Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 3: basket city – o quel che ne resta.

Lo stradone metropolitano intitolato al fondatore della Diccì resta brutto a distanza di tempo, e poco prima del cartello di benvenuto a Casalecchio è in lievissima pendenza perché San Luca lassù, che pare di poter toccare con mano alla fine del portico luccicante, deve pur sempre svettare e non bisogna perderlo mai di vista anche se non è lì che ti stai dirigendo. Il santuario occupava, nobilitandola, la visuale dal nostro davanzale grazie a un curioso gioco ottico simile a quello per cui un finestrone all’interno del Rizzoli ti fa apparire gigantesca tutta l’Asinelli, come se fosse lì a pochi passi; eppure raramente noi, anche quand’eravamo in giro, alzavamo il naso nella sua direzione. Piuttosto, strusciavamo i nostri grugnacci contro il GS perché la spesa aveva precedenza sulle attività contemplative. Il supermercato è ancora lì, la cabina telefonica invece l’han tolta; e come stupirsene. Non avevamo l’apparecchio fisso, quindi per noi quel fetido gabbiotto era di fondamentale importanza, potrei dire anche per il fatto che i cellulari non erano ancora diffusi, ma non sarebbe del tutto vero. Avevamo deciso di chiamare le nostre famiglie non ognuno per i fatti propri, ma facendo una passeggiata assieme e a giorni prestabiliti, più o meno alle sette di sera, quando eravamo tutti tornati dalle lezioni e prima di cena: scendevamo sullo stradone, oltrepassavamo il distributore Q8 ed eccoci alla cabina, scheda Telecom tra le dita. Chi restava fuori ad attendere il proprio turno si divertiva a indovinare se il residuo coinquilino fosse impegnato in una conversazione con mammà o stava facendo puccipucci con la morosa, nel qual caso sul volto di chi parlava si disegnavano sorrisi tutti particolari, davanti alla cornetta: e quindi era ancor più gustoso, per chi era all’esterno, attaccarsi alle pareti trasparenti facendo boccacce o mimando amplessi. Un giorno uno di noi sfoggiò un mattonazzo nero che giurava d’essere uno dei primordiali telefonini: l’aveva vinto con una raccolta punti del Dash, ricordo. E credete che avesse smesso di unirsi alla nostra peregrinazione verso la cabina? Ma nossignore. Era forse l’unico momento in cui sperimentavamo un certo senso d’unità, come nemmeno a tavola, in casa.
E’ rimasto pure “100% ANTIVIRTUS”, a spray prevedibilmente blu e in caratteri cubitali, sul muretto davanti alla fermata del 20: un po’ stinta, ma se qualcuno la cancellasse son sicuro che zelanti tutori dell’arredo urbano provvederebbero a ripristinarla in un battibaleno. La scritta mi ha perseguitato a lungo, e benché del messaggio che porta io mi sia sempre fatto un baffo, costituisce una sorta di pisciata territoriale: come a intendere “brutto coniglio bavoso, di scudetti e coppe potrai anche vincerne millanta, ma ricorda che ti stai muovendo in una zona non tua, per cui sta’ calato”. E io calato ci stavo, ma non mi rinchiudevo certo in casa, soprattutto di sera; e non poi per andare chissà dove. Prima di uscire seguivo le partite della Coppa dei Campioni isolandomi in una stanza deserta e con l’orecchio attaccato a una radio quasi a volume zero, per non disturbare gli altri, come un troglodita: pendevo dalle labbra di Gianni Zoboli ed ero costretto ad aspettare i boati del pubblico per capire se la palla finiva o no nel cesto, ma non invidiavo chi si sorbiva Flavio Tranquillo su TelePiù Due, con a supporto l’incomprensibile Francesco Fischetto che mescolava italiano e brindisino senza riuscire ad esprimersi compiutamente né in uno né nell’altro. Nella stagione della prima grande affermazione continentale si vinceva quasi sempre, e così scendevo a festeggiare nel pub sottocasa, anche bello, con luci soffuse e saletta interna, ma la vivacità media degli avventori finiva per farlo somigliare, come atmosfera, alla copertina di “In Through The Outdoor” dei 4 Divini. Il barman ormai mi conosceva, e dunque dopo avermi servito la Devil’s Kiss chiedeva cosa avessero fatto le due bolognesi. Se quelli del “100%eccetera” avevano perso, lui (peraltro assolutamente neutrale) andava con lo sguardo in un angolo di locale, dove era accomodato un tizio alto, secco, con il mento aguzzo adornato di barba sale e pepe e un berretto da baseball sempre in testa; e in faccia un’espressione triste, non si sa se per natura o perché condizionata dalle notizie sul giornalaccio che trovava sul tavolo. Il barman buttava una frasaccia tipo “Oh, Baraldi, avete perso anche stavolta, cum ela?”, e Baraldi non muoveva mezza palpebra, unico segno di vita un’alzata di spalla. Magari già sapeva, o intuiva. Intanto, come un Carmelo Bene colto da furore declamatorio, un altro membro dei “100%eccetera” si era appostato davanti al pub e uggiolava a luna e stelle di essere fiero di non aver mai vinto un cazzo. Visto che danzava sul ciglio del marciapiede, e considerato il traffico, rischiava di vincere un soggiorno al Rizzoli, quello sì.
Prima di arrivare allo stadio, sull’Andrea Costa, rasento la Certosa e provo a rivederla di notte, quando una volta mi parve di doverla attraversare per arrivare fino alla baracca di Oliviero, in Via Sacco e Vanzetti. Una gelateria, essenzialmente, ma ci andai perché era un covo di miei consimili, si giocava un’altra finale continentale e io non potevo accettare di smadonnare ancora orientando, a casa, antenne retrattili e chilometriche al pari di Fantozzi alle prese con la radiocronaca di Italia-Inghilterra. Mi tenne un posto accanto a sé Cinghia, ben oltre cento chili di fastidioso benessere, le palpebre anche loro appesantite dalla tensione. L’avversaria lituana fu impietosa, anche se si sapeva che sarebbe stata smembrata l’anno successivo. Era come assistere a un incontro di braccio di ferro tra Bud Spencer e un seminarista; ogni tanto uno fa finta di farsi mettere in difficoltà dall’altro per far ridere il pubblico, poi torna serio, e con un lieve scatto di gomito fa esplodere le vene sulla faccia dell’avversario, ma senza abbatterlo, rosolandolo a fuoco lento: l’incontro andò più o meno così. Riponemmo le sciarpe in tasca e ci riaffacciammo sullo stradone. L’aria notturna era beffardamente dolce, e cercavamo di consolarci a vicenda parlottando alla fermata dell’autobus, ma le nostre facce dovevano essere inequivocabili, perché uno ci passò accanto in bicicletta e gridò: “ZALGIRIIIIS!”. “Frocio!” gli urlò dietro Cinghia, e io sperai che il tizio non avesse qualche tipo di arma con cui affettare le nostre flaccide carni dopo aver aver fatto dietro front.

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