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Premessa:
https://www.youtube.com/watch?v=PhTEZZgWD-s

Come vi siete permessi? Non vi perdonerò mai, Ginopaoli e Rickygianco, d’aver osato concepire prima di me e mettere in versi l’idea di una città con le gambe aperte. Se vi lascio vivere in pace è solo perché voi l’avete fatto riferendovi a Parigi, e grazie tante. Con Parigi son buoni tutti. La puoi decantare in mille modi, e altrettante volte ci avrai azzeccato. Vai ad applicare il concetto, parafrasando il Tirzan di Abatantuono, con Andria o con Ascoli. Cioè, non che non ci si possa provare e magari riuscire, ma è senz’altro impresa più ardita.
Facile invece, con Parigi, New York o Rio, anche se ci si espone al rischio che non stiano lì ad aspettarti a gambe aperte ma rivelino il loro lato ermafrodita e dunque prendano l’iniziativa e, come ha scritto il decano dei giornalisti bolognesi (che non è più Biagi), ti penetrino e – tocca ammetterlo – ti facciano pure godere.
Facile, Parigi; come pure è facile con una ragazza in un bordello di Villach (salvo che poi tutto ha un costo). Potrai assumerne dosi massicce, ubriacartene quando ti va;  ma alla fine in un angolo di cervello tornerà sempre un’altra che che non ti ha avvicinato o non ti ha detto subito di sì, su cui devi lavorare di cesello e – sulle prime, anche se poi si rivela più impestata di tutte – di testa. Per intenderci, quella che se le scrivi appallottola la busta nel pattume, lo stesso dove giacciono magari anche i fiori che le fai mandare (sempre che la lettera non sia prima finita in pezzi davanti ai tuoi occhi).
Senza andare tanto in là, Ricky e Gino, anziché puntare verso i bouquiniste di Monmartre, lasciatevi alle spalle Ravenna e mantenetevi imperterriti sui tratti di Romea più civili, più forniti d’asfalto – mica intendevate usare l’autostrada, vero? Dopo un’oretta appariranno le rotonde e i palazzoni ai lati della strada che via via si restringe fino a una discesa, per chi viene da sud, sormontata dal primo cavalcavia urbano. Ecco, attraversare tutto questo è proprio come sgusciare sotto un lenzuolo e infilarsi senza fatica, e non necessariamente in modo docile, tra un paio di gambe aperte. Non è una donna a offrirti le sue grazie. E’ una città; non Parigi, né New York, né Rio: è quell’amante che aveva sempre stracciato le tue lettere e buttato via i tuoi fiori senza nemmeno guardarli. Adesso, invece? Cos’è cambiato, cos’è successo nel frattempo? Quanto durerà? Tornerà a far finta di non conoscerti, lunatica com’è?
In realtà, qui, altro che fiori e cioccolatini, altro che seduzione, altro che lettere: c’era stato l’odio più stupido, immotivato e pecorone, e per giunta avevi cominciato tu. Perché odiarla? Chi lo sa: in quel patetico stadiolo rivierasco tutti le odiavano, squadra e città di una terra unita alla tua solo per esigenze di arida burocrazia regional-toponomastica. D’altronde, l’amore è mosso da analoghi istinti. Proprio di recente mi è capitata sott’occhio la testimonianza di un tizio che un remoto giorno si innamorò alla cieca di ciò che noialtri odiavamo altrettanto sulla fiducia. Per provare a spiegare il fenomeno, costui ha inoltrato a una rubrica di giornale una sorta di biglietto irrorato di profumo, che pur nella sua brevità conteneva un “canto”, nel senso sentimentale del termine, la musica non c’entra. Ci ha provato, dicevo, senza la pretesa di riuscire: e qui sta la forza del messaggio, destinato a non essere compreso da tutti. Se lo capisci, se l’hai lasciato passare sotto pelle, bene. Altrimenti chiudi gli occhi, ti abbandoni, ti fidi.
Il pretesto era calcistico. Perché tifare SPAL? Semplice. “Perché” scriveva tra l’altro il tizio, “è la squadra di Ferrara, dove viveva, mi correggo vive, la bellissima e irraggiungibile Micol Finzi Contini. Una città che conosco bene e amo molto anche se non ci sono mai stato e dove non ho nessuna intenzione di andare e di cui mi sono autoconferito la cittadinanza onoraria”. Beh: gioco, partita e incontro. Tante cose in così poche righe: conoscere un luogo, amarlo fino ad autoproclamarsene cittadino, senza nemmeno andarci; è l’estremizzazione del principio secondo cui non bisogna mai tornare dove si è stati felici – e dunque si può essere felici in un luogo, e di un luogo, in cui non si ha mai messo piede. Ardimentoso è dire poco. A me spesso capita di immaginare quanto mi piacerebbe vivere una realtà come Genova, cosa direi o penserei in quell’idioma che nessun legame pare avere con l’Italiano, o quale delle due squadre tiferei: ma appunto, si tratta di un esercizio di fantasia pura, perché per me Genova è come se fosse su un pianeta sconosciuto, più insondabile – nel senso letterale – di Marte, altro che Schiaparelli. E invece la testimonianza del suddetto spasimante, seppur fondata su elementi astratti, non ammette repliche; lui è ferrarese, solo a titolo onorario ma è così e non può essere altrimenti; un amore non preceduto dal corteggiamento, dalle lettere e dai fiori: è ancestrale e non va messo alla prova; non c n’è bisogno o non bisogna. Eh certo, un ruolo fondamentale in questa infatuazione lo gioca per forza anche il femminino, ovvero Micol: il suo dare alla fantasia, il suo completino da tennis svolazzante durante gli scambi. La percepisci subito, quell’aura di nobile irraggiungibilità che avvolge le donne che lassù abbiano respirato, anche per poco: mica solo le estensi da generazioni. Stanarle è un piacere, che diventa perfido quando noti che si schermiscono o smorzano l’accento o minimizzano le origini: “Sì, però i miei non sono di là”, “Sono nata più su/più giù”, “Sono andata via presto”, o l’uscita più brutale: “Non vedevo l’ora di andar via”. Anche fosse, non importa. Quel marchio resta loro nell’abbassare gli occhi, nell’abbozzo di un sorriso, nel piegare la testa di lato, nell’entrare in una stanza: e quando lo percepisci è già tardi. La luce è cambiata, l’atmosfera diversa. E sei innamorato.
Ovviamente per captare tutto ciò bisogna appuntire i sensi, aspettare che passi l’età dell’innocenza, o meglio della sprovvedutezza, quando nel patetico stadiolo rivierasco tutti attorno a te ringhiavano odio; e tu allora che facevi? Ti ci accodavi. Su quali basi? Beh, la regione è la stessa ma, per dire, quelli là ti facevano salire l’odio anche solo per come parlavano. Loro i milord, noialtri i terroni. Tanto bastava. Odio all’apice in data 22 marzo del 1998, serie C1: baracca rivierasca a cielo aperto (stadio è troppa grazia) piena in ogni ordine di posto, c’era anche Sacchi (uno dei parametri in base ai quali misurare l’importanza di una partita da noi è sempre stata la comparsata di Arrigo Sacchi, e quel giorno assieme a lui c’erano altre cinquemila anime strette sugli spalti); cavalcata trionfale sulla spuma del sangiovese in cui gli estensi furono affogati per tre gol a zero, orgasmi multipli prima di un finale di stagione grottesco, scandito da fughe di arbitri in elicottero da centrocampo e lanci di lacrimogeni, ma ce n’era abbastanza da zittire i milord per gli anni a venire. Dopo mille strazi, oggi la SPAL è in B e noialtri terroni la guardiamo a naso in su dall’Eccellenza, ma non manca mai il coretto dedicato ai milord dagli assiepati su un poco nobile ammasso di inferriate (definirla “curva” sarebbe eccessivo). Per quanto mi riguarda, se nel marzo del 1998, mentre festeggiavo a mia volta il tre a zero, qualcuno mi avesse detto che avrei trovato l’amore, l’unico e solo mio amore, in quella landa che allora anch’io avversavo, gli avrei dato del matto. Ma il destino apparecchia e sparecchia, si sa. Appena varcato il confine, anni dopo, ecco quell’abbozzo di sorriso, quel modo di entrare in una stanza, il cambiamento di luce e di atmosfera che seguiva, le lettere che non solo restano integre ma ottengono risposta, il tempo che intendevi recuperare e invece è andato del tutto perduto. Le vaghe promesse: un giorno ti ci porterò al “campo”, se vorrai, magari in primavera, per renderti partecipe degli squallidi spettacoli calcistici che ti ho sempre e solo narrato, benintesto edulcorati. Oggi, seduto sulla stessa tribuna d’infima serie, al pensiero mi chino come se dovessi raccogliere un pugno di sabbia: allungo davvero la mano, la stringo, ne vedo scorrere via i granelli come dentro a una clessidra. Nessun dubbio su chi sia il matto ora.

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