Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 6: il gioco dei sosia.

Trovavo che la parte più interessante del bowling di Via San Felice fosse l’ingresso, in particolare i primi gradini che ti portano giù nelle viscere, ai cabinotti dei vecchi videogiochi e alle piste. Su quegli scalini non sapevi mai quale tipo di lerciume si potesse rinvenire. Il reperto più significativo che avessi mai notato era il rimasuglio di un manga erotico. Non nascondo che all’epoca, pur trattandosi di pubblicazioni per lo meno “famigerate”, non ne avevo ancora avuto uno per le mani; così non resistetti alla tentazione e lo raccattai da terra, incuriosito. Curiosità da due soldi, poi, perché sfogliandone le pagine mi resi man mano conto che le vicende lì esposte erano più o meno quelle dei cartoni propinati – seppur edulcorati – dalle nostre tivù private; solo che deragliavano verso il pecoreccio. Al di là di battute su “cazzi duri come il ferro e caldi come il fuoco”, mi è rimasta impressa un’unica sequenza raffigurante due ragazzini, legati da rapporto di cuginanza di grado non ben specificato: lei a dormire per terra, senza mutande; lui lì a “slumarla” lungamente, con quegli occhi babbei che  i disegnatori giapponesi mettono in faccia alla gente per farla apparire più occidentale, con risultato discutibile. Il cugino a un certo punto se ne usciva con un fumetto scontornato, segno che stava pensando e non parlando, contenente la battuta “Sei carina, Yumi”. I riquadri successivi mostravano prima il dettaglio della sua mano che si allungava verso la luogotenenza di lei, poi il “misfatto” di due secondi dopo, accompagnato solo da una scritta onomatopeica: “Ptch…”. Ma ne ebbi abbastanza: forse quella pagina sarebbe tornata buona a fini decorativi, per la bacheca che avevamo in casa, non di più. Utilizzai concretamente solo l’ultima pagina, tappezzata di annunci patinati, ma zozzi. Li ritagliai uno per uno, e mi divertii a spargerli di nascosto tra le pagine dei blocchi di appunti che gli amici portavano con sé a lezione. Ed ero anche indulgente, se si considera che altri sventurati, una volta in facoltà, all’apertura dello zaino rimiravano loro malgrado lo spazzolone del cesso casalingo, stipato tra un libro e l’altro da qualche mano empia. “…Ma questa è un’altra storia”.
Mi concedevo indagini esplorative di tal genere perché Romano abitava di fronte, in un appartamento di cui era l’unico inquilino certo. In alcune notti estive capitava che tornasse nella sua stanza, dove erano piazzati più letti per occupanti che chissà mai se sarebbero arrivati o meno, e lì vedesse stese sconosciute dormienti e completamente ignude: circostanza singolare, perché anche se questa era la più concreta applicazione del concetto di “gente che va, gente che viene”, non si trattava mica di un grand hotel. Lui comunque – stanco,  e pure per evitare storie – si ficcava nel suo, di letto; si addormentava come nulla fosse, al mattino apriva gli occhi e l’ignuda di turno si era già volatilizzata. Qualche minuto dopo, al tavolo della colazione, Romano si ritrovava con un altro figurante della farsa. Entrambi si guardavano negli occhi come per intendere: ok, so che tu sai che io so. Qualche secondo ancora, e Romano si decideva a domandare: “…allora, com’era?”. “Cosa?” replicava il figurante. “La ragazza che era qui stanotte, dico, com’era?”. “Ah, chilla? E che ne saccio, io credevo che era la donna tua….”. Tacito tra i due l’accordo di non scomodare Tom Ponzi in merito.
Insomma, io aspettavo Romano sull’ingresso del bowling, e a un tratto lo vedevo spuntare dall’androne sotto al portico, dall’altra parte della via. Indossava ancora i bomber monocromatici con le effigi delle squadre NBA, e prima di muoversi dalla soglia puntava i piedi per terra, alzandosi leggermente sulle punte, metteva le mani sui fianchi e sfidava il mondo con un ghigno a mento in su: postura simile a quella di…Alberto Sordi nella scena in cui indossa per la prima volta la divisa da vigile urbano (chi credevate?). Da lì capivo che era pronto fisicamente e mentalmente, e partivamo. Pronto per cosa, boh, non lo so.
Non lo so, perché non facevamo niente di che: ci limitavamo a girare insieme tra una lezione universitaria e l’altra. Le scemenze deliranti erano rimaste agli anni di scuola, dalle più perniciose (su cui non mi soffermo) alle più innocue, tipo entrare in un locale pubblico mediamente affollato, gridare d’improvviso “SILENZIO PER CORTESIA!”, dopodichè mettersi a sedere come nulla fosse, nell’imbambolamento generale. Nel setaccio delle idiozie era rimasto “il gioco dei sosia”. Poteva scattare in qualunque istante, quando uno di noi credeva di intravedere una somiglianza ad un personaggio famoso in un qualsiasi tizio incrociato sul momento: allora lo si doveva indicare e dire ad alta voce il nome del VIP. Nessuno vinceva mai, perché appunto nessuno era solito condividere le proclamazioni di somiglianza, sempre isolate. Ma bastava che l’accostamento fosse buffo.
Gravitavamo in centro, fermandoci a scialacquare dinari nelle sale giochi non troppo lontane dalle aule. Una delle sale degne di tanto onore era senza dubbio la “Messico e Nuvole” in Via Petroni, budello che collega Piazza Verdi a Via San Vitale. Un pomeriggio, in occasione della solita irruzione là dentro, quasi sbattei contro la schiena di Romano, che mi precedeva e si era impiombato sulla porta. Mi fece cenno di guardare in fondo al locale e mi perforò un timpano sbraitando: “Gioco dei sosia! Gioco dei sosia!”…e poi, appena più piano: “Guarda là: ecco Morandi!”. Aguzzai la vista in quella direzione e non potei che dire, sconsolato: “…hai vinto”. Il tono e il contenuto della risposta colsero del tutto in contropiede Romano, che corrugò la fronte e fece: “…ho vinto?”, perché, come ho detto prima, al gioco dei sosia non si vinceva, per principio. Fino a quella volta: perché Gianni Morandi era davvero appoggiato al bancone della macchina dei gettoni, e discorreva del più e del meno con il cassiere. “Ma no, non è lui…”, disse Romano ancora incredulo. “Ti dico di sì”, replicai. “Scusa, andiamo a cambiare, e vedrai”.
Avanzammo verso la cassa a passi lenti, per meglio renderci conto della situazione. Gianni continuava a parlare ma, accorgendosi del nostro cauto incedere, pian piano spostò lo sguardo verso di noi per poi interrompere il discorso una volta che gli fummo davanti. Come nei film western, ci fu un incrocio di occhiate come prima di una sparatoria a mezzogiorno davanti al saloon, solo che eravamo quasi faccia a faccia. A questo punto potrebbe partire in sottofondo il famoso monologo fuori campo di “Amici Miei”: “Che cos’è il genio?…”. Romano schiuse la boccuccia, e alzò lentamente un dito fin quasi a puntarlo proprio sotto il naso di Gianni. Quest’ultimo, allora, si atteggiò come a far intendere: “Oui, c’est moi…”. Ma quell’altro rimaneva con l’indice fisso a mezz’aria, zitto. Fin quando, ancora in quella posizione, prese fiato e di scatto si spostò verso il cassiere, al quale chiese: “dieci gettoni, per favore”. Le monete sgorgarono in un fiotto dall’interno della macchina giù nell’annesso incavo a coppetta, da dove le raccogliemmo per poi tormentare uno degli ultimi cassoni di Rampage, il videogioco dove un gorilla, una lucertola e un lupo mannaro, tutti giganteschi, si divertono a fare scempio di varie città, non disdegnando di ingoiare cose e persone. Non ridemmo nemmeno troppo, sull’accaduto. In fondo ci comportammo come gli inviati delle Iene, solo senza gli insulti. E se durante la partita qualcuno fosse mai venuto a portar via Morandi dalla cassa – magari imbracciandolo come un manichino da vetrina della Standa, visto come gli avevamo raggelato l’autostima – non ce ne accorgemmo.

Annunci

8 pensieri su “Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 6: il gioco dei sosia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...