mano alla sorte, se non altro. Ma se l’iniziale era più vicina alla zeta, allora le dita della sacerdotessa tornavano caute, adottando il cosiddetto tocco-piuma, affinché il tutto si compisse senza fretta. Poi va beh, se veniva fuori una lettera precedente o successiva a quella desiderata era lo stesso, mica si aveva a che fare con una scienza esatta. Altrettanto gustosi sia i capannelli di pulzelle radunate a sventrare cumuli di lattine, sia gli urli di massa rivolti a colei che, nell’esigere il responso della striscetta d’alluminio, si mostrava troppo sollecita o troppo esitante, a seconda dei casi. Quando il rituale era pubblico, infatti, impossibile mentire, a sé stesse o alle altre.
In un tale accanirsi, le accolite auspicavano di ricevere indicazioni su una R o su una T, favoleggiando di conseguenza: Rufo e Tancredi, si! Con il villone sui colli di Covignano e la brava macchinona a disposizione già a sedici anni; loro che, per palesarsi ufficialmente alle cene del Rotary, sarebbero scesi dal destriero paludati in un vestitino tutt’ tempstat’ di pietre preziose; loro sì, capaci di dare sicurezza a una donna. Il sogno proseguiva con Rufo e Tancredi inginocchiati per chiedere la mano alle rispettive damigelle, nel frattempo cadute in preda agli squasi (se non sapete che vuol dire, cacchi vostri) e prossime allo svenimento. Ma entro breve sarebbe arrivata la secchiata gelida: Rufo e Tancredi erano attesi, ma dati in lieve ritardo. Così le pulzelle, aspettandoli, si risolvevano ad accontentarsi di quei burini di Samuel e Christian (con l’acca, mi raccomando: l’apice della cafonaggine). Magari la linguetta non li aveva predestinati; di certo non erano di cuore e pensiero nobili; il sabato notte, se ci uscivi, ti stordivano a dosi ciclopiche di Cointreau; nella migliore delle ipotesi ti si rivolgevano con fonemi non più complessi di un “OUH!”, e nella più triste, alla fine, ti facevano piangere davanti a tutti, e non di gioia. Però, pur con tutto ciò, va là che con loro due lo spasso era garantito, va là.
Gli uomini alle prese con la lattina, come detto prima, si ponevano molte meno questioni. Cara grazia se erano capaci di recitarlo correttamente, l’alfabeto, talora mostrando primitivo stupore alla scoperta che dopo la “I” vengono perfino una “J” e una “K” (Jolanda? Jessica? Katia? E perchè non Johanna o Kevinia? Mai porsi limiti!).

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3 pensieri su “OCTOBER RUST – 3. Dell’amabilmente andar satireggiando circa la fondamentale importanza del meccanismo di apertura di questa e quell’altra cosa.

  1. Bellissima questa storia della linguetta. Ai tempi miei i distributori a scuola non c’erano ancora, che peccato! Ci siamo persi un bel giochino. Hai scritto un’altra pagina grandiosa Tullio. Buona giornata. 🙂

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  2. Grazie😊 eh, sì, la mia annata ha goduto di un gran privilegio😃 è sempre bello osservare la faccia della gente mentre racconto questa vicenda: vedo proprio occhi persi nel vuoto, labbra penzolanti, le rotelle che si muovono nei loro cervelli….immaginano sé stessi a fare quella manovra, ma sì! Insomma, ci mettono sempre un po’ prima di concludere: “che fesseria!”

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