Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 4: Buzzurri (hanno solo bisogno d’amore)

Un siparietto (nient’altro che).

Una minuscola striscia di pianerottolo separava noi dalla nostra padrona di casa, cosicché era inevitabile che ogni tanto lei ci invitasse a mangiare due cose a cena. Arrivata l’ora uscivamo dalla nostra porta, e ci bastava letteralmente un passo per suonare il suo campanello. Lei, caso unico, ci accoglieva con lo stesso sorriso di un’amorevole nonna di fronte ai nipoti, per lo meno quelli prediletti. Dopo esserci immersi nella solitudine dell’appartamento, perché la signora era vedova e i figli chissà che terra battevano, ci sedevamo a tavola tutti e cinque. E scattava un’amabile recita, perché tra una lasagna e una cotoletta noi pessimi elementi ci fingevamo civili, sobri, disposti alla battuta fine, pronti ad ascoltare i racconti elargiti dalla nostra ospitante. La signora magari sapeva che solitamente ci comportavamo all’opposto, ma insomma: il rapporto era buono e facevamo il possibile per non rovinarlo. Di fatto poi,  in quelle occasioni speciali, uno aveva un occhio fisso alla televisione, perché nel frattempo trasmettevano la Juve in “Champions” e se gli si fosse chiesto un milione in prestito o se sua madre era una troia lui avrebbe risposto: certo, come no; un altro versava in continuazione da bere a quello accanto, di norma quasi astemio, l’immondo lambrusco “Rosso Stalin” (in realtà composto con i rimasugli dei momenti conviviali dei congressi del partito comunista albanese); e l’ultimo si sacrificava e si godeva il racconto del matrimonio di qualche parente già militar-soldato della signora. Quest’ultima, ritirandosi carica di piatti nel cucinotto, lasciava poi spazio ai nostri repentini lanci di cibo e ai vicendevoli smatafloni sui testicoli. E quando tornava tutta sorridente, eccoci di nuovo angioletti, composti, seppur doloranti.
A fine cena, dopo aver giustiziato tutti gli alcolici della casa, compreso il brandy greco Metaxa, la testa della signora pencolava per il sonno e la sbevazzata, uno brindava alla gnocca sbraitando, un altro vedeva Tomba in televisione e lo apostrofava sbraitando “bolognese di merda” a un palmo dallo schermo (dimenticando all’improvviso che non eravamo a casa nostra), lo juventino ballava e cantava “Si chiama Pippo Inzaghi, si chiama Pippo Inzaghi, e segna sempre lui” e io non sapevo più se piangere per via del mal di stomaco o ridere per la situazione così inesorabilmente degenerata in farsa.
Poi davamo la buonanotte e tornavamo nel nostro appartamento nel modo più urbano possibile, ma una volta chiusa la porta alle spalle iniziava un’ennesima, sanguinolenta lotta tra me e altri due compari per la conquista del cesso, torturati dall’idea di poter svuotare le viscere il prima possibile. Uno solo rinunciava e si piazzava, catatonico, davanti alla tivù in cucina. Sebbene nello stesso stato di noialtri, intenti nel frattempo negli sporchi comodacci nostri, lui sceglieva sempre di riempirsi e anestetizzarsi il cervello con le immagini. Una volta lo raggiungemmo mentre era preso da uno di quei programmi sull’ecologia. Dopo un po’ si alzò e ci aggredì verbalmente come segue.
“Guardate lì. Quelli riciclano la plastica. Io lo faccio, e voi? Voi no, perché siete dei buzzurri. E la carta? Io si, voi no, perché siete dei buzzurri. E il vetro? Io si, voi no, e sapete perché? Perché siete dei buzzurri!!! I vostri figli saranno di sicuro migliori di voi…di voi buzzurri!!!”. In effetti mi pare di ricordare che ci costringesse a buttare a parte le lattine di alluminio, ma non prima di esserci saliti sopra con un piede, facendo forza finché non ne restava che un cerchietto schiacciato e appiattito dal nostro peso.
E via di questo passo, sputandoci addosso un odio comico ma convintissimo, e pronunciando un’altra dozzina di volte la parola “buzzurri”. Poi fece una pausa, ci rivolse un’ultima occhiataccia, disse: “Fate schifo come amici”, e si fiondò dritto nel letto, lasciandoci campo libero. Qualcuno si impossessò del telecomando. Quanto a me, credo fossi più interessato a controllare che i pupazzetti sorpresa dell’uovo Kinder, di cui senza ritegno facevamo collezione, restassero sulla mensola dove li avevamo confinati e non ordissero trame per la conquista del palazzo intero.

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