Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 5: “Al Calice,” – pausa ammiccante – “ci s’incontra”.

Nel Dall’Ara credo di essere entrato in due o tre occasioni in tutto, mai per concerti. Mi son sorbito un paio di eliminazioni dalla Coppa Italia, con relativi incendi di cassonetti in mezzo a Via Andrea Costa, tutto lì. La prima, gran beffa!, ad opera del Vicenza e di quel Giovanni Cornacchini che negli anni precedenti proprio a Bologna non aveva brillato, diciamo così. La seconda invece era da aspettarsi, come quando un bimbo allo zoo fa i versacci a una belva in gabbia che a un certo punto si stufa e lo sfigura con una zampata improvvisa dalle sbarre. Avversaria era una delle rampanti Fiorentine del primo ed entusiasta Cecchi Gori con Naomi Campbell al guinzaglio e Batistuta come centravanti, sulla cui madre la curva intonò gustose stornellate. Finalmente vidi giocare dal vivo Kenneth Andersson, il centravanti rossoblu, che mi faceva tanta tenerezza perché segnava poco ed era un poeta della fatica, asservito com’era alle necessità tattiche di quel mostro di Renzo Ulivieri che lo spremeva come un limone. Ma il popolo non capiva. Un curvaiolo dietro di me a un bel punto gridò, in piena partita: “Te ne devi andare a cagare, svedese di merda! La vedi la porta o no?!”. Di fatto, no che non la vedeva. Avrei voluto voltarmi ed eccepire qualcosa come “Lei, messere, è un gran villano”, sfidandolo a duello. Non avevo il guanto adatto a schiaffeggiarlo, accidenti. Ma la miglior serata lì dentro la vissi assistendo a un’amichevole, non so se per beneficenza, tra il Bologna e la Nazionale messicana. Durante l’incontro, in un silenzio irreale, era possibile perfino percepire un gruppetto di cinque ospiti in verde pigolare “chi non salta del Bologna è!”, zompettando a ritmo. La gente sugli spalti cazzeggiava variamente, senza prestare davvero attenzione a ciò che succedeva in campo e dedicando giusto due secondi d’applauso a Marocchi che s’era messo a correre a braccia alzate e pugni stretti: chi lo sa, magari aveva segnato, ma in che modo non era ben chiaro. Ve lo dico io, cari: fece gol su calcio piazzato trafiggendo il portiere Guillermo Campos, famoso perché sembrava una cocorita per via delle sue divise, non esattamente all’insegna della sobrietà negli accostamenti cromatici. Ovviamente fu per ammirare quest’ultimo che presenziai, ma per molto tempo non l’ho confessato a nessuno.
Tagliando il percorso, Piazza della Pace, il bar-pasticceria Billi (quello del “pan spziel” – no, non è tedesco), il Meloncello; urca, al Teatro delle Celebrazioni mica ci son mai stato, ma in questo punto muore la vecchia serpe della Saragozza, sempre affascinante nello snodarsi fino alla Porta. Il fatto che della via mi piaccia ricordare solo l’osteria Belfagor vi fa intendere – se mai ce ne fosse bisogno – che non siete alle prese con una guida turistica. Ci entrai con un amico facinoroso, per scommessa, e se non altro perché a una cert’ora di notte era l’unico posto aperto nel circondario. Eravamo reduci da un’uscita di gruppo in tutte le stazioni di quella Via Crucis epatica che è Via del Pratello; alle quattro ciondolavamo sul tragitto verso casa, con una certa sete addosso ma a corto di contante. A lungo esitammo sotto l’insegna ancora accesa, finchè io e quell’amico dicemmo agli altri: “..ah, cosicché non avremmo il coraggio?! State a vedere”. L’unica cosa davvero vitale, dentro la Belfagor, era il frigo delle birre: “Cinque Beck’s”, ordinammo al buon gestore che invece, al confronto, appariva piuttosto spento. Di fronte alle bottiglie, e alla richiesta delle sudate lire, mi produssi in una rabbrividente pausa scenica. “Ok”, dissi: feci grandinare dalle mie tasche sul bancone un’immane quantità di monetine, e presi a contare: “Cinquanta, cento, duecento, settecento…” sotto l’allocchito sguardo dell’amico, cui avevo fornito l’ennesimo pretesto per definirmi socialmente disagiato. Snocciolare i soldi in quel modo mi evitò di incrociare l’occhio del gestore, e alla fine uscimmo reggendo le sospirate Beck’s. I minuti successivi non li rammento con precisione perché certe cose si rimuovono, ma nessuno ci corse dietro armato di spingarda, né arrivarono denunce.
Porta e Via Sant’Isaia, Piazza Malpighi, Ugo Bassi-Rizzoli-Indipendenza a formare la famigerata “T” della chiusura al traffico: e che ve ne parlo a fare. Incastrato in questo scorcio di centro cittadino, non dico esattamente dove perché qualunque realtà forense italiana finisce per essere  troppo piccola e mormorante, si trova lo studio dove sostenni il primissimo colloquio di lavoro dopo la laurea. Nello scegliere se insistere o meno a intraprendere la professione, avrebbe dovuto mettermi in guardia subito un particolare: la stanza a pianta triangolare occupata da colui che, chissà, mi avrebbe assunto a garzone di bottega; ma all’epoca, a causa della tensione, riuscii perfino a non farci troppo caso. (Col senno di poi ci ho riflettuto spesso, e con terrore). Un ciuffo grigio cascava mollemente su un occhio del gran capo: lo immaginai prendere l’aperitivo accomodato su uno sgabello in posti come “Al calice” in Via Clavature (“Al Calice, ci si incontra”) ma non c’era modo di evitare la smorfia con cui mi affrontava: un po’ quella del professore che aspetta una sola tua sillaba per decidere se metterti 18, lanciarti il libretto dalla finestra o magari fare entrambe le cose. Mi aspettava al varco, il figlio di sua mamma. Dopo aver dedicato pochi secondi al mio curriculum universitario, per rompere il ghiaccio mi ero messo a discettare di come fossero INTERESSANTISSIMI determinati progetti di riforma del codice di ‘sta ceppa, ma lui mi interruppe. “Da te, adesso, voglio una e una risposta soltanto” –  e stavolta la pausa scenica la subivo. “Lo dirò una volta per tutte: noi non paghiamo i praticanti. Andiamo avanti?”. Sapevo bene qual era il 50% sbagliato del campo di repliche possibili, e l’imbroccai voluttuosamente. “Perfetto”, assentì appena il gran capo, rassicurato, “…e in cosa ti interesserebbe approfondire il tuo praticantato?”, parve un po’ sciogliersi. “Beh, il diritto penale ha indubbiamente un suo fascino”, gli feci io, consapevole che la frittata era fatta e senza sapere neanche cosa stessi dicendo. “Benone”, concluse come se gliene importasse qualcosa, e si alzò: “Benvenuto a bordo. Ci vediamo domattina”. “Grazie, avvocato, e arrivederci”, salutai uscendo, non senza ricevere in cambio, chiudendomi il portone alle spalle, un accorato “Per favore dammi del tu, che sennò mi fai sentire tuo nonno”. In compenso, quel “domattina” avevo imparato tutto sui timbri: quali usare e dove apporli, “originale”, “copia”, “posta”, “urgente”, e via così. Quanto alla faccenda del diritto penale dotato di un proprio fascino, avrei presto appreso come la forbice delle risposte sbagliate fosse ben più ampia del 50% in cui ero incappato all’esordio.

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