La coscienza di un “semo”

Interno notte, ore zero zero.

Nel post precedente ho menzionato di sfuggita le sigarette. Ecco.
Al momento, se fumassi, oh come fumerei: anche se non l’ho mai fatto con convinzione, né voglio imparare adesso. Sì, perché da ragazzino ero lo stronzetto integerrimo, di quelli che durante le prime spipacchiate clandestine se ne stavano in disparte a gustare con un mezzo sogghigno l’effetto che il tabacco faceva sugli altri curiosi esseri, i quali in risposta mi guardavano come guarderesti qualcuno che, fuori dalla vetrina di un ristorante, ti fissa mentre ti stai strafogando delle peggio cose, dei cibi più unti e calorici. Io invece non ho tuttora un serio e convinto interesse per la “paglia” in sé (la “paja” da noi è la sigaretta), nemmeno mi coinvolgerà e – locuzione del cazzo, mi è stato fatto notare – “non c’è un perché”. Alle soglie dell’adolescenza avrei forse cominciato, ma nessuno me l’ha offerta, devo dire: forse perché non avevo la faccia giusta. La reggevo agli amici per cortesia – ma con l’atteggiamento di chi tiene tra le dita un bigatto vivo – quando avevano le mani occupate. Col passare degli anni, paradossalmente, la gente è rimasta sempre più colpita dalla cosa. All’università mi soffiavano sotto il naso fumi di ogni tipo, leciti e no, offrendomene. Io stavolta mi sbilanciavo nel mio “no”, e capitava che chi lo riceveva si facesse solenne e dicesse: “sai, è per questo che ti stimo e ho voluto esserti amico”. Io opponevo una mezza smorfia di apprezzamento e gratitudine, pur morendo dalla voglia di scoccare un mavaffanculovà. Possibile, mi dicevo, essere stimati solo perché si rifiuta di fumare?
Il tabù è stato infranto neanche troppo tempo fa quando in ufficio una collega, ferma nel tratto di balcone su cui la mia stanza si affaccia, era alla prese con il suo Drum stipato nella Rizla e aveva approfittato di una mezza apertura del vasistas per irrompere da me. Dopo il solito scambio di vedute da macchina del caffè, lei ha acceso la sua creazione e – come fa sempre – si è scusata per il fumo che stava spandendosi, pur sapendo che non mi dà fastidio alcuno. Mi ha guardato e, abusando di un’espressione propria solo di queste parti, ha detto: “Sai che non me la posso prendere?”. Intendeva dire: “non riesco a rassegnarmi all’idea”. L’idea in questione era che io non avessi mai fatto un mezzo tiro. “Prova, dai”, mi ha invitato. Con la più dolce delle mie espressioni, ho risposto: “Ti togli dalle palle, che devo lavorare?”. Non si è scomposta mica: chiudendosi alle spalle il vasistas ha detto “Solo se dai una boccata, altrimenti non me ne vado”. Così le ho strappato dalle mani la paglia, giusto per farle capire: guarda a cosa mi costringi, schifosa. Poi però un’ombra di incertezza mi ha attraversato il volto, perché lei ha intuito e spiegato: “Aspira e butta il fumo dalle narici. Non ci vuole la laurea, esimio collega”.
Beh, ormai era fatta. La cicca sulle labbra, mi sono tornate in mente le nostre isolate sortite al caffè arabo di Riccione, da ragazzi. I meno timidi, il culo sprofondato nei cuscini giganteschi, rompevano gli indugi e ordinavano i narghilè anche per chi non ne aveva il coraggio. E quando quegli aggeggi sinuosi come spire di serpente (o come i più cruenti tipi di clistere – punti di vista!) arrivavano sul tavolo, oh, era un piacere vedere i miei amici consumarli con una grazia che non avevo mai visto in nessuna loro azione. Aspiravano dalla pipetta, restavano con lo sguardo fisso nel vuoto per qualche secondo; poi emettevano dal naso uno sbuffo denso, lento, calmo, e si guardavano in faccia soddisfatti: mh! buono quest’aroma di brodo di canottiera (per dire: in realtà i narghilè erano per lo più alla frutta). Quando il trabiccolo arrivava alla mia parte, io ero l’unico a non essere attratto dall’esperienza (e soprattutto dal beccuccio già abbondantemente sputacchiato, e probabilmente non solo e non tanto dai miei amici): per cui declinavo, fingendo di rituffarmi nella fondamentale arte della lettura dei fondi di caffè arabo che, spessi com’erano, potevano anche contenere nel dettaglio passato, presente e futuro dei tuoi ascendenti e discendenti.
Insomma sì, ho ripensato a tutto questo, prima del primo tiro della mia vita al mozzicone dell’ospite. Ciò che ne è seguito farebbe impallidire l’inettitudine di Zeno Cosini: dopo aver aspirato ho sentito un fulmineo bruciore nella parte alta dei polmoni, poi il fumo mi è letteralmente scoppiato dalle narici, provocando le risa isteriche della collega. Allora è questo che si prova da piccoli, mi sono detto; però non ho potuto dire, piagnucolando dopo aver fatto il grosso con gli amichetti: “Mamma! Mi sento male!”. Mi sono portato dentro un senso di schifo giù per la trachea in tutto il resto della giornata, e basta: suppongo che col tabacco non avrò mai contatti più intensi o ravvicinati di quello.
Di certo non era il momento giusto perché, ora come ora: se fumassi, oh come fumerei. Ci riuscirei, secondo me. Proprio adesso, seduto con il portatile che tengo sulle gambe, né rilassato né agitato, ad occhi socchiusi, la nuca piegata all’indietro sul bordo del divano ed il ritmo del respiro profondo, ecco: sono sicuro che se me l’appoggiassero sulle labbra, quella stessa sigaretta la abbrustolirei in poche boccate. Lo so: i fumatori mi diranno che non so assolutamente di cosa sto blaterando. Come darvi torto. E allora diciamola tutta: a volte vorrei fare mia…non la sicurezza, ma l’imperscrutabilità che alcuni di voi mostrano mentre fumano. A cosa pensate? Forse a come affrontare il futuro tra una faccenda e l’altra, dagli uragani emotivi della vita di tutti i giorni fino alla merda che all’orizzonte va profilandosi un po’ per tutti? Se io fumassi adesso, senza muovere un muscolo e nella condizione che ho descritto qualche riga più su, magari una risposta la troverei anch’io – quale non so. E invece “devo” accontentarmi di questi lunghi respiri a labbra sigillate come se volessi quantificare da solo la mia capacità polmonare, del senso di pace vuota che dopo mi prende al diaframma, e della circolazione sanguigna che sento farsi più irruente nelle braccia. Tutte cose che di sicuro col fumo non c’entrano un cazzo, già.
E aggiungerete che un’ “ammirazione” come la mia, oltre ad essere infantile e diseducativa, ha spinto a fumare molti “poveri di spirito” a fronte, tipo, dell’attore famoso nel film: concedo anche questo. Ma, guardate: qui mi viene davvero da rispondere “non sono cazzi miei”. Fate conto che io concluda così.
Ah, non so. A casa mia di sigarette non ce n’è; ‘la mi dona’ le portava con sé e si ostinava ad andare sul terrazzo, nonostante io mi opponessi. Ciò non toglie che: se adesso fumassi, oh, come fumerei. Almeno avessi della camomilla da ficcare in un quadrato di carta igienica, per soddisfarmi, come fecero dei miei compagni di stanza universitari, non fumatori, in un momento di estrema disperazione. Sopravvissero, se non altro. Ho del tè, tutt’al più. Andrà bene lo stesso?”.
Commiato:
https://www.youtube.com/watch?v=s577dCGDWqU

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6 pensieri su “La coscienza di un “semo”

  1. Non sono la persona giusta per commentare ammodo questo post. Non vado oltre le due sigarette al giorno e i fumatori, quelli veri, quando vengono a saperlo mi guardano con quell’aria di sufficienza, un po’ come se mi dessero del pivello. E non hanno torto.

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  2. Sei il primo, che io sappia, a porsi la questione dei “fumatori veri”: quasi tutti dicono che sono gli ex fumatori, i veri rompiscatole. Quando vado a trovare i miei, la domenica, lo scenario è lo stesso: mia mamma fuma solo dopo i pasti, e ciononostante mio babbo (diventato integralista dopo aver vantato per anni polmoni più incatramati della Exxon Valdez) non manca mai di dirle: smetti, smetti, se non per la tua salute per il tuo portafoglio.
    (E qui devo fare un post scriptum solo per te. Forse ricordi che pubblicai altrove questo post, e tu commentasti di aver letto “La Coscienza di Zeno” sotto le armi, in convalescenza. Pare un’era geologica fa; anzi, io appartenevo a un’altra era. Quant’ero felice e non me ne rendevo neanche conto appieno, sant’iddio).

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  3. Ma vedi che son proprio suonato, Carmignanis? Me lo sono riletto tutto e non ricordavo di averlo già letto in precedenza. Invece tu, vedi un po’ che memoria che hai! Ero all’ospedale militare di Udine, ero in isolamento perchè mi avevano diagnosticato il morbillo e tutti gli altri lì agli infettivi avevano la rosolia, insomma ero sempre da solo, niente radio, niente tv, niente di niente. Ho finito la Coscienza di Zeno in tre giorni.
    Luci! E facciamola quest’adunata, dai!

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