Silent woman in the night you came

La prima volta che mi imbattei in loro era una sera d’inverno e mi trovavo a bordo di una Uno blu insieme ai miei genitori, sulla strada per Viserba. Avrò avuto una dozzina d’anni, ed allora esistevo e non esistevo, perlomeno ero privo di personalità. Grave, lo so. Se pensavo o parlavo, ciò che ottenevo non era quasi mai roba “mia”, bensì il prodotto masticato e digerito delle pretese educative di qualche professore o altre entità superiori (al solo sottoscritto, s’intende). Al me stesso di quei tempi potrei associare un ammasso di creta, di argilla o di materia grezza che tutti avrebbero plasmato a piacimento. Fino a quel viaggio, pur breve.
La spiaggia che scorreva accanto a noi era stata inghiottita dal buio già alle cinque del pomeriggio, e nella macchina era ancora pienamente rispettata la seguente gerarchia: babbo al volante, mamma accanto e il me stesso-argilla dietro, mentalmente inerte. Insomma, la cosa più “viva” nell’abitacolo era la musica dell’autoradio: non capitava mai che ascoltassimo le emittenti private, preferendo i programmi nazionali in cui si parla, si parla e il cui segnale si capta tuttora da schifo. E a un certo punto…
Successe che il conduttore, dopo un numero inquantificabile di chiacchiere snocciolate sempre con lo stesso tono di voce, decise di movimentare l’atmosfera. In che modo? Dipende dai punti di vista. Dal mio, compiendo un miracolo, IL miracolo. Da quello di mia madre, provocando un mezzo disastro. Nulla di eclatante, beninteso: mise su un disco. E prima, finalmente, di zittirsi, annunciò: “Non avrebbero nemmeno bisogno della mia presentazione, i…” e mi permetto di lasciare la frase in sospeso perché sulle prime non colsi né il nome degli artisti né il titolo della canzone.
Però una vaga idea di chi suonava ce l’avevo. Un complesso degli anni 70, questo credetti di poterlo stabilire. Non lo dissi, chiaro, e a chi poi? Comunque mio babbo mi lesse praticamente nel pensiero e disse, abbandonando il suo distacco: “L’unica cosa che mi fa venire in mente il nome del gruppo è quel suppostone volante costruito dai tedeschi, o no?”. Certo, vero; ma subito aggiunse, come tornando in un rifugio ideale: “Sono rimasto ai tempi di fenesta ca lucive“, sbandierando in modo bonario la sua totale incompetenza; non che io potessi vantare chissà quali maggiori conoscenze.
Le casse diffusero le prime note del pezzo. Dopo pochi secondi il mio cervello era già preda di un qualche accidenti che, con la miseria semantica che mi ritrovo, potrei chiamare incantesimo, senza rendere nemmeno lontanamente l’idea. Immediatamente realizzai solo che il suono di chitarra elettrica, di quella chitarra elettrica, mi piaceva, ostia se mi piaceva. Poi arrivò la voce del cantante: selvaggia, indelebile come un’ustione grave. La mia bocca restò così, semiaperta. Poi, quando irruppero anche il basso e la batteria, non solo le mie orecchie, ma ogni cellula, ogni organo, ogni muscolo del mio corpo era in ascolto, già, perché proprio così poteva essere definito quel ritmo: muscolare. Io, mite e bamboccio, mi trovavo tutto d’un tratto ad essere sconvolto da quella potenza mai sentita; sconvolto e coinvolto. Sempre per effetto del sortilegio perdurante, nella macchina i miei rimasero zitti, perfino nell’ostico intermezzo rumoristico; e anche la meta del nostro viaggio mi parve allontanarsi quel tanto che bastava per permettermi di godere del brano per intero. Così, rannicchiandomi in quell’unico, semplice accordo di Gibson Les Paul (in fondo di null’altro si trattava), fui catapultato in un misterioso rito che si ripete ancor oggi e manifestai, senza neppure esserne conscio, la mia prima, personalissima forma di devozione nei confronti dei Led Zeppelin. Ah, si, e anche verso quella canzone, come si chiamava? Ollottalov; così ripeté il conduttore radiofonico. Lo ricorderò, mi ripromisi.
Sì, buonanotte. Nelle settimane successive comprai dischi su dischi dei quattro “appena-meno-famosi –ma-certo-non-meno-bravi” alla ricerca del brano-mazzata, il cui nome avevo clamorosamente scordato. E per uno strano gioco del destino, l’album che mi interessava per davvero (il secondo, quindi) lo acquistai per ultimo, ma intanto avevo già tutta la discografia, e di Whole Lotta Love adesso addirittura poteva anche importarmene di meno. Avevo deciso: ai buoni i Beatles, agli altri i Led. E che dolore quando imparai che si erano sciolti nell’Ottanta per la morte del fenomenale (e disgraziatamente pure alcolizzato) batterista. Ma qui andremmo per le lunghe e io – mi scappa di dire per fortuna; ops, mi è scappato! – non sono un Luzzattofegizz, né “un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete”; sparo solo cazzate.
Un miracolo, ho detto prima. Ma, per mia mamma, una strana botta. Ricordo la sua sospettosa espressione quando mi vedeva rientrare in casa carico di vinili e di cassette, e un paio di suoi commenti. Potevo aspettarmi un: C’è tanta bella musica italiana, in giro…Ma quando disse: “Credevo di conoscerti, mi rendo conto che non è così” rimasi spiazzato, non lo nego; neanche mi fossero spuntate le antenne. A distanza di anni però non ho dubbi, aveva ragione lei: a ben vedere non mi conoscevo nemmeno io. Non solo e non tanto perché da allora mi scoprii qualcuno, felice di sentirmi battere un cuore in petto, e al ritmo che avrei stabilito io. Ma perché divenne chiaro che non sarei venuto su secondo aspettative: bellino, forbito, elegante, studioso.
Dio solo sa come sarebbero andate le cose se quella remota sera, sulla Uno Blu familiare diretta a Viserba, la manopola dell’autoradio si fosse fermata un millimetro più in qua o più in là.

(E di seguito inserisco questa, meno famosa: un po’ perché fa l’effetto di un fiotto di whisky sparato dritto in gola, e un po’ perché ognuno ha una “silent woman” da invocare, ogni tanto).
https://www.youtube.com/watch?v=PR7NHhrF4ls

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5 pensieri su “Silent woman in the night you came

  1. …come quella volta che alla radio sentii per la prima volta “Heart and soul”. Quel basso profondo e freddo come l’acciaio che arrivava dal nulla e mi spaccava dentro. Era l’81, credo. Da lì in avanti tutto cambiò. Vedi poi che ognuno ha la sua radio che d’improvviso t’accende, verso Viserba o verso Fiorano Modenese non importa.

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  2. Ma è o non è un pezzo monumentale ancora oggi? Grazie, Carmignanis. Pensa che ho abbassato il volume dello stereo, per riascoltarla. Sai cosa stavo ascoltando? I Japan. Gentleman take polaroid. Sono proprio vecchio. Ma la musica più bella del mondo l’abbiamo ascoltata noi, gli altri si rilassino. A proposito: ti faccio un nastro?

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