Reflex (un frammento)

Ci passo davanti più d’inverno, quando non ne avrei né motivo né occasione, che d’estate.
Nel caso qualcuno smaniasse di conoscere la mia città visitandone uno e un solo scorcio, lo dirotterei non all’Arco d’Augusto o al Ponte di Tiberio o al Tempio Malatestiano. Il Borgo San Giuliano sarebbe lo scenario ideale per una passeggiata a naso in su, certo, ma alla fine la spunterebbe la rotatoria di Marina Centro, cui si affaccia il piazzale con fontana equestre intitolato al Grande-Lui. La vista è non solo sorvegliata dalla mole della Vecchia Signora – il Grand Hotel – ma anche impreziosita da una costruzione meno imponente e a guardar bene altrettanto significativa. E dunque lo smanioso, di ritorno dalla spiaggia e attraversata a piedi la rotonda in direzione centro, si troverebbe di fronte alla gigantesca riproduzione di un oggetto che forse non si usa neanche più: trattasi di una macchina fotografica vecchio stile – di quelle oggi soppiantate dagli apparecchi digitali ma anche dal più arretrato degli smartphone – perfettamente ricreata in scala. Nel corso degli anni, in verità, non ho visto molta gente soffermarsi davanti al suddetto “monumento” post-moderno. E coloro che l’hanno fatto, si sono posti la domanda meno adatta: che cosa dovrebbe rappresentare questa roba. Meno adatta perché la risposta non è circondata da alcun alone di fascino o mistero: la macchina era negli anni 60 e 70 niente più che un gabbiotto all’interno del quale determinati buontemponi, sporgendosi dal teleobiettivo oggi inesorabilmente “tappato”, vendevano rullini e pellicole; e del resto so che sul principale social network vengono offerti in merito ulteriori dettagli (perché: si può diventare fan di una macchina fotografica gigante? Se è quella di Rimini, la risposta è sì). Se di fronte a ciò lo sprovveduto viandante barcolla dallo stupore, crollerebbe del tutto nel tentativo di affrontare il secondo quesito, quello vero. E cioè: ma se un accidenti del genere oggi non ha più nessuna funzione se non quella di essere preso d’assalto in occasione dei trionfi calcistici, che senso ha tenerlo lì? E’ a questo punto che il mistero di cui sopra ritorna e si abbatte sulle nostre già malferme certezze. Si sono susseguiti sindaci, assessori e giunte, ma la “cosa” è sempre riuscita a resistere. Visto che ad oggi nessuno dei nostri dubbi è stato dissipato, mi spingo a dire che chi verrà a capo della questione avrà in pugno le chiavi, forse i destini della città…A meno di non liquidare il tutto adducendo come banale pretesto, neanche fossi Alberoni-di-sto-cazzo, l’inconsapevole ma dilagante amore per il superfluo, e blablabla. E se, putacaso, Nostradamus avesse prefigurato il perdurare della macchina fotografica come condizione di prosperità del territorio? Argh.
Dormirò?

macchina

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