Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 2: di Bologna non si scrive.

(Come ho anticipato in un commento precedente, nel titolo è contenuta una regola che sempre imporrei, spesso mi autoimpongo e altrettante volte trasgredisco. A mia parziale giustificazione, stavolta, il fatto che qui non parlo della città in senso stretto).

Il freddo era sempre lo stesso ma buono, inebriante, da inalare brutalmente a costo di fulminarsi il cervelletto, neanche si trattasse di una striscia di coca su per il naso der Libbanese in Romanzo Criminale: ma un conto era farlo a piedi, potendo gestire il proprio ritmo; un altro girando in bicicletta, quando non ci si può mica fermare a piacimento, e per di più rassegnandosi al fatto che novantanove su cento, tra qualche minuto, di quel velocipede rimarranno una ruota e la mai troppo adeguata catenuccia cui era legato. Quindi viaggiavo abitualmente sugli autobus, che pure non amavo molto: prima solo sulle circolari esterna ed interna, e poi via dal centro, Piazza Malpighi, Via Sant’Isaia, un tratto dei viali, Via Saragozza, il Meloncello e Via Porrettana verso il confine con Casalecchio (e viceversa). Una volta a bordo, consumavo le stanche e banali piccinerie del passeggero. Per non perdermi nel bianco sporco-lattiginoso dell’interno e dei sedili, nel marrone del pavimento o nel grigio maculato degli appositi sostegni, potevo tranquillamente scollegare il cervello e pensare a qualunque sciocchezza, cullato dalla marcia dell’automezzo. L’unica accortezza, soprattutto se non c’era posto a sedere, era quella di restare svegli abbastanza da non perdere l’equilibrio durante il tragitto; tanto più che avevo la sciagurata tendenza a incrociare la sorte con psicopatici che, alla guida, prendevano le curve ai cent’all’ora e inchiodavano come nulla fosse. Solo, cosa guardare? Forse le vecchiarde bofonchianti e cariche di sporte? Meglio cercare di cogliere qualcosa di nuovo nel mondo là fuori. Macchè, tutto uguale.
Il copione era rispettato anche quel pomeriggio a bordo della circolare interna. Di fronte all’ambiente stipato da un carico umano variegato e inerte ero già pronto a lasciarmi assalire da uno scoramento dignitoso, di chi non riamato ama comunque, sottotraccia e pronto a sciogliere canti al primo cenno di vento propizio; quando scorsi la bella ragazola. Una bella ragazola sull’autobus era come la scoperta di un passaggio segreto mentre le pareti di una stanza dei trabocchetti stanno per schiacciarti: e quando lo imboccavo altro che nobile scoramento, usciva allo scoperto un mio lato detestabile ma latente, che non sarei mai riuscito a mostrare consapevolmente se solo ci avessi provato. Prima che potessi impedirmelo, mi piazzavo né troppo lontano né troppo vicino a lei, così da non rischiare la figura del molestatore da tramvai. Quindi, e qui so di attirarmi il pubblico ludibrio, instauravo uno sfiancante gioco di sguardi – imploro perdono, non capivo il male che facevo; adesso preferirei enuclearmi i bulbi dalle orbite – posando gli occhi sulla ragazola per qualche secondo; poi, quando sentivo che stava per ricambiare le mie occhiate – astiosamente, ca va sans dire – voltavo la testa dall’altra parte, fingendo di mostrare repentino quanto ingiustificato interesse verso, poniamo, quell’obbrobrio color uva della macchinetta obliteratrice. Aspettavo che lei tornasse a immergersi nei suoi pensieri e via, ricominciavo, fino all’esasperazione, o meglio fino a che non cambiava posto, o scendeva. Ovviamente, è appena il caso di precisare che tale metodo non ha mai avuto riscontri positivi. E se li avessi pure pretesi avrei meritato di esser privato dei diritti civili.
Tornando alla ragazola, quel pomeriggio aveva le sembianze di una bella gallinona padana, con vaporosa chioma biondo cenere e ridenti occhi da fatina perfida. Sfoggiava anche una minigonna da cui usciva trionfante un paio di cosce vecchio stampo, piene e sode al punto giusto e soprattutto nel punto giusto, cioè sul quadricipite. Ma che labbra, poi. Chissà che sorriso strappabraghe, mi dicevo immaginandomelo nel delirio più completo.
Tutto – in teoria – mi si presentava più facile, perché occupavo uno dei pochi spazi liberi, proprio a pochi passi da lei, e quindi avevo una visuale privilegiata. La difficoltà – in pratica – consisteva nel fatto che lei era intenta a parlare con un’amica, in volto l’aria di chi sembra sempre sul punto di ribattere: adesso ti aggiusto io.
I discorsi dell’amica si rivelavano un fiume in piena, ma destino volle che riuscissi a captarne solo una domanda: e te cos’è che hai fatto, ieri sera? A quel punto la ragazola aprì bocca senza smettere di fiammeggiare dardi dalle palpebre e proclamò, perché non escludo che volesse farsi sentire da tutti: Ah, guarda, mi sono fatta una beeeella scopata col mio ragazzo – ma proprio bella, eh?
Nell’autobus cadde il gelo. Qualcuno alzò gli occhi dal giornale; diverse persone accanto a me fecero la faccia di chi dice: e che cazzo. Le vecchiarde mormorarono: mo vargògnet ban. Ma lei niente: continuò imperterrita il suo discorso, con convinzione. E io, come avrei dovuto reagire? Dispiacendomi perché la fanciulla aveva perso buona parte del fascino misterioso? Ma no, non pensavo questo. Ridacchiando divertito in mezzo allo scandalo provocato ad arte? Forse. O magari avvicinandomi per batterle una mano sulla spalla, strizzarle l’occhio e dedicarle un sincero “brava!”? Ecco, quello forse sarebbe stato giusto: del resto, era pur sempre andata a letto col suo uomo, mica col migliore amico di lui, come capita. Ma era arrivata la mia fermata. Mi limitai a suonare il pulsante, a scendere e a tuffarmi nelle viscere del Bestial Market, tra i miei simili. A distanza di anni nulla potrebbe vietarmi di pensare: “chissà altrimenti cosa avrei fatto”. Ma la risposta sarebbe la stessa allora come oggi, brutalmente sincera: nulla di nulla, figuriamoci, nemmeno in quell’epoca remota in cui pure ero giovane e pazzo, io.

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4 pensieri su “Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 2: di Bologna non si scrive.

  1. Sei troppo severo con te stesso: a slumare le pupe (come direbbe Joe Falchetto) non si fa niente di male, e in autobus il tempo passa assai meglio.

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