99 (2 di 2)

Ferrara dunque, non Parigi, con le gambe aperte: oggi posseduta solo per qualche ora fugace. Una sveltina, chiamiamola come va chiamata, con un minimo di preliminari consumati sui viali più o meno di cinta. Puoi evaderne deviando verso la campagna, oltre Corso Giovecca; oppure puoi tagliarli da Via San Giacomo attraverso Corso Piave, accarezzando con la vista quello che pare un battistero ed invece è l’acquedotto, e con le mani le mura del fortilizio nemico in cui a ben vedere non sei mai entrato, lo stadio Mazza. Ritrovarsi da lì a Via Garibaldi, che infilza il centro come un chiodo, è un attimo; ecco i ciottoli da percorrere mano nella mano, i negozi con le scodelle sempre piene d’acqua sull’uscio, per i cani; Piazzetta Sacrati e poi l’altra del Municipio, i gradini che avresti dovuto scendere in letizia, con qualcuno al fianco. Tanta gente in tutte le direzioni eppure non un grido, non uno strepito di qualsivoglia tipo, crescente la consapevolezza – amara, ripensando alla tua casbah di sangue caldo – che la civiltà di un luogo si misura anche da queste cose; “la via silenziosa, ti piace? Dai, sarà il nostro codice, saremo solo noi a chiamarla così”. Sì, mi piace. La cattedrale, Piazza Trento Trieste, Via Mazzini con gli ombrelli multicolore sospesi in alto e nel vuoto, appesi da un palazzo all’altro come fossero biancheria, e poi via a ritroso su vicoli dal pavè bugnato – no, non “bagnato”, dannato correttore! – attraverso Corso Porta Reno, e dritto a…al Castello? Al Palazzo dei Diamanti? L’amore non è solo istinto, ma anche concentrazione, raccoglimento: e dove ottenerli se non nell’orto botanico, il premio elargito da Via Borgo dei Leoni se te la sciroppi tutta.
Ma gli affondi più goduti li assesto oltrepassando la porta alla fine di Corso Giovecca, così imponente che quando la avvisti ti si insinua nelle orecchie la musichetta della sigla del Carosello. Via Pomposa si snoda verso la campagna ad Est, sorvegliata dagli ipermercati di cui ho già scritto qui sopra (gli Aliper), in reami percorsi quasi solo da chi ci vive, solcati da un asfalto pericolosamente sbrindellato ai lati che si diverte a intersecare il Po di Volano: e non secondo un disegno casuale, pare una danza di intrecci, finché il fiume non diventa amico scorrendoti accanto lungo Albarea, Contrapò, Viconovo, Villanova, ciascuna con le loro chiese ancor oggi non perfettamente agibili dopo il sisma. Attorno l’erba alta sugli argini dove si annidano le colonie di nutrie stanate dai cani più grossi; se hai il tempismo giusto, puoi cogliere il triste culmine dello scontro in cui questi, giocherelloni e coccoloni fino a pochi secondi prima, con un morso staccano di netto la testa a quelle: essendo Jack London e il suo Buck ricordi lontani, trattasi della più concreta e incorreggibile esemplificazione di istinto animale in cui mai ti imbatterai da vicino. Altre forme di vita albergano nei campi coltivati a furmantone, rifugio privilegiato delle cimici, verso le quali stavolta è l’uomo a dover attuare forme di perfidia non immediate o semplici, per forza di cose. Si sa che non bisogna ammazzarle, ma non basta nemmeno scacciarle: torneranno presto ad attaccarsi alla tua finestra come se dovessero nutrirsi del vetro, e alla minima distrazione svolazzeranno dentro casa. C’è chi, dopo averne intrappolata una, ogni volta la butta nel cesso e tira lo sciacquone; ma anche chi, i più abili e pazienti, ne rinchiude un certo numero dentro una bottiglia vuota: e quando è popolata abbastanza la portano direttamente all’impianto di riciclo del vetro, dove le creaturine verranno eliminate senza che la comunità risenta di puzzo e viscidume.
Della casa e della vita alla fine del viaggio in questa contea, ho già parlato qui nei “blues” recenti e trascorsi; di ciò che ha sopraffatto la stessa vita, idem. Da aggiungere c’è solo un circolo: resterebbe nascosto al mondo se non vi si fermasse un autobus di linea che a un bel momento devia dalla strada principale e usa un breve tratto parallelo per fare dietrofront. Non so se è uno di quegli Arci in cui devi essere socio per consumare: ma meglio se puoi disporre di un biglietto da visita, di un ideale lasciapassare. Io, avendolo ottenuto benché alieno, cerco di usufruirne da solo: l’unico modo per pagare di tasca mia anche solo un bicchier d’acqua. Altrimenti, se sono accompagnato, la faccenda sfugge alla mia signoria. Capita che con Ivana, la creatura più forte che conosca, si prenda lì il caffè; ma vengo puntualmente allontanato dalla cassa: “Par piasèr”, provo a oppormi. “Par piasèr ti”, è la secca replica. Ecco, alla città torna in volto il cipiglio, e capisci subito che controbattere non conviene.
Nel frattempo il pomeriggio è trascorso del tutto, quindi a conti fatti si è trattato di qualcosa in più di una semplice sveltina. Il Bar 99, sempre sulla Pomposa, è l’avamposto sulla via del ritorno. Ci passo non per comprare le sigarette, da cui mi tengo strenuamente lontano, ma per una forma di rispetto: sono devoto ai posti che restano aperti ventiquattr’ore su ventiquattro e offrono conforto perpetuo ai viandanti come me. Acquisto una fesseria, tipo un pacchetto di caramelle, da cui evidentemente questo straniero – pensa il tizio al bancone – è dipendente come da una droga, visto che pare davvero venuto solo per comprarle e non può aspettare l’indomani. Se fossi il fanfarone tipico delle mie parti, appoggerei i gomiti e racconterei, come in queste righe, con quanta intensità io abbia dato fondo alle esigue scorte dell’unica forma di amore che mi resta, che mi fa male e a cui pure continuo ad aggrapparmi. Invece arraffo le liquiriziole, saluto, rimonto in macchina e mi congedo dalla città prima che chiuda le gambe: senza più fiori, senza più lettere, baciandola appena.
Un po’ di tempo va riservato alla sigla di chiusura:
https://www.youtube.com/watch?v=mG84QWdDe7o

Alla prossima.

(Precisazione, magari non necessaria ma tant’è. Data la tempistica della pubblicazione, questo post potrebbe apparire volutamente grottesco o beffardo alla luce dei fattacci di Goro che imperversano in queste ore, mentre da ogni parte risuona il “dagli dagli al ferrarese”. Tuttavia: 1. è stato pensato e steso ben prima; 2. Il tema qui, come evidente, non è collegato alle cronache; 3. Sapete cosa? Il post l’avrei scritto comunque, prima durante o dopo che sia).     

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7 pensieri su “99 (2 di 2)

  1. Rischio di essere ripetitiva. Si fa scrittura di qualità qui. A volte io ti trovo un po’ criptico in certi passaggi, ma non so se sei tu ad essere criptico o io ad essere lenta ad afferrare ma comunque sia mi avvince questa tua scrittura. Buona domenica. 🙂

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  2. Grazie 😊 la sostanza del post è che ogni tanto vado a gironzolare da quelle parti, per ricordare colei che mi ha insegnato ad amarle; e amo lei attraverso i suoi luoghi, non mi è rimasto altro. Buona domenica anche a te, io spero di non dover passare la mia a fermare i lampadari, si trema dappertutto e non se ne vede la fine.

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