Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 1 – prima che io nascessi.

(Premessa. Una cara amica e collega in questo periodo trova doveroso – ma io lo giudico anche bello e meritorio, da parte sua – chiedermi se per caso non ho voglia di passare nel nostro capoluogo di regione – dove lei risiede – la notte di capodanno. Quest’ultima è una parola che ancora fatico a tollerare, per i motivi di cui ho parlato anche qui fino allo sfinimento (vostro); tuttavia ho la malaugurata occasione per sviluppare la ciofeca che segue, a puntate, e rimuginare sul mio affetto per il luogo in cui sono nato e sono riuscito ad essere felicissimo e tristissimo pur non avendoci vissuto stabilmente. E niente: al vostro buon cuore).

Dopo il suo arrivo e prima di laurearsi, di stanze mio babbo ne avrà cambiate la metà di mille, e altrettante volte nel corso degli anni mi ha snocciolato vie e indirizzi precisi senza che io, sciagurato, facessi almeno finta di prestagli attenzione. Posso dire di aver captato solo un punto fermo, ovvero che la strada del suo cuore fu Via Mascarella (vecchia). Per carità: Lamma era Lamma, dove si serviva la premiata accoppiata birra&fagioli e lui una notte fu coinvolto in una epocale rissa tra fazioni pugliesi e marchigiane, in occasione della quale gli sgabelli volarono in tutte le direzioni neanche si dovesse girare una fiction sul poltergeist. Però, nulla era pari al riuscire ad abitare a pochi passi dal proprio bar.
Sui bar della (bi)turrita può solo scrivere Benni, cantare Guccini e filmare Avati, d’accordo. Ma chi se ne impipa, in fondo. Il gestore, Bruno, era un omone obeso di quelli che faticano a mettersi a braccia conserte e respirano a bocca aperta, emettendo un rantolo sordo a ogni espirazione. Inflessibile e insofferente verso alcune frange di clientela che non esitava a trattare quasi a pesci in faccia, si salvavano coloro che si dimostravano pronti abbastanza da intuire di essere entrati nel bar sbagliato; e prima di avvicinarsi al bancone sotto gli ostili sguardi degli stanziali, pian piano indietreggiavano e sussurravano “chiedo scusa”, infilando l’uscio. Per gli altri, nessuna pietà. Più di uno sventurato ignaro che chiese una cioccolata, si sentì rispondere da Bruno “O piò sò, o piò zà” (o più su, o più giù; ovvero: da un’altra parte nella via, ma non qui). Memorabile anche il tizio il cui caffè tardava per mille e un motivo, e che alla fine se lo fece arrivare da un altro bar a pochi civici di distanza, per poi berlo lì dove l’aveva ordinato tipo mezz’ora prima, sotto gli occhi allocchiti del gestore. I lineamenti di quest’ultimo si trasfiguravano, virando a qualcosa di vagamente accostabile al sentimentale, ogni qualvolta gli si nominava il figlio, un famigerato buono a niente che però Bruno non perdeva occasione per ricordare con aria sognante e dicendo: “Al cinen…”, cioè il piccolino. Quanto sopra salvo poi lasciarsi andare al torpore fisico e mentale della domenica sera, quando si piazzava davanti ai rotocalchi sportivo-televisivi e si avvinghiava allo schienale della sedia su cui sprofondava come se ne andasse della sua salvezza. Si addormentava poco prima del servizio sulla boxe, un sonno-dispnea che lo riportava alle antiche gesta del picchiatore basco Paulino Uzcudum.
Sempre per motivi di filiale devozione verso i sopra citati Avati e company, non mi dilungherò eccessivamente sulla fauna di qual bar, certamente non sul Barone, che solo fino a pochi anni fa resisteva impavido nel suo negozio di Via Farini; il Barone, sì! così detto in quanto rappresentante di quell’avamposto di ricchi-dentro che non avevano un soldo da sbattere contro l’altro, ma guai se non arrivavano in taxi sfoggiando scarpe lustre e al ristorante non gargarizzavano a litri di “sciatò-latùr”; che in sostanza erano l’incarnazione del detto popolare “quando ne ho ne spendo, quando non ne ho non ne spendo più”. E non mancava il poeta, diventato tale dopo la classica mattonata in testa dal quinto piano all’epoca in cui il numero “626” non rappresentava proprio nulla, altro che sicurezza sul lavoro. “In un campo di gran vidi una scrofa”, iniziava così una lirica; e come fai a non applaudire ancor prima di sentir declamare il resto?
Andavano poi tutti alla Montagnola a vedere il cosiddetto – e molte volte tristo – “panorama”, anche scortati da un povero “offeso nel nervo ottico” che si crogiolava nel suo padellone di dolore non appena sentiva gridare “guarda lì che culo!” dai fetenti che lo accompagnavano.
Io da studente a Bologna non frequentavo bar in maniera stabile: non c’erano radici da mettere, né compagnia, e nemmeno il bar adatto. In Via Broccaindosso i miei compagni di stanza non facevano altro che frequentare paradisi artificiali che, seppur leggeri, non mi ebbero mai. Dopo, in Via Don Sturzo angolo Via Don Milani, a pochi passi dal confine con Casalecchio e con San Luca lassù a sorvegliarmi, gravitavo nel mio piccolo mondo da buon selvaggio godendo di quel poco che serve per condurre un’esistenza costituzionalmente libera e dignitosa: un supermercato GS, il tabaccaio per i biglietti del bus, un bel pub con i giochi da tavolo – ma sul punto tornerò in seguito. Nel mentre, i miei coinquilini già si beavano della loro fase REM. Bravi ragazzi, per carità: ma studenti di ingegneria, di quelli che dopo la lezione hanno la sola preoccupazione di tornare a casa e mettersi in tuta abbastanza in fretta da non perdere “Jarod il Camaleonte”. Dio, quanto mi mancano.
Ah, beh, dimenticavo la pizzeria in fondo a Via Milani, in cui una sera consumai una carrambata di portata stordente. Mentre aspettavo la mia pizza, mi capitò per qualche motivo di urlare il mio cognome nell’Alcatel che usavo, oggi proibito da un’apposita postilla della convenzione di Ginevra. Il pizzaiolo rimase con le mani a mezz’aria, sospese in una nube di impasto e farina. Per farla breve, saltò fuori che lui mio babbo l’aveva conosciuto. Di più, disse: “Me lo ricordo come in un sogno”, ma con tutta evidenza in un’altra zona di Bologna, decenni prima. E mica era finita. Entrò un avventore, immediatamente coinvolto nel clima farsesco: “Lo sai chi è questo?”, gli chiese il pizzaiolo, il dito puntato contro il sottoscritto. Ottenuta la risposta, il tizio prese a scrutarmi come fossi una forma di vita aliena. Dalla sua bocca stupefatta uscì soltanto un raggelante: “Come passa il tempo”.
Alla mia età, mio babbo non era da tempo più parte, per scelta consapevole, di quei contesti così tristi e così allegri, e anche poco adatti ad un uomo di famiglia. Eppure adesso, quando mi capita di parlargli del bar dove sto in pratica più spesso che a casa mia, tanto che al momento di consumare non ho nemmeno bisogno di dire “il solito” e il barista mi schizza contro un “vatamàza” – cioè alla lettera “va’ ad ammazzarti” – che vale come attestato di fiducia, gli balena uno strano lucore nella pupilla. Alla quale, peraltro operata di cataratta, dedico questo biasimevole segmento.

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4 pensieri su “Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 1 – prima che io nascessi.

  1. Non è facile parlarne. Quando la si nomina, da una parte c’è chi imbraccia la cetra, dall’altra chi impugna il lanciafiamme. Bologna andrebbe lasciata stare, ecco. Ma io sono umano e trasgredisco, almeno a modo mio.

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