La ciabattona

Per iniziare – sentendovi liberi di saltare direttamente al minuto 2.43 e dire “ma questa la conosco”:

Certe rubriche di “RaiStoria” provocano pruriti mentali piuttosto difficili da grattare via; eppure, anzi proprio per questo, non è facile smettere di guardarle. In una, l’altra sera, si parlava del terrorismo in Italia a cavallo degli anni 70 ed 80, e a supportare il freddo elenco degli omicidi perpetrati dai brigatisti e le interviste ai parenti delle vittime c’erano anche i filmati originali dell’epoca. All’interno dei telegiornali, in particolare, teneva banco Mario Pastore a preannunciare il servizio che mostrava in presa quasi diretta i luoghi dei delitti, coi corpi ancora caldi. Primo (banale) prurito mentale: ma quanto cacchio erano diversi i telegiornali di trent’anni fa. L’arredamento dello studio era composto da grigi scarti di magazzino; sul tavolo del conduttore, la targa con sopra nome e cognome, microfoni grossi come frigoriferi e i telefoni per parlare con la regia quando un servizio tardava ad andare in onda per “problemi tecnici”. Per non parlare del fatto che prima di farti vedere un filmato il giornalista ti leggeva i suoi fogliacci per minuti e minuti, senza guardare mai in camera; cosa impossibile oggi che i T.G. sono basati quasi del tutto sulle immagini esterne e il conduttore deve soltanto preoccuparsi di dilatare le sue cinque o sei paroline abbastanza da prodursi in ammiccamenti, mossette e pause sceniche: importante è non tanto la notizia, ma chi e come la dà.
Il secondo prurito mentale è arrivato perchè a un certo punto è stato riproposto un servizio preceduto – per motivi che non riesco a spiegarmi, forse per certificarne l’originalità e l’appartenenza ai tempi che furono – dalla sigla del TG 2. Nella TV di trent’anni fa, ricordo, si mostravano spessissimo le panoramiche degli studi televisivi; capitava magari tra un segmento di trasmissione e l’altro, per pochi secondi, a rivelare tutta la vita dietro alle telecamere ufficiali: penombra, chilometri di cavi avvoltolati sul pavimento, tutto un brulicare di vita indistinta di cui non si sarebbe mai saputo nulla se non nei titoli di coda, di sfuggita (“Mamma, vieni, che c’è Bacigalupo al carrello!”). Ecco, io da bambino trovavo questi pochi secondi di intervallo (insignificanti per il resto del mondo) talmente assurdi da dover quasi dedicarvi più attenzione che al resto del programma. Ed ho acuito i sensi allo stesso modo anche un paio di sere fa, per incanto, una volta constatato che la sigla di quel TG 2 (la cui colonna sonora era ancora quella – “terrificante” – coi fiati e la batteria sincopati, come da link all’inizio) consisteva proprio nella ripresa panoramica nelle modalità di cui ho appena parlato, forse perchè si trattava di edizione straordinaria. Si vedeva il giornalista già pronto a snocciolare la notizia tragica, ma anche, dietro la telecamera della postazione del lettore, un tizio intento a raggiungere il fondo dello studio con l’andatura di un elefante gambizzato. Una volta lì, come se ne andasse della sua vita, si stravaccava su una sedia proprio durante le ultime rullate sonore della sigla. A quel punto mi è proprio venuto da ridere, perchè sembrava che senza l’apporto fondamentale di quell’uomo il TG non sarebbe potuto andare in onda. Poi però mi sono chiesto, un po’ meno allegramente, quanti si siano mai lasciati coinvolgere dalla questione. Nessuno, temo.
Terzo prurito mentale, a ruota, unito al crescente timore di non poterlo grattare. Ho già scritto che mio babbo è sempre stato un tipo poco ridanciano, ma anche quanto intensamente ci è capitato di sbellicarci assieme soprattutto per i pretesti più balordi. Uno di questi ce lo fornì proprio la famigerata panoramica di studio in TV. Te la infilavano anche nel programma “Uno Mattina” – che guardavamo assieme, io bambino – dopo le previsioni del tempo e prima che Badaloni e la Azzariti riprendessero la parola. Nell’inquadratura dall’alto non c’era nulla che spiccasse, a meno di non aguzzare la vista in un angolo morto. A quel punto…
La ciabattona c’era in tutte le panoramiche di tutte le trasmissioni, e sembrava sempre la stessa anche se di fatto non lo era. Questa tizia si piazzava né troppo lontano né troppo vicino alle telecamere, a braccia conserte sopra una panza debordante, una gamba più in avanti come per meglio distribuire il peso del corpo; e ai piedi, un paio di ciabatte ortopediche, da cui il nome di lei. Queste stavano a indicare non solo quanto il soggetto fosse a casa propria, ma anche il grado di importanza del ruolo per le sorti del programma, al punto che le era consentito restare così in libertà. In concreto, non si riusciva a capire quali accidenti fossero le mansioni di lei: forse presenziare e basta, lautamente stipendiata da mamma RAI. E sai quante ciabattone venivano infiltrate nei posti chiave del potere in Italia, che so: ministeri, banche, uffici pubblici di vario tipo? Arrivavamo a concludere che l’Italia potesse alla fin fine essere fondata sulla ciabattona, invece che sul lavoro. Ecco cosa pensavamo io e mio babbo in quei pochi secondi di inquadratura a caso, finendo per ridere istericamente a una tale stupidaggine, senza un minimo di pudore.
Finchè venne il gran giorno. Mio babbo fu invitato a intervenire in diretta a un programma RAI del sabato mattina, presentato da un Alberto Castagna in vena di divulgazione scientifica. L’argomento era “medicale”, un qualcosa di gradevole tipo la psoriasi o la vitiligine, e lui comparve a esporre le due o tre necessarie pataccate al baffuto conduttore e alla nazione intera per una decina di minuti, a fronte di una giornata spesa quasi interamente in viaggio da Rimini a Roma e ritorno. Dopo l’intervento, mio babbo fu lasciato libero di vagare dove volesse, neanche fosse una gallina ovaiola in congedo dal pollaio. L’occasione era troppo ghiotta. Girò un po’ per tutte le direzioni dello studio: e la vide. Si fermò quasi a contemplarla, inebetito: lei era dietro a una delle telecamere, proprio come l’avevamo sempre vista e come l’ho descritta io qualche riga più su. Dunque esisteva davvero, non era una proiezione delle nostre menti visionarie. Stesso golfino troppo stretto, stesse braccia conserte, un piede avanti l’altro indietro; e quelle maledette ciabatte. Stava lì piantata, e non faceva un letterale cazzo da minuti: lui non resistette oltre, le si avvicinò, si presentò e disse: “Finalmente ho l’onore di conoscerla dal vivo. Io e mio figlio, del quale le porgo i saluti, siamo suoi grandi estimatori”. Poi le strinse la mano, e si congedò. Sul viso della ciabattona, mi fu raccontato, si era disegnata una smorfia stupefatta che non sarebbe stato possibile cancellare neanche col vetriolo; certo lei si chiedeva: oddio, per chi mi ha preso questo? Ma dopo alcuni secondi firmò la propria resa farfugliando un grazie, perfino. Magari avrebbe voluto dare un saggio di bravura sulle note di “Pe’ fa’ la vita meno amara, me so’ comprato ‘sta chitara”; ma mio babbo si era già allontanato per sempre, dandole le spalle.
Con il nuovo secolo, in TV le panoramiche di studio sarebbero a mano a mano scomparse. Sono comunque sicuro che le ciabattone resistano ancora impavide. Magari computerizzate, magari virtuali, tipo ologrammi; ma resistono. Almeno così voglio credere.

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5 pensieri su “La ciabattona

  1. Era la cugina della ‘sora Lella che si occupava di redarguire i macchinisti delle riprese se lasciavano i cavi in mezzo ai piedi. In realtà le ciabattone servivano per capire se inciampando ti potevi rompere l’osso del collo, insomma calzature 626.

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